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20 Jul 11:24

Come si distingue un genio incompreso da un ciarlatano

by Roberta Villa

M etti un giovane medico, arrivato da fuori, che riesce là dove commissioni d’inchiesta su commissioni d’inchiesta hanno fallito. Uno che riesce a spiegare perché nel reparto dove si addestrano i futuri luminari della medicina le partorienti muoiono come mosche, mentre dove si formano le ostetriche no, ed escogita anche un rimedio semplice, efficace e abbastanza economico per evitarlo. Lo fa però affermando implicitamente che in qualche caso la medicina “ufficiale” può fare più male che bene.

Un’onta per la classe medica, non solo di allora. Sostenere che tra le donne che partoriscono in casa i tassi di mortalità sono largamente inferiori a quelli registrati nelle corsie di quella stessa prestigiosa clinica universitaria di Vienna che studenti di tutta Europa ambiscono a frequentare, inserendosi in lunghe liste di attesa. Uno scandalo. Aggiungici un carattere poco diplomatico, che porta il nostro eroe a scagliarsi con violenza contro i superiori che non gli credono, arrivando ad accusarli, con toni accesi e violenti, di essere addirittura degli assassini. E per finire, inserisci tutto in un contesto storico, intorno al 1848, l’anno che l’Europa ricorda come “primavera dei popoli”, in cui l’Ungheria, come altri Paesi, scalpitava sotto il dominio austriaco: l’ebreo Ignaz Semmelweiss a Buda e a Pest, allora ancora separate, era guardato con sospetto per il cognome che tradiva origini tedesche, ma a Vienna, nella capitale dell’Impero, era inequivocabilmente bollato come ungherese, e quindi potenzialmente un ribelle. Una ragione in più di ostilità verso chi pretendeva di mettere in discussione procedure consolidate nel tempo, fino al punto di estrometterlo dal posto di lavoro. Se alle sue stesse conclusioni fosse arrivato un attempato professore austriaco riconosciuto dall’establishment accademico, uno stimato medico di Corte, è facilmente ipotizzabile che la reazione sarebbe stata diversa.

Non sembra la storia di tanti sostenitori di pseudomedicine più o meno alternative, isolati e osteggiati dalla comunità scientifica, additati come pericolosi ciarlatani? Oggi Semmelweiss, di cui ricordiamo in questi giorni il bicentenario della nascita, è ricordato come il “salvatore delle madri”. Se già qualcuno prima di lui aveva intuito la possibilità che la febbre puerperale fosse contagiosa, a lui si riconosce il merito di aver individuato per primo un metodo antisettico, la disinfezione delle mani con cloruro di calce, capace di impedire la trasmissione di quelle entità invisibili che lui chiamava “particelle cadaveriche”. La microbiologia era di là da venire, microrganismi non ne poteva vedere, ma l’odore che restava sulle mani di chi aveva effettuato un’autopsia, nonostante il lavaggio con acqua e sapone, testimoniava che “qualcosa” ancora restasse attaccato alla pelle dell’operatore. Ci sarebbero voluti ancora molti anni prima che Louis Pasteur elaborasse la sua “teoria dei germi della malattia”, individuando la presenza di microrganismi invisibili come causa delle infezioni, e prima che il chirurgo scozzese Joseph Lister rendesse più sicure le pratiche chirurgiche introducendo l’antisepsi attraverso il lavaggio di routine delle mani con acido fenico.

Oggi Semmelweiss è ricordato come il “salvatore delle madri”: ha il merito di aver individuato un metodo antisettico capace di impedire la trasmissione della febbre puerperale.

Chi ci dice allora che quelli oggi considerati ciarlatani non siano precursori e innovatori, a cui le conoscenze della scienza attuale ancora non sono in grado di fornire un supporto teorico, ma che un domani saranno portati agli onori degli altari per la loro lungimiranza?

Il metodo, sostanzialmente. Insieme a qualche altro piccolo ulteriore dettaglio che ci permette di distinguere i geni incompresi della scienza e della medicina come Semmelweiss, appunto, dai tanti imbroglioni o visionari che da sempre cercano di arricchirsi rifilando agli ammalati olio di serpente, acqua fresca dinamizzata o svariati stabilizzatori di misteriosi equilibri energetici.

Il metodo
Semmelweiss non aveva quote nelle aziende produttrici di cloruro di calce, né sperava di guadagnare facendo partorire le donne a domicilio. Anzi, anche a causa della sua insistenza si trovò senza lavoro e senza soldi. Non si sa se e quanto furono queste persecuzioni o piuttosto una forma di neurosifilide contratta dalle donne che aveva curato, ma finì anche preda di una grave psicosi con cui morì in manicomio, forse per una sepsi provocata dagli stessi germi a cui aveva dato la caccia tutta la vita. Finì dimenticato da tutti, e riabilitato solo a distanza di molti anni. Non esattamente il ritratto dei guru di oggi, alla Davide Vannoni o alla Andrew Wakefield, per intenderci, che della scelta di andare controcorrente hanno fatto prima di tutto un enorme business.

Inoltre, per un Semmelweiss di cui si è riconosciuto a distanza di tempo il valore, ci sono centinaia, migliaia di “medici controcorrente” a cui la storia non solo non ha dato ragione, ma di cui anzi ha confermato la pericolosità. In altre parole, è anche possibile che un outsider sia un genio incompreso da tutti, ma non è vero il contrario, cioè che tutti gli outsider lo siano. Anzi, è molto, molto più probabile che abbiano torto. Attenzione quindi al facile, quanto errato, sillogismo: siccome Galileo e Semmelweiss non sono stati compresi, ma anzi sono stati perseguitati dai loro contemporanei, il tempo sarà galantuomo con tutti coloro che vanno contro le posizioni condivise dalla maggior parte degli scienziati. Non è così. Per poche eccezioni che si contano sulle dita delle mani, di centinaia di migliaia di ciarlatani si sono perse le tracce e la memoria.

Quel che ci permette di distinguere gli uni dagli altri è però soprattutto il metodo: logico e rigorosissimo, come si può chiaramente leggere qui, quello del giovane medico magiaro, nell’affrontare la tragica situazione con cui viene a contatto nella grande Maternità viennese.

Non che il problema in sé fosse occultato, o trascurato: la cosiddetta “febbre puerperale” era all’ordine del giorno tra le questioni che turbavano le notti dei medici del tempo, e non solo in Austria. Alla metà dell’Ottocento, infatti, fino al 15-20 per cento delle donne seguite fin dall’inizio del travaglio nei migliori reparti universitari, in Europa come in America, sviluppavano, durante il parto o nelle ore successive, un importante rialzo della temperatura accompagnato da ascessi dolorosi, linfangite, peritonite, pleurite, meningite e progressivo, fatale, cedimento di tutte le funzioni vitali. L’incidenza del fenomeno era di 10-20 volte superiore a quanto accadeva quando i bambini nascevano in casa.

Alla metà dell’Ottocento, fino al 15-20 per cento delle donne seguite fin dall’inizio del travaglio nei migliori reparti universitari, in Europa e in America, sviluppavano la febbre puerperale.

Perché allora le donne di bassa estrazione socioeconomica, soprattutto se prostitute o non sposate, continuavano a rivolgersi alle Cliniche dell’Ospedale generale di Vienna e non davano alla luce i loro figli tra le lenzuola del proprio letto? Perché la puntuale organizzazione del welfare imperiale aveva messo in piedi lì un sistema ingegnoso per conciliare diverse esigenze: da un lato far fronte alle numerose gravidanze indesiderate tra le donne del popolo, accogliendo e facendo crescere i loro figli, che altrimenti sarebbero stati ad alto rischio di abbandono o soppressione; dall’altro addestrare su grandi numeri, e – terribile dirlo – senza grosse conseguenze in caso di errore, i giovani professionisti, prima che si cimentassero a far partorire nobildonne e persone di alto rango. Le donne che partorivano nei due reparti diretti rispettivamente dal professor Klein e dal professor Bartch potevano infatti affidare senza difficoltà né oneri economici i figli all’adiacente orfanotrofio, offrendo in cambio il loro latte per bambini dell’orfanotrofio stesso che ne avessero bisogno e soprattutto acconsentendo che su di loro facessero pratica gli studenti in medicina (allora esclusivamente maschi) e le ostetriche (allora esclusivamente femmine).

Dall’ottobre 1840, le due categorie di studenti, maschi e femmine, vennero divise tra le due Cliniche: alla prima, diretta da Klein, gli aspiranti medici, alla seconda, diretta da Bartch, le ostetriche. L’accettazione delle partorienti seguiva una rigorosa tabella temporale: dal lunedì pomeriggio alle 4 fino alla stessa ora del giorno successivo le pazienti erano ricoverate in un reparto, nel giorno successivo nell’altro, e così via.

Il dottor Semmelweiss
Quando il ventottenne Semmelweiss mise piede nella clinica diretta dal professor Joann Klein, la differenza tra i due reparti gli saltò subito all’occhio: come racconta, in maniera un po’ romanzata, nella sua tesi di laurea dedicata a “Il dottor Semmelweiss”, Louis Ferdinand Auguste Destouches, non ancora noto con il nome dello scrittore Céline, le donne e i loro familiari piangevano e supplicavano per riuscire a entrare nella seconda clinica, mentre nessuno voleva andare nella prima.

Fu forse l’ascolto delle pazienti a spingerlo a consultare i dati. Una volta accertato che la percezione popolare corrispondeva a una differenza reale nel rischio di mortalità tra i due reparti, le mille spiegazioni addotte dalla scienza ufficiale per spiegare il flagello non gli bastarono più.

Un eccesso di fibrina o di acqua nel sangue, la pressione dell’utero gravido sugli organi circostanti e sulla circolazione o addirittura i “miasmi” presenti nell’aria di città, tra le dozzine di cause indicate dalle diverse commissioni imperiali che avevano indagato sul fenomeno, non potevano esercitare in maniera tanto diversa la loro azione tra i due reparti, pensò il giovane Ignaz, che cominciò a essere letteralmente ossessionato dalle domande che questa osservazione gli apriva.

Si diceva che la malattia potesse essere provocata dall’offesa al senso del pudore delle donne, costrette a mostrare la propria intimità a medici e studenti, o dalla semplice suggestione, indotta dalla paura stessa della morte legata alla cattiva fama del reparto, scatenata dal ricorrente suono della campanella del cappellano che portava l’estrema unzione. “Perché mai non dovrebbe verificarsi nei soldati al fronte, allora?” si chiedeva il medico, evitando di aderire ai pregiudizi sessisti che la sua epoca gli offriva.

Iniziò invece a raccogliere sistematicamente tutti i dati relativi ai casi di febbre puerperale che si erano verificati negli anni precedenti nei due reparti, cercando di individuare tutti i possibili fattori di rischio che distinguessero tra i due, per cercare di cogliere quale potesse essere determinante. Le procedure erano le stesse, tranne che le ostetriche spesso consentivano alle donne posizioni diverse da quella supina. Semmelweiss introdusse l’innovazione nelle sue sale parto, ma i risultati non cambiarono.

Semmelweiss iniziò a raccogliere sistematicamente tutti i dati relativi ai casi di febbre puerperale nei due reparti, cercando di individuare tutti i possibili fattori di rischio che li distinguessero.

Notò invece che nel reparto incriminato il fenomeno era nettamente più frequente più lungo era stato il travaglio (e quindi, come avrebbe capito poi, quando le donne erano state sottoposte a un maggior numero di visite). Diversamente da quello che ci si potrebbe aspettare, però, le donne che partorivano per strada prima di riuscire ad arrivare in ospedale, e lo raggiungevano poi col fagottino raccolto nella gonna, spesso col maltempo, e comunque in condizioni evidentemente peggiori, tendevano ad avere la stessa bassa incidenza di febbre puerperale di quelle che erano restate a casa o erano affidate alle ostetriche del reparto di Bartch.

A un primo caso, poi, ne seguivano spesso altri lungo la stessa fila di letti della corsia, seguendo la direzione del “giro”, durante il quale le pazienti era sottoposte una dopo l’altra a ripetute visite da parte di medici e studenti. Accadeva indifferentemente nei letti posti sul lato nord o sud, est od ovest: difficile pensare che la loro posizione geografica potesse c’entrare qualcosa.

Se la relativamente bassa incidenza di febbre puerperale, e conseguente mortalità, nel reparto gestito dalle aspiranti ostetriche corrispondeva a quella registrata fuori dall’ospedale, a fare la differenza dovevano essere gli studenti in medicina. Era l’unica altra differenza evidente. Qualcuno allora ipotizzò che fossero i modi più rudi di quelli stranieri a provocare lesioni all’utero delle partorienti. Vennero quindi rispediti a casa, e in effetti nei mesi successivi l’incidenza di eventi fatali da Klein calò un po’, per poi però risalire. Semmelweiss intanto si segnava tutte queste fluttuazioni, per tenerne conto al momento di formulare una ipotesi che spiegasse il tutto. Un analogo calo notò tra dicembre 1846 e marzo 1847. Tutto segnato, tutto da spiegare.

Anche il fatto che la malattia colpisse anche una certa quota di neonati, ma solo se anche la madre ne era vittima, aiutava a indirizzare il ragionamento: evidentemente la causa si esercitava prima di tutto sulle donne, e da lì passava col sangue ai figli, escludendo il ruolo di un fattore ambientale esterno.

Eureka
La svolta venne quando il professor Jacob Kolletschka, docente di medicina forense, dopo essersi ferito con un bisturi nel corso di un’autopsia, sviluppò gli stessi sintomi, e lo stesso tipo di lesioni, caratteristiche delle donne con febbre puerperale. Questo episodio accese una lampadina nella mente di Semmelweiss, facendogli pensare alla routine della vita di reparto: le autopsie la mattina presto prima del giro, frequentate solo dagli studenti di medicina, mai dalle ostetriche; il fatto che nell’inverno 1846-1847, mesi in cui il fenomeno si era ridotto moltissimo, assistenti e studenti, per ragioni esterne, avevano disertato la sala settoria; la consapevolezza che gli stranieri sfruttavano i pochi mesi di specializzazione a Vienna concentrando il maggior numero possibile di corsi e attività, comprese quelle di anatomia patologica, più di quanto non facessero i locali.

Corse a frugare nelle serie storiche, e scoprì che dall’Istituzione della maternità, nel 1784, fino al 1823, quando all’approccio teorico venne sostituito quello anatomico e si cominciarono a praticare frequenti autopsie, il tasso di mortalità per febbre puerperale si era mantenuto sotto l’1 per cento, balzando fin oltre il 15 solo con il diffondersi delle pratiche necroscopiche.

La svolta venne quando il professor Jacob Kolletschka, docente di medicina forense, si ferì con un bisturi nel corso di un’autopsia e sviluppò gli stessi sintomi delle donne con febbre puerperale.

Tutti questi indizi tuttavia ancora non facevano una prova. Indicavano correlazioni da dimostrare. Cosa che Semmelweiss fece, invitando tutti i colleghi a non accontentarsi di acqua e sapone ma a usare cloruro di calce sulle mani fino a quando non fosse sparito l’odore tipico delle autopsie. Con questo semplice provvedimento, adottato nel corso di tutto il 1848, la mortalità crollò all’1,27 per cento, addirittura sotto l’1,33 per cento della seconda clinica.

Per avere un termine di confronto, oggi in Italia le morti materne, cioè tutte quelle dovute a cause legate alla gravidanza e al parto, sono in media meno di 1 su 10.000, in linea con le percentuali europee. L’osservazione di Semmelweiss riguardo la maggior sicurezza del parto a casa rispetto a quello in ospedale non è più applicabile al contesto odierno, dove si tende piuttosto a pensare il contrario (ma per altre ragioni: anche in Italia, come in altri Paesi, la scelta di far nascere il figlio in casa con l’aiuto di un’ostetrica, pur restando assolutamente marginale – circa 1000 casi l’anno – sta riconquistando consenso).

Il risultato era evidente, e Semmelweiss pretendeva che solo per questo gli venisse riconosciuto. Ancora però non aveva pubblicato nulla di quel che aveva scoperto e dovettero passare più di dieci anni prima che, su pressione dei pochi amici che gli erano rimasti, uscisse, pochi anni prima di morire, con la sua opera: “Eziologia, concetto e profilassi della febbre puerperale”.

Già allora era importante che alla raccolta dei dati seguisse la loro condivisione con la comunità scientifica, così che anche altri potessero verificare e riprodurre le esperienze. Lui ci arrivò tardi, ma alla fine consegnò alla storia la documentazione dei dati raccolti e del limpido ragionamento che lo portò a risolvere il mistero della morte delle puerpere. Dai ciarlatani di oggi, questo, in genere, non si riesce proprio a ottenere. Se pubblicassero dati statisticamente significativi, raccolti con una metodologia rigorosa, riprodotti e verificati da altri, nessuno li chiamerebbe più così.

L'articolo Come si distingue un genio incompreso da un ciarlatano proviene da il Tascabile.

19 Jul 09:35

Negative Results

P.S. We're going to the beach this weekend, so I'm attaching my preregistration forms for that trip now, before we find out whether it produces any interesting results.
19 Jul 09:27

Saturday Morning Breakfast Cereal - College Level Mathematics

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The point I'm trying to make is that we should have some government-guaranteed loans for the purchase of exotic cats.


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Robustness of Light-Transport Processes to Bending Deformations in Graded-Index Multimode Waveguides

by Dirk E. Boonzajer Flaes, Jan Stopka, Sergey Turtaev, Johannes F. de Boer, Tomáš Tyc, and Tomáš Čižmár

Author(s): Dirk E. Boonzajer Flaes, Jan Stopka, Sergey Turtaev, Johannes F. de Boer, Tomáš Tyc, and Tomáš Čižmár

Bending an optical fiber can distort light traveling through it, but such a distortion can be mitigated in fibers with a smoothly varying refractive-index profile.


[Phys. Rev. Lett. 120, 233901] Published Wed Jun 06, 2018

07 Jun 10:22

Synopsis: Making Optical Fibers Immune to Bending

Bending an optical fiber can distort light traveling through it, but such a distortion can be mitigated in fibers with a smoothly varying refractive-index profile.  


[Physics] Published Wed Jun 06, 2018

06 Jun 16:00

Sounds of Failure: Passive Acoustic Measurements of Excited Vibrational Modes

by Theodore A. Brzinski, III and Karen E. Daniels

Author(s): Theodore A. Brzinski, III and Karen E. Daniels

Distinctive sounds emanate from a material when it is stressed by an outside force and close to slipping—an effect that could lead to warnings of imminent material failure.


[Phys. Rev. Lett. 120, 218003] Published Fri May 25, 2018

06 Jun 12:29

Synopsis: Security Breach for Qubit Communication

Theorists predict that quantum information can’t be securely “locked” in a vault.


[Physics] Published Tue Jun 05, 2018

06 Jun 11:25

Quantum computing for policymakers and philosopher-novelists

by Scott

Last week Rebecca Newberger Goldstein, the great philosopher and novelist who I’m privileged to call a friend, wrote to ask me whether I “see any particular political and security problems that are raised by quantum computing,” to help her prepare for a conference she’d be attending in which that question would be discussed.  So I sent her the response below, and then decided that it might be of broader interest.

Shtetl-Optimized regulars and QC aficionados will find absolutely nothing new here—move right along, you’ve been warned.  But I decided to post my (slightly edited) response to Rebecca anyway, for two reasons.  First, so I have something to send anyone who asks me the same question in the future—something that, moreover, as Feynman said about the Feynman Lectures on Physics, contains views “not far from my own.”  And second, because, while of course I’ve written many other popular-level quantum computing essays, with basically all of them, my goal was to get the reader to hear the music, so to speak.  On reflection, though, I think there might also be some value in a piece for business and policy people (not to mention humanist intellectuals) that sets aside the harmony of the interfering amplitudes, and just tries to convey some of the words to the song without egregious howlers—which is what Rebecca’s question about “political and security problems” forced me to do.  This being quantum computing, of course, much of what one finds in the press doesn’t even get the lyrics right!  So without further ado:


Dear Rebecca,

If you want something serious and thoughtful about your question, you probably won’t do much better than the recent essay “The Potential Impact of Quantum Computers on Society,” by my longtime friend and colleague Ronald de Wolf.

To elaborate my own thoughts, though: I feel like the political and security problems raised by quantum computing are mostly the usual ones raised by any new technology (national prestige competitions, haves vs have-nots, etc)—but with one added twist, coming from quantum computers’ famous ability to break our current methods for public-key cryptography.

As Ronald writes, you should think of a quantum computer as a specialized device, which is unlikely to improve all or even most of what we do with today’s computers, but which could give dramatic speedups for a few specific problems.  There are three most important types of applications that we know about today:

(1) Simulation of quantum physics and chemistry. This was Richard Feynman’s original application when he proposed quantum computing in 1981, and I think it’s still the most important one economically.  Having a fast, general-purpose quantum simulator could help a lot in designing new drugs, materials, solar cells, high-temperature superconductors, chemical reactions for making fertilizer, etc.  Obviously, these are not applications like web browsing or email that will directly affect the everyday computer user.  But they’re areas where you’d only need a few high-profile successes to generate billions of dollars of value.

(2) Breaking existing public-key cryptography.  This is the most direct political and security implication.  Every time you visit a website that begins with “https,” the authentication and encryption—including, e.g., protecting your credit card number—happen using a cryptosystem based on factoring integers or discrete logarithms or a few other related problems in number theory.  A full, universal quantum computer, if built, is known to be able to break all of this.

Having said that, we all know today that hackers, and intelligence agencies, can compromise people’s data in hundreds of more prosaic ways than by building a quantum computer!  Usually they don’t even bother trying to break the encryption, relying instead on poor implementations and human error.

And it’s also important to understand that a quantum computer wouldn’t mean the end of online security.  There are public-key cryptosystems currently under development—most notably, those based on lattices—that are believed to resist attack even by quantum computers; NIST is planning to establish standards for these systems over the next few years.  Switching to these “post-quantum” systems would be a significant burden, much like fixing the Y2K bug (and they’re also somewhat slower than our current systems), but hopefully it would only need to happen once.

As you might imagine, there’s some interest in switching to post-quantum cryptosystems even now—for example, if you wanted to encrypt messages today with some confidence they won’t be decrypted even 30 years from now.  Google did a trial of a post-quantum cryptosystem two years ago.  On the other hand, given that a large fraction of web servers still use 512-bit “export grade” cryptography that was already breakable in the 1990s (good news: commenter Viktor Dukhovni tells me that this has now been mostly fixed, since security experts, including my childhood friend Alex Halderman, raised a stink about it a few years ago), it’s a safe bet that getting everyone to upgrade would take quite a long time, even if the experts agreed (which they don’t yet) which of the various post-quantum cryptosystems should become the new standard.  And since, as I said, most attacks target mistakes in implementation rather than the underlying cryptography, we should expect any switch to post-quantum cryptography to make security worse rather than better in the short run.

As a radical alternative to post-quantum crypto, there’s also (ironically enough) quantum cryptography, which doesn’t work over the existing Internet—it requires setting up new communications infrastructure—but which has already been deployed in a tiny number of places, and which promises security based only on quantum physics (and, of course, on the proper construction of the hardware), as opposed to mathematical problems that a quantum computer or any other kind of computer could potentially solve.  According to a long-running joke (or not-quite-joke) in our field, one of the central applications of quantum computing will be to create demand for quantum cryptography!

Finally, there’s private-key cryptography—i.e., the traditional kind, where the sender and recipient meet in secret to agree on a key in advance—which is hardly threatened by quantum computing at all: you can achieve the same level of security as before, we think, by simply doubling the key lengths.  If there’s no constraint on key length, then the ultimate here is the one-time pad, which when used correctly, is theoretically unbreakable by anything short of actual physical access to the sender or recipient (e.g., hacking their computers, or beating down their doors with an ax).  But while private-key crypto might be fine for spy agencies, it’s impractical for widespread deployment on the Internet, unless we also have a secure way to distribute the keys.  This is precisely where public-key crypto typically gets used today, and where quantum crypto could in principle be used in the future: to exchange private keys that are then used to encrypt and decrypt the actual data.

I should also mention that, because it breaks elliptic-curve-based signature schemes, a quantum computer might let a thief steal billions of dollars’ worth of Bitcoin.  Again, this could in principle be fixed by migrating Bitcoin (and other cryptocurrencies) to quantum-resistant cryptographic problems, but that hasn’t been done yet.

(3) Optimization and machine learning.  These are obviously huge application areas for industry, defense, and pretty much anything else.  The main issue is just that we don’t know how to get as large a speedup from a quantum computer as we’d like for these applications.  A quantum computer, we think, will often be able to solve optimization and machine learning problems in something like the square root of the number of steps that would be needed classically, using variants of what’s called Grover’s algorithm.  So, that’s significant, but it’s not the exponential speedup and complete game-changer that we’d have for quantum simulation or for breaking public-key cryptography.  Most likely, a quantum computer will be able to achieve exponential speedups for these sorts of problems only in special cases, and no one knows yet how important those special cases will be in practice.  This is a still-developing research area—there might be further theoretical breakthroughs (in inventing new quantum algorithms, analyzing old algorithms, matching the performance of the quantum algorithms by classical algorithms, etc.), but it’s also possible that we won’t really understand the potential of quantum computers for these sorts of problems until we have the actual devices and can test them out.

 

As for how far away all this is: given the spectacular progress by Google and others over the last few years, my guess is that we’re at most a decade away from some small, special-purpose quantum computers (with ~50-200 qubits) that could be useful for quantum simulation.  These are what the physicist John Preskill called “Noisy Intermediate Scale Quantum” (NISQ) computers in his excellent recent essay.

However, my guess is also that it will take longer than that to get the full, error-corrected, universal quantum computers that would be needed for optimization and (most relevant to your question) for breaking public-key cryptography.  Currently, the engineering requirements for a “full, universal” quantum computer look downright scary—so we’re waiting either for further breakthroughs that would cut the costs by a few more orders of magnitude (which, by their very nature, can’t be predicted), or for some modern-day General Groves and Oppenheimer who’d be licensed to spend however many hundreds of billions of dollars it would take to make it happen sooner.

The race to build “NISQ” devices has been heating up, with a shift from pure academic research to venture capitalists and industrial efforts just within the last 4-5 years, noticeably changing the character of our field.

In this particular race, I think that the US is the clear world leader right now—specifically, Google, IBM, Intel, Microsoft, University of Maryland / NIST, and various startups—followed by Europe (with serious experimental efforts in the Netherlands, Austria, and the UK among other places).  Here I should mention that the EU has a new 1-billion-Euro initiative in quantum information.  Other countries that have made or are now making significant investments include Canada, Australia, China, and Israel.  Surprisingly, there’s been very little investment in Russia in this area, and less than I would’ve expected in Japan.

China is a very interesting case.  They’ve chosen to focus less on quantum computing than on the related areas of quantum communication and cryptography, where they’ve become the world leader.  Last summer, in a big upset, China launched the first satellite (“Micius”) specifically for quantum communications, and were able to use it to do quantum cryptography and to distribute entanglement over thousands of miles (from one end of China to the other), the previous record being maybe 100 miles.  If the US has anything comparable to this, it isn’t publicly known (my guess is that we don’t).

This past year, there were hearings in Congress about the need for the US to invest more in quantum information, for example to keep up with China, and it looks likely to happen.  As indifferent or hostile as the current administration has been toward science more generally, the government and defense people I’ve met are very much on board with quantum information—often more so than I am!  I’ve even heard China’s Micius satellite referred to as the “quantum Sputnik,” the thing that will spur the US and others to spend much more to keep up.

As you’d imagine, part of me is delighted that something so abstruse, and interesting for fundamental science, and close to my heart, is now getting attention and funding at this level.  But part of me is worried by how much of the current boom I know to be fueled by misconceptions, among policymakers and journalists and the general public, about what quantum computers will be able to do for us once we have them.  Basically, people think they’ll be magic oracles that will solve all problems faster, rather than just special classes of problems like the ones I enumerated above—and that they’ll simply allow the continuation of the Moore’s Law that we know and love, rather than being something fundamentally different.  I’ve been trying to correct these misconceptions, on my blog and elsewhere, to anyone who will listen, for all the good that’s done!  In any case, the history of AI reminds us that a crash could easily follow the current boom-time, if the results of quantum computing research don’t live up to people’s expectations.

I guess there’s one final thing I’ll say.  Quantum computers are sometimes analogized to nuclear weapons, as a disruptive technology with implications for global security that scientists theorized about decades before it became technically feasible.  But there are some fundamental differences.  Most obviously: the deterrent value of a nuclear weapon comes if everyone knows you have it but you never need to use it, whereas the intelligence value of a quantum computer comes if you use it but no one knows you have it.

(Which is related to how the Manhattan Project entered the world’s consciousness in August 1945, whereas Bletchley Park—which was much more important to the actual winning of WWII—remained secret until the 1970s.)

As I said before, once your adversaries realized that you had a universal quantum computer, or might have one soon, they could switch to quantum-resistant forms of encryption, at least for their most sensitive secrets—in which case, as far as encryption was concerned, everyone would be more-or-less back where they started.  Such a switch would be onerous, cost billions of dollars, and (in practice) probably open up its own security holes unrelated to quantum computing.  But we think we already basically understand how to do it.

This is one reason why, even in a hypothetical future where hostile powers got access to quantum computers (and despite the past two years, I still don’t think of the US as a “hostile power”—I mean, like, North Korea or ISIS or something…!)—even in that future, I’d still be much less concerned about the hostile powers having this brand-new technology, than I’d be about their having the generations-old technology of fission and fusion bombs.

Best,
Scott


Unrelated Update (June 8): Ian Tierney asked me to advertise a Kickstarter for a short film that he’s planning to make about Richard Feynman, and a letter that he wrote to his first wife Arlene after she died.

05 Jun 13:41

Everyone complaining about Microsoft buying GitHub needs to offer a better solution

by Peter Bright

Enlarge (credit: Microsoft)

Microsoft is buying GitHub for $7.5 billion dollars, and predictably, there's a developer backlash.

GitHub, though notionally a for-profit company, has become an essential, integral part of the open-source community. GitHub offers free hosting for open-source projects and has risen to become the premiere service for collaborative, open-source development: the authoritative source repository for many of these projects, with GitHub's own particular pull-request-based workflow becoming a de facto standard approach for taking code contributions.

The fear is that Microsoft is hostile to open source and will do something to GitHub (though exactly what isn't clear) to undermine the open-source projects that depend on it. Comments here at Ars, as well as on Slashdot, Reddit and Hacker News, suggest not any specific concerns but a widespread lack of trust, at least among certain developers, of Microsoft's behavior, motives, and future plans for the service.

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04 Jun 12:41

Il primo attacco informatico della storia...nel 1834?

by Paolo Attivissimo
A quando risale il primo abuso di un sistema di telecomunicazione, o di hacking nella terminologia moderna? Secondo questo articolo di Tom Standage, al 1834.

Ovviamente a quell’epoca non c’era Internet e non esistevano i computer, ma la Francia aveva comunque già una propria rete di telecomunicazione nazionale, inaugurata addirittura nel 1794, in piena Rivoluzione Francese: era il telegrafo ottico, composto da catene di torri di segnalazione, piazzate a distanze da 8 a 10 chilometri l’una dall’altra e dotate di un braccio rotante che reggeva due bracci più piccoli alle estremità.

Questi bracci potevano essere orientati in vari modi per comporre un complesso codice di simboli, che venivano trasmessi da una torre all’altra con un sistema molto semplice: l’operatore della torre ricevente guardava con il cannocchiale i simboli mostrati dalla torre trasmittente e poi li ripeteva muovendo i bracci della propria torre. I suoi movimenti venivano visti dall’operatore della torre successiva, che li ripeteva a sua volta, e così via finché il messaggio arrivava a destinazione.

Con questo sistema i messaggi viaggiavano a circa 500 chilometri l’ora, coprendo per esempio la distanza fra Parigi e Lille (230 km) in una mezz’oretta, in un’epoca nella quale l’alternativa più celere, un corriere a cavallo, avrebbe impiegato almeno trenta ore. La Francia costruì una rete di 556 stazioni semaforiche che coprivano circa 4800 chilometri, e altri paesi europei realizzarono reti analoghe.

Visti i vantaggi strategici delle comunicazioni rapide, il telegrafo ottico era riservato ad usi governativi e militari. Napoleone Bonaparte portava sempre un telegrafo ottico portatile nel proprio quartier generale e fece estendere la linea da Parigi a Milano, Torino e Venezia.

Per tutelare la riservatezza dei messaggi veniva usata una forma di cifratura, per cui i telegrafisti non conoscevano il contenuto dei messaggi che ripetevano. Soltanto chi inviava un messaggio e chi lo riceveva potevano decodificarlo. In altre parole, il telegrafo ottico aveva la crittografia end-to-end come ce l’ha oggi WhatsApp. Era Internet in versione steampunk.

By Jeunamateur - Own work d'après "La télégraphie Chappe", FNHAR, 1993, CC BY-SA 3.0, Wikimedia.

Se vi interessano i dettagli tecnici e la storia del sistema, su Difesa.it (tramite Archive.org) trovate un ricchissimo approfondimento (PDF) del professor Francesco Frasca. Altre informazioni sono su Wikipedia e su Posta e società.

Ma come fu possibile “hackerare” un sistema di telecomunicazione militare cifrato, e soprattutto perché? E chi furono questi proto-hacker?


Hacker nel 1834


È qui che entrano in scena i fratelli François e Joseph Blanc, due banchieri che operavano sulla borsa di Bordeaux. Assoldarono a Parigi un collaboratore che teneva sotto osservazione la borsa parigina, la più importante e influente di Francia, e passava informazioni sugli andamenti più significativi a un operatore del telegrafo ottico a Tours, sulla linea che trasmetteva i dati fino a Bordeaux.

Siccome la rete telegrafica era solo per uso governativo e un messaggio non autorizzato sarebbe stato immediatamente evidente a tutti, i fratelli Blanc trovarono il modo di annidare i propri messaggi dentro quelli autorizzati: usarono i simboli adoperati per indicare le correzioni.

I due corruppero l’operatore telegrafico a Tours, dandogli istruzioni di commettere degli errori molto specifici nelle trasmissioni, lasciando che si propagassero lungo la linea, e poi di correggerli poco dopo. Gli errori rappresentavano in codice gli andamenti di borsa a Parigi. Un complice che viveva vicino all’ultima stazione lungo la linea, vicino a Bordeaux, prendeva nota degli errori e li riferiva ai fratelli Blanc. In termini moderni, i Blanc usavano la steganografia.

Il sistema consentì ai fratelli Blanc di conoscere gli andamenti parigini (e i loro effetti sulla borsa di Bordeaux) cinque giorni prima dei propri concorrenti locali, visto che la posta da Parigi ci metteva appunto cinque giorni ad arrivare a Bordeaux tramite carrozze trainate da cavalli, e così i fratelli guadagnarono giocando d’anticipo.

Riuscirono a farla franca per due anni, fino a quando il loro operatore complice si ammalò e rivelò tutto il meccanismo a un amico dal quale sperava di farsi sostituire. Ma quando i fratelli Blanc furono smascherati, le autorità si accorsero che non c’erano leggi che vietavano specificamente l’iniezione di messaggi privati nella rete del telegrafo ottico e quindi i due rimasero a piede libero.

Morale della storia: le intrusioni nelle reti restano spesso invisibili a lungo, perché gli intrusi non hanno interesse a farsi notare; l’elemento più fragile della catena della sicurezza è quello umano, per cui pensare alla sicurezza solo in termini di tecnologia è sbagliato; e c’è sempre un modo per abusare di qualunque sistema, specialmente se c’è un incentivo economico per farlo. La storia dei fratelli Blanc dimostra che queste sono regole senza tempo.


Fonte aggiuntiva: Inc.com.
Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.
04 Jun 08:24

Saturday Morning Breakfast Cereal - State of the Union

by tech@thehiveworks.com


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I'm gonna start a graphic novel about a world where there are no crowds, buildings, bicycles, cars, or horses.


Today's News:
31 May 12:53

patently...

i_only_intend_to_use_this_patent_defensively_but_no_promises
31 May 09:00

Saturday Morning Breakfast Cereal - Math and War

by tech@thehiveworks.com


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Shoot at me! Shoot at me! I need more data!


Today's News:
29 May 08:15

Saturday Morning Breakfast Cereal - Help

by tech@thehiveworks.com

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Today's News:
29 May 08:11

05/25/18 PHD comic: 'Summer'

Piled Higher & Deeper by Jorge Cham
www.phdcomics.com
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title: "Summer" - originally published 5/25/2018

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24 May 08:32

Business Update

Our customers keep sending us their personal information, even though we've repeatedly asked them to stop. The EU told me I'm the heir to some ancient European throne that makes me exempt from the GDPR, but we should probably still try to fix that.
23 May 17:13

Saturday Morning Breakfast Cereal - Why

by tech@thehiveworks.com


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Politics is like marriage - the goal is to win.

New comic!
Today's News:
22 May 09:24

Search for Tensor, Vector, and Scalar Polarizations in the Stochastic Gravitational-Wave Background

by B. P. Abbott et al. (LIGO Scientific Collaboration and Virgo Collaboration)

Author(s): B. P. Abbott et al. (LIGO Scientific Collaboration and Virgo Collaboration)

Data from Advanced LIGO place the first direct bounds on the contributions of vector and scalar polarizations to the gravitational wave stochastic background.


[Phys. Rev. Lett. 120, 201102] Published Wed May 16, 2018

18 May 13:05

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by Scandinavia and the World
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16 May 14:30

Compromesso Tehran

by Cesare Alemanni

E ntrando a Tehran, un tassista che sa dire “dove la porto?” e altre espressioni tipiche del suo lavoro in un numero impressionante di lingue, indica un’enorme torre di cemento abbrustolita dallo smog. Coi suoi 435 metri spunta dall’intreccio urbano come uno spillo attraverso un tessuto. Nel suo genere è la sesta torre più alta al mondo e la sagoma mi ricorda vagamente la Fernsehturm con cui mi orientavo quando vivevo a Berlino. Gli domando a cosa serva e mi risponde con il po’ di italiano che studia con passione da autodidatta: “È per ascolta. Per ascolta gente. Per ascolta città”. Accompagna queste parole con un movimento circolare dell’avambraccio, a palmo della mano rivolto verso il basso, e una risata asciutta che mi fa pensare alla famosa citazione apocrifa di Flaiano: “la situazione è tragica ma non seria”.

Il mio primo impatto con l’Iran è dunque quest’uomo loquace e poliglotta, la barba di tre giorni e le fotocopie sgualcite di una grammatica italiana nel cruscotto. A meno di un’ora dal mio arrivo, il suo sarcasmo mi dimostra che una teocrazia islamica non somiglia, come ingenuamente pensavo, a un monolite di granito popolato da devoti pronti al martirio.

Due giorni dopo saliamo su quella stessa torre per abbracciare il panorama di Tehran dall’alto: da una parte le montagne, dall’altra il deserto, nel mezzo una distesa di quartieri color sabbia spezzata da smisurati raccordi autostradali. La vista enfatizza i sedimenti dell’abitato: al centro l’organizzazione densa e impermeabile dei mahalleh ottocenteschi; nel mezzo ciò che resta della pianificazione urbanistica progettata negli anni ‘60 dall’austriaco Victor Gruen; alle estremità l’odierno e spugnoso proliferare di vasti insediamenti semi-informali.

La torre si chiama Milad, come un personaggio della Shahnama, il più importante poema epico del medioevo persiano, il più lungo mai scritto da un singolo autore – Ferdowsi – nella storia dell’umanità. Oggi è una delle principali attrazioni di Tehran e ospita un complesso di bar e negozi gestiti da un personale molto cortese che prima ci scambia per iraniani e poi ci domanda la nazionalità per “ragioni statistiche”. Sembra tutto tranne la centrale di una Stasi locale e mi ritrovo a chiedermi se il tassista non mi abbia semplicemente rifilato una leggenda urbana tinta di paranoia. La versione ufficiale è che si tratta solo di una torre per le telecomunicazioni inaugurata nel 2009: vistoso emblema della baldanza dell’Iran di Ahmadinejad.

È il primo di numerosi episodi che mi aiuteranno a capire come chiacchiera (forse) paranoica e verità (forse) di regime, esistenza pubblica e sfera privata, da queste parti ballino una continua danza semantica che disegna i contorni della vita nella seconda Repubblica Islamica al mondo. In una simmetria delle contraddizioni, ogni cosa qui proietta un’ombra sbiadita, all’apparenza identica a se stessa ma di fatto fuori fuoco. Persino la moneta, fisicamente sempre uguale come identico è il suo potere d’acquisto, per ragioni di inflazione ha due nomi e due valori nominali differenti: rial e toman. Per passare dall’una all’altra dicitura basta sottrarre uno zero, ci spiegano, ma l’utilità di questo procedimento resta oscura agli stessi iraniani, figuriamoci allo straniero.

“L’Iran è un luogo che vive al cento per cento di compromessi e contraddizioni”, mi dice Bijan, uno studente di filosofia ventottenne, specializzando in Lyotard all’Università di Tehran. Che in un paese impregnato da una forte ideologia religiosa si studi l’autore della “fine delle grandi narrazioni” è già di suo un fatto che mi sorprende. “Non dovrebbe” – continua Bijan – “finché non si muovono critiche esplicite all’ordine costituito nessuno si preoccupa troppo di censurare le idee”. Non fatico a credergli. Sono in città da meno di una settimana e ho già fatto l’abitudine alle ambivalenze locali.

Ci sono però anche aspetti della quotidianità locale a cui, per quanto mi sforzi, non riuscirò mai a fare il callo: per esempio che un’autorità religiosa possa stabilire cosa sia ammissibile bere o indossare. Quando glielo faccio notare, Bijan replica con un’osservazione che la dice lunga sul grado di stoicismo raggiunto dagli iraniani laici a riguardo: “se ci pensi l’hijab richiesto in Iran è davvero poco più di un foulard che lascia gran parte della chioma scoperta: una cosa impensabile in altri paesi islamici. È solo un altro compromesso”.

Un dilemma
Un compromesso che evidentemente va stretto ai molti iraniani mobilitatisi a sostegno di Vida Movahed, una trentunenne che lo scorso dicembre ha sventolato per oltre un’ora il suo “foulard” sulla Khiaban-e Enqilab (Via della Rivoluzione), una delle arterie più trafficate di Tehran e un luogo significativo per almeno due ragioni:  è la strada dove nel 1978 scoccarono le scintille del khomeinismo e oggi rappresenta l’ideale spartiacque tra la ricca e secolarizzata bala-ye shahr, la città alta a nord, e la povera e devota paeen-e shahr, la città bassa meridionale.

Il fermo temporaneo della Mohaved e di altre “sventolatrici” non ha smorzato le proteste anti-hijab, trasferitesi nel frattempo online e alimentate da un dato diffuso, poche settimane dopo, dalla Segreteria del Presidente Hassan Rouhani: il 49,8% degli iraniani preferirebbe che il velo fosse una libera scelta. Un tempismo che somiglia molto a un preciso invito del moderato Rouhani ad aprire un dibattito sul tema, solo uno dei tanti al cuore del dilemma iraniano da Khomeini a oggi: “la Repubblica Islamica è prima di tutto Islamica e dedita all’imposizione delle rigide strutture della legge Islamica o è prima di tutto una Repubblica, in cui i diritti individuali sono prioritari rispetto alle leggi religiose?” (Robin Wright, The New Yorker, 7 febbraio 2018).

In una serata quasi estiva lambiamo in macchina un’area molto particolare di Tehran: una specie di enclave protetta in cui vivono le famiglie dei Sepāh-e Pâsdârân, ovvero le famigerate Guardie della Rivoluzione. Istituita da Khomeini nel 1979, si tratta di una aristocrazia militare che – a seconda dell’interlocutore con cui ne discuto – pare contare tra le sue fila i più grandi eroi della storia nazionale o gli individui più corrotti del paese. Tutti concordano però su questo: nessuno più dei Pâsdârân regola gli equilibri del dilemma di cui sopra. È infatti opinione comune che siano così potenti e facoltosi (controllano il 30% delle grandi aziende iraniane) da rappresentare ormai “uno stato nello stato” e che in Iran non si muova foglia, non cominci dibattito, non passi legge, senza il loro consenso.

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Veduta di Tehran dalla torre Milad. © Giovanna Silva.

E la loro influenza non si limita ai soli confini nazionali. Attraverso i reparti speciali Quds, diretti dal controverso generale Qasem Soleimani, i Sepāh giocano ruoli di primo piano in alcuni dei contesti più critici del Medio Oriente: Siria, Afghanistan, Iraq, Yemen, Palestina e Libano, dove supportano formazioni locali quali le milizie Baadr e Houthi, Hamas e Hezbollah (che hanno contribuito a fondare). Anche per queste connessioni sono universalmente considerati tra i principali agenti del caos dello scacchiere mediorientale e tra i maggiori responsabili della recente escalation di tensione nei rapporti tra Iran e Israele. Al punto che, in aggiunta al fresco abbandono dell’accordo sul nucleare, l’amministrazione Trump starebbe anche vagliando la loro inclusione nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali. Si tratterebbe di una classificazione senza precedenti per una milizia ufficialmente riconosciuta dal proprio paese.

Quando dal Pentagono questa voce è rimbalzata fino in Iran, la replica del Generale Mohamed Jafari, capo militare delle Guardie, non si è fatta attendere e  decisamente non ha brillato per diplomazia: “in tal caso tratteremo le truppe americane di stanza in Medio Oriente come l’Isis”. Come già accaduto in passato, lo sfoggio muscolare americano ha ottenuto quindi soltanto di compattare e irrigidire il fronte interno iraniano, costringendo Rouhani a spendere pubbliche parole di solidarietà per le Guardie, quando invece da anni il suo governo lavora dietro le quinte per arginare la loro influenza, soprattutto in materia economica. I Sepāh, dal canto loro, hanno strumentalizzato le dichiarazioni del Presidente per rimarcare “la distanza tra le sue parole e le sue azioni”, solo l’ultimo episodio di una campagna di delegittimazione che portano avanti da quando Rouhani ha iniziato a intaccarne i profitti e finalizzata alla promozione di un loro candidato ultra-conservatore alle prossime elezioni del 2021.

Ancora all’oscuro di tutti questi intrighi machiavellici, mentre mi sfilano di fronte osservo le abitazioni in cui vivono queste specie di superuomini persiani. Sembrano molto vigilate ma anche, viste da fuori, piuttosto frugali. “In quanto miliziani devoti devono dare l’impressione di vivere con grande semplicità” – mi spiega Davoud, un giovane intellettuale che ci fa da cicerone in città – “ma non è un mistero che dietro queste mura si trovino alcuni degli appartamenti più lussuosi della città”.  In uno di essi vive una sua amica, figlia di una delle Guardie più in vista. Me la descrive come una specie di it girl della scena hipster di Tehran, famosa per le feste che organizza, per i pregiati alcolici d’importazione che versa ai suoi ospiti, per il fatto che, appena varcata la sua soglia, alle donne è concesso togliersi il velo. Il tutto – ovvio – in flagrante violazione di numerose leggi della sharia su cui, in teoria, il padre dovrebbe vigilare.

Un crimine contro Allah
Non tutti possono permettersi di infrangere i precetti coranici brindando con costose bottiglie francesi o italiane e così, chi desidera comunque farlo si arrangia come può. Il giorno prima di costeggiare il quartiere dei Sepāh a bordo di una monovolume che vibra al ritmo di rap in farsi, ci ritroviamo casualmente a festeggiare il Nowruz (il capodanno iraniano che quest’anno cadeva il 20 marzo e celebrava l’anno 1397) a casa di una coppia ben oltre la mezza età. Davanti a una grossa tv sintonizzata su una scadente rom-com inglese con Keira Knightley, l’uomo, baffuto e rotondo, che insiste a condividere con noi le sue letture occidentali sfoderando una serie di scrittori italiani ormai decotti, a un certo punto appoggia sul tavolo due bottiglie e ci domanda quale vogliamo assaggiare. Scegliamo il rosso, non senza un po’ di timore per quello che ci aspetta, e invece dobbiamo ammettere che è sorprendentemente gradevole – giusto un po’ troppo alcolico – per un vino realizzato da lui stesso lasciando fermentare litri di succo d’uva dentro una vasca da bagno. Lusingato dai complimenti e dopo aver rimarcato più volte il suo disprezzo per la bigotteria e le ipocrisie del paese, ci illustra nel dettaglio il suo metodo di fermentazione e infine, in un crescendo di indignazione, conclude: “se volete conoscere il vero volto dell’Islam andate al Gran Bazar e fate caso alla fila di fronte alle bancarelle del succo d’uva!”

Il Gran Bazar è un enorme mercato parzialmente coperto e distribuito su più isolati, il più grande e noto di Tehran. Ci si può trovare una versione contraffatta (ma non solo) di quasi tutto ciò che si produce nel mondo, a patto di riuscire a districarsi tra la congestione dei corpi, l’affastellarsi delle merci e il vociare delle compravendite. Vinta la calca dell’ingresso principale – affacciato su una zona turistica a pochi passi dal Golestan: il palazzo reale dove si è celebrata l’incoronazione dell’ultimo Shah di Persia, Reza Pahlavi – la folla inizia a diradarsi e attraversando il mercato per intero si spunta a Tehran Sud. Qui in pratica comincia un’altra città, la cui demografia è esplosa nel periodo post-rivoluzionario con l’arrivo di numerosi Azeri dagli altopiani del Nord. I tehranesi più urbanizzati li chiamano dahati: un termine dispregiativo per stigmatizzarne la mentalità post-rurale. È lì che, tra una bancarella improvvisata che vende oggetti di terza mano e l’altra, notiamo una lunga fila di uomini piuttosto in là con gli anni, consunti e semi-riversi sul marciapiede. Scaldano rocce di crack su fogli di stagnola e ne ispirano i fumi con sistemi di fortuna. Tutto nella più completa indifferenza dei passanti.

A Tehran l’emarginazione non ha solo i volti scavati di questi anziani tossicodipendenti ma anche quelli, molto più pieni, di migliaia di giovani afgani che ogni anno peregrinano qui in cerca di mansioni ormai disdegnate dai locali. Di lavori molto umili in effetti ne trovano ma, con essi, anche un razzismo allo stato brado, in un contesto culturale così povero di dibattito in merito da considerare ancora la black-face un modo ammissibile di rappresentare le persone di colore. La presenza degli afgani in Iran è un fatto secolare, tuttavia negli ultimi quarant’anni il loro numero è cresciuto esponenzialmente, di pari passo con gli eventi più tumultuosi della recente Storia del loro paese: la guerra coi sovietici negli anni ‘80, la presa del potere dei Talebani nei ‘90, l’invasione americana negli ‘00, la discesa dell’Afganistan in un caos di sigle terroristiche in questo decennio. Secondo le stime delle Nazioni Unite, oggi in Iran vive quasi un milione di afgani. Secondo quelle del Ministero degli Interni iraniano, includendo gli immigrati non registrati, si toccano i due milioni e mezzo. Anche prendendo per buona la cifra più prudente si tratta comunque della più numerosa comunità di rifugiati al mondo.

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A Tehran sud. © Giovanna Silva.

L’unico sistema per rallentarne l’afflusso escogitato dal governo di Tehran è stato di rosicchiare, uno dopo l’altro, i diritti civili di cui i migranti afgani possono godere una volta nel paese. Da anni, per esempio, non gli è più possibile ottenere la cittadinanza né un visto permanente (restrizioni che si estendono anche allo ius soli di eventuali figli nati in Iran). In alcuni distretti addirittura non gli è permesso possedere mezzi di trasporto propri, frequentare alcuni tipi di scuola o svolgere alcuni tipi di impiego. I rimpatri forzati sono all’ordine del giorno e di frequente eseguiti senza considerazione per i diritti umani, per lo status di “rifugiato politico” o per la sorte del rimpatriato al rientro in Afganistan. I processi per eventuali crimini sono spesso sommari e in passato si sono conclusi con sentenze di pubblica impiccagione. Un report di Human Rights Watch del 2014, raccontava infine come migliaia di afgani entrati illegalmente in Iran, siano stati spinti – con la promessa di regolarizzarne la posizione – ad arruolarsi nella brigata afghano-sciita Fatemiyoun. Ufficialmente la loro posizione era di “supporto logistico all’intervento iraniano in Siria” ma la realtà raccontata dai reduci è molto diversa. Disastrosamente equipaggiati e utilizzati per aprire nuovi fronti di combattimento, di fatto fornivano alle milizie regolari quella che si dice “carne da cannone”. Sempre Human Rights Watch, lo scorso ottobre, ha scoperto in un cimitero di Tehran numerose tombe che celebravano il sacrificio di alcuni degli oltre seicento Fatemiyoun morti in Siria dal 2014 a oggi. Su otto lapidi, tra la data di nascita e quella di morte, erano passati meno di quattordici anni.

Secondo il Diritto Internazionale il reclutamento sotto i quindici anni è un crimine contro l’umanità. Secondo il Corano il reclutamento sotto i sedici è un crimine contro Allah.

Non tutte le discriminazioni sono necessariamente macroscopiche, evidenti o legalmente sancite. Ne esistono, è ovvio, anche di più sottili, implicite nelle abitudini di una società ma non per questo causa di minore alienazione o sofferenza per chi le subisce. Uno degli aspetti forse meno discussi del trattamento da paria che i migranti ricevono nei vari contesti in cui vengono messi ai margini è per esempio quello che investe la sfera sessuale. È una cosa a cui mi ero già trovato a pensare osservando i giovani nord- e centro-africani che stazionano tutto il giorno di fronte alla Stazione Centrale di Milano, privi di una qualsiasi valvola di sfogo in tal senso. Ci ripenso – e non potrei non farlo – un pomeriggio ai piedi dell’Azadi, una torre monumentale in marmo bianco di Isfahan, voluta dallo Shah Reza Pahlavi e inaugurata nel 1971 per celebrare i venticinque secoli dalla fondazione dell’Impero Persiano e la ritrovata opulenza dell’Iran, all’epoca terzo esportatore di petrolio tra i paesi OPEC.

Posta a uno degli ingressi della città e al centro di una rotonda sconfinata, quando la visitiamo formicola di giovani uomini: sono centinaia, forse migliaia, tutti maschi, quasi tutti afgani. Formano un’unica massa di corpi allenati e sguardi intimiditi, da cui sprigiona un’atmosfera testosteronica difficile da ignorare. Si sfoga in quella che si può solo descrivere come una intensa bromance sottilmente omoerotica, che in parte è culturale e tipica dei paesi che vanno dalla Turchia all’Asia Centrale, e in parte, presumo, è dettata dalle condizioni di frustrazione sessuale in cui queste centinaia di giovani migranti – pressoché invisibili per le donne iraniane – si trovano a vivere.

Un Re
Hossein Amanat è il nome dell’architetto che, nel 1966, vinse la gara per disegnare la Borje Azadi (“Torre della libertà”), in precedenza nota, per il breve volgere di otto anni, con il nome di Borje Ŝahyād (“Torre dello Shah”) – solo una delle tante mutazioni toponomastiche subite da Tehran con l’avvento di Khomeini. Presentando il progetto allo Shah Reza Pahlavi, Amanat aveva tenuto a sottolineare come la struttura ibridasse ispirazioni contemporanee – su tutte l’Opera House di Sidney, all’epoca ancora in costruzione – ed elementi tradizionali quali le geometrie sassaniane della volta principale.

Il richiamo a questa antichissima scuola architettonica persiana non era peraltro fine a se stesso ma parte di una più ampia strategia culturale dello Shah. Riportando alla luce le radici pre-islamiche dell’Iran, Pahlavi sperava di promuovere una nuova narrazione del paese – un pastiche di Storia e modernità, un artificio retorico che all’epoca ricorreva in molti paesi in via di sviluppo – alternativa a quella delle elite religiose ultra-tradizionaliste che gli erano apertamente ostili.

Mohammad Reza Pahlavi era diventato Shah a trentadue anni nel pieno della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1941 un contingente anglo-sovietico era entrato in Iran senza grande sforzo, aveva detronizzato il padre di Mohammad, in forte sospetto di simpatie naziste, e aveva messo in mano uno scettro al figlio. Le idee politiche del padre di Pahlavi in fondo erano però state poco più di un pretesto. Agli Alleati il controllo dell’Iran era indispensabile per stabilire il cosiddetto “corridoio Persiano”: uno snodo logistico attraverso cui transitarono oltre 18 miliardi di dollari in prestiti militari inviati da Roosevelt e Churchill a Stalin che stava disperatamente resistendo all’invasione nazista.

Finita la guerra, Pahlavi rimase a lungo percepito all’interno e all’esterno dell’Iran come un Re fantoccio, una marionetta di Londra e Washington che passava più tempo a scrivere poesie in francese che a governare. Di certo non lo aiutò a scrollarsi questa etichetta, la scelta di avallare un piano della CIA per rovesciare il governo di Mohamed Mossadeqh, un primo ministro democraticamente eletto che, agli occhi degli interessi occidentali e in particolare britannici, si era macchiato della “colpa” di aver promosso la nazionalizzazione dell’industria petrolifera iraniana sottraendola al controllo della Anglo-Persian Oil Company (in seguito divenuta British Petroil). Da lì a finire sulla lista nera del notoriamente vendicativo Churchill e a venir frainteso come un potenziale comunista dal mai abbastanza paranoico Eisenhower, il passo fu breve e il destino di Mossadegh segnato: tre anni di carcere e arresti domiciliari a vita.

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La torre Azadi. © Giovanna Silva.

Era il 1953, Pahlavi regnava già da dodici anni ma di fatto – esclusa una parentesi da consigliere del padre – non aveva mai preso una decisione politica in vita sua. Si ritrovò quindi di colpo a essere l’unica guida di un paese che già prima del coup vedeva in lui un contrappunto stonato all’amatissimo ex premier, e dopo un evidente traditore degli interessi nazionali. Deciso a recuperare l’affetto dei suoi sudditi e il rispetto delle elite che lo consideravano un uomo debole, narciso e viziato, dalla seconda metà anni ’50 Pahlavi cominciò via via ad agire in modo politicamente più incisivo e a concepire se stesso nelle vesti del sovrano progressista. Sfortunatamente privo della sensibilità per cogliere che la mentalità di molti iraniani non poteva essere cambiata dal giorno alla notte, negli anni ’60 avviò un esteso programma di riforme (Rivoluzione Bianca) che, venendo percepito come un’imposizione dall’alto, lo portò ad alienarsi gli strati più conservatori della società. Se li fece definitivamente nemici quando, nel 1964, decise di esiliare uno dei loro punti di riferimento: l’Ayatollah Ruhollah Khomeini.

Con la Rivoluzione Bianca, Pahlavi sperava di costituire un soggetto sociale maggioritario di tipo moderno. Una classe media secolarizzata che – arricchita dallo sviluppo economico e modernizzata da riforme costituzionali quali l’apertura al voto femminile – gli sarebbe stata leale in caso di avversità. Col senno di poi, il giudizio storico gli è però decisamente sfavorevole. Pahlavi riuscì sì a sciogliere alcuni antichi legami clientelari e religiosi inscritti in profondità nella società iraniana ma non fece abbastanza per crearne di nuovi a sua tutela. Di fatto, senza accorgersene contribuì a costituire un ceto di cani sciolti: masse di ignavi politici più impegnate a fiutare l’aria per assicurarsi la sopravvivenza che a dimostrare lealtà a chicchessia.

Allo stesso tempo, con il ricorso a forme di repressione spesso brutali, contribuì a gonfiare di risentimento gli iraniani più tradizionalisti: milioni di cittadini che non solo non si erano fatti intorpidire dal nuovo benessere ma disprezzavano l’occidentalizzazione dei costumi e si riconoscevano ancora fortemente in Ayatollah in esilio. Messi insieme tutti questi ingredienti, si capisce perché quella che doveva essere una evoluzione socialdemocratica del paese, “disegnata per prevenire una Rivoluzione Rossa, finì invece con lo spianare la strada a una Rivoluzione Islamica” (Ervand Abrahamian, Iran Between Two Revolutions, Princeton Press).

Una Rivoluzione
Mascherate dai dividendi del petrolio, schizzati alle stelle dopo la crisi energetica del ’73, le zoppie del riformismo di Pahlavi rimasero a lungo nel cono d’ombra della Storia. Ancora a metà degli anni ’70, lo Shah, che era sempre parso preferire le lusinghe dei “grandi della Terra” all’apprezzamento dei suoi concittadini, si prendeva le copertine delle principali riviste occidentali che lo incensavano come uno dei leader più abili del pianeta. Un “despota illuminato”, lo incoronava Richard Nixon nel ’71. “Un’isola di stabilità in un mare di incertezze”, lo definiva Jimmy Carter in un’intervista rilasciata al TIME nel ’77. L’uomo che avrebbe portato il suo paese a superare “gli standard di vita americani entro vent’anni”, diceva Mohammad Reza di se stesso, giusto un anno prima, a un giornalista egiziano.

E in effetti per tutti gli anni ’70, l’Iran crebbe a ritmi da boom e Tehran in particolare veniva celebrata come una delle città culturalmente più vivaci, mondane e moderne dell’intero spicchio mediorientale, anche per merito delle ambiziose visioni urbanistiche del già citato Victor Gruen. Quando però le previsioni di crescita del PIL, poco realisticamente tarate sull’impennata del prezzo del petrolio del ’73, si scontrarono con la contrazione dell’economia globale del biennio ’77/’78, la realtà, come spesso fa quando la si trascura troppo, si presentò per riscuotere il conto.

In principio parvero risibili e disorganizzate manifestazioni di isolato scontento. C’era chi si lamentava dell’iniqua redistribuzione della ricchezza, chi dell’eccessiva secolarizzazione del paese, chi della corruzione delle burocrazie, chi degli stravaganti lussi che i reali si concedeva pubblicamente. I più determinati erano ovviamente i familiari delle migliaia di dissidenti politici scomparsi tra le grinfie della SAVAK, la polizia segreta dello Shah addestrata dalla CIA. Per tutto il suo regno, infatti, Pahlavi non trascurò mai di mescolare l’ambrosia del benessere con il ricino della repressione.

L’unica cosa certa è che i manifestanti provenivano da estrazioni molto diverse: intellettuali di sinistra che auspicavano la socializzazione dei profitti del petrolio, ultra-tradizionalisti che incitavano il ritorno dell’Ayatollah, studenti, emarginati, professionisti, dipendenti pubblici, agitatori di professione, antagonisti personali di Pahlavi. Sembravano pezzi troppo eterogenei per comporre un unico puzzle. E invece, anche grazie a due inattesi alleati, finirono per trovare gli incastri.

Un ritaglio di giornale del 1979. © Giovanna Silva.

Da un lato le repressioni indiscriminate dello Shah dotarono i rivoltosi di un unico esprit de corps che inizialmente non possedevano. Dall’altro – come avrebbero fatto trent’anni dopo con le Primavere Arabe – le intellighenzie progressiste occidentali scambiarono quella che era una feroce lotta di potere interna a un singolo paese per un’insurrezione fondata su principi democratici universali, finendo così con fornire un’enorme cassa di risonanza alle predicazioni di Khomeini. Dal New York Times alla BBC, i media occidentali facevano infatti la fila di fronte al suo eremo parigino per ritrarlo come un mistico perseguitato che non desiderava altro che la “liberazione spirituale” del suo popolo dal giogo dell’ “oppressione materialista” dello Shah.  Capirono troppo tardi che dietro l’aura da mistico di Khomeini, c’era in realtà un uomo che si esprimeva così: “Sì, noi siamo reazionari e voi intellettuali illuminati: voi intellettuali non volete farci tornare indietro di 1400 anni. Voi che volete la libertà, la  libertà per ogni cosa, la libertà dei partiti, voi che volete tutte le libertà, voi intellettuali: la libertà che corromperà i nostri giovani, la libertà che spianerà la strada al nostra oppressore, la libertà che trascinerà la nostra nazione nell’abisso”.

I bobos di Londra e New York non furono però i soli a farsi sedurre dalle ieratiche sopracciglia dell’Ayatollah. In Iran Awakening, il Premio Nobel Shirin Ebadi ricorda infatti i tanti giovani e benintenzionati iraniani – lei e molte altre donne istruite in testa – che nella iniziale confusione di schieramenti caddero vittime della vaghe promesse di palingenesi ed equità sociale fatte dalla Rivoluzione. Capirono solo troppo tardi che la loro entusiastica adesione sarebbe stata utilizzata per istituzionalizzare una notevole perdita di laicismo, libertà personali, pari opportunità e l’obbligo di indossare un “foulard”.  

Dopo una lunga stagione di scontri intestini tra le varie correnti della Rivoluzione –  aggravata nel 1980 da un durissimo conflitto con l’Iraq, sostenuto e armato da Reagan – a partire dal 1982 la situazione si andò infatti progressivamente cristallizzando. Il nuovo Iran che usciva dal fervore rivoluzionario era, a tutti gli effetti, una Repubblica Islamica con un codice legale basato in larga misura sulla sharia

Il Grande Ayatollah Ruhollah Khomeini, rientrato a Tehran nel 1979, ne era il Leader Supremo.

Si concludeva così, con successo, la “prima scalata islamista al potere di un grande paese” (Gli Anni del Terrore, Lawrence Wright, Adelphi 2016) e l’Iran diventava il modello a cui guardare per tutti gli islamisti radicali del mondo. Che uno dei paesi più ricchi e moderni dell’intero mondo musulmano si fosse trasformato in una teocrazia nel giro di pochi anni, gli forniva la speranza che la stessa cosa potesse ripetersi altrove.

Uno sguardo
Di quegli anni di grandi tensioni politiche Tehran porta ancora diversi segni, tra questi l’ex-ambasciata americana oggi riconvertita a museo della propaganda anti-occidentale. È un palazzo basso, color nocciola e macadamia, protetto da una cinta muraria coperta da dipinti che augurano svariati tipi di “death to America” e che necessitano di qualche restauro, come del resto tutto l’edificio. È qui che si è svolta la famosa “crisi degli ostaggi” – cinquantadue diplomatici e militari statunitensi tenuti in ostaggio da un gruppo di studenti musulmani dal novembre 1979 al gennaio 1981 – che fa da sfondo ad Argo, il film di Ben Affleck premiato con l’Oscar nel 2013.

Varcato l’ingresso della palazzina veniamo subito intercettati dall’unica persona presente: un trentenne baffuto che parla un ottimo inglese. Si offre di farci da guida per i vari locali: qui la stanza a prova di cimice in cui l’ambasciatore svolgeva gli incontri più delicati, là l’interno della CIA a cui si accedeva solo conoscendo un complesso rituale di gesti che includeva pigiare il piede destro su uno specifico punto di una pedana prima ancora di poter digitare un codice segreto su una pulsantiera, laggiù i macchinari con cui gli americani hanno fatto a striscioline i documenti più riservati mentre le difese dell’ambasciata cadevano una dopo l’altra.

L’effetto è quello di trovarsi in una capsula del tempo chiusa nel 1979: ogni goffo e ingombrante, ma all’epoca avanzatissimo, computer che oggi occuperebbe lo spazio di un chip, è stato preservato come se l’irruzione fosse avvenuta il giorno prima. Uno schedario porta ancora i segni dei proiettili sparati per sfondarlo e le bruciature del metallo intorno ai fori d’ingresso pare non abbiano mai smesso di scottare. Su un altro gli occupanti hanno dovuto lavorare per giorni prima di riuscire a forzarlo. Ci hanno provato in ogni modo e alla fine ce l’hanno fatta grazie uno speciale martello pneumatico fatto arrivare dalla Germania. Leggo la targhetta adesiva appiccicata a uno dei cassetti ormai divelti –  dice: “Made in Wyoming, 1972” – e penso a tutti quei piccoli dettagli che sopravvivono totalmente ignorati tra le pieghe delle grandi storie della Grande Storia.

Ogni spiegazione di ogni oggetto e di ogni sua losca funzione è immancabilmente accompagnata, almeno nel tono tra l’affranto e il compiaciuto della guida, da un sottile e implicito giudizio sui porci yankee. E ogni volta, quando l’ha terminata, mi sento scrutare in cerca di un qualche cenno di neutrale approvazione. Sotto quello sguardo provo costantemente un leggero disagio che, insieme a una sua certa tendenza all’apodittica, mi rende difficile porgli ulteriori domande. Non saprei descriverla che come una scissione nel profondo della mia identità, una piccola sindrome di Stoccolma che, in un luogo come questo, chiama direttamente in causa tanto il fatto che il mio è indubbiamente un passaporto occidentale, quanto il fatto che indubbiamente non è un passaporto americano. Da una parte vorrei poter genuinamente simpatizzare con il modo in cui il suo sguardo si poggia su tutto quanto mi sta mostrando, dall’altra vorrei chiedergli quanta empatia gli sembrerebbe abbastanza. Quanto disprezzo del mondo in cui vivo da 35 anni – e che i “suoi nemici” hanno grandemente contribuito a plasmare – dovrei mostrare per soddisfarlo.

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L’interno dell’ex ambasciata americana a Tehran. © Giovanna Silva.

Quasi al termine della visita ci accompagna in una stanza piuttosto spoglia – l’ufficio amministrativo del museo – e ci fa segno di sedere mentre lui prende posto all’altro lato di una lunga scrivania. Con fare da catechismo ci mostra alcuni libri. Pubblicati tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 sono il risultato di un lavoro decennale di ricomposizione delle striscioline di cui sopra, in cui sono stati coinvolti anche numerosi bambini (“per loro era divertente, era come fare un puzzle”, ci spiega serafico) e contengono le fotocopie (con traduzione in arabo e in farsi a fronte) dei più significativi segreti americani recuperati durante il sacco dell’ambasciata. Hanno titoli auto-evidenti come American Middle-East Strategy 1955 – 1975  o Oil Economy 1973 e così via. I volumi sono tantissimi, quasi tutti con copertine graficamente molto interessanti, e il giorno seguente ne compreremo quattro per pochissimi rial in una libreria dell’usato vicino alla Enqilab. Al termine della “presentazione” ci prega di fermarci ancora qualche minuto. Vuole mostrarci un video.

Sono già pronto ad assistere a immagini cruentissime e invece il video si rivela essere un cartone animato. Utilizza un linguaggio visivo che mi ricorda quei filmati, stupidi e iper-semplificanti, che le start-up occidentali commissionano a qualche animatore sottopagato di Brooklyn o Kreuzberg per sintetizzare i loro servizi con qualcosa di più colorato e divertente di un keynote. È tutto un susseguirsi di illustrazioni che si trasformano in qualcos’altro: grafici a torta che diventano pianeti, forme che diventano persone, copricapi di Ayatollah che diventano cartine geografiche, matite che diventano missili e così via. Tutto scorre velocissimo, così veloce che sembra un errore, il volume non è molto alto, l’inglese ha un forte accento mediorientale e quindi ci metto un po’ a capire cosa sto guardando anche perché inizialmente mi sembra tutto abbastanza illogico. A un certo punto ho un’illuminazione: si tratta di una Storia alternativa, di un what if?, di un’ucronia. È il racconto di un universo parallelo in cui è l’Iran ad aver fatto agli Stati Uniti quello che secondo molti iraniani – e in alcuni casi anche gli storici occidentali e la stessa CIA – gli Stati Uniti hanno fatto all’Iran: il rovesciamento di un premier molto amato, una guerra decennale usando un paese confinante come braccio armato (nel video è il Canada a fare le veci dell’Iraq e la cosa mi fa sorridere), una lunga politica di ingerenze e così via.

Il filmato termina. Di nuovo quello sguardo.

Un punto di non ritorno
Per uscire dall’ambasciata dobbiamo passare di fronte ai poster kitsch che compongono la parte più rozzamente “propagandistica” della visita. Mi rimane impresso quello che sembra una pubblicità di KFC, soltanto che al posto dell’abituale The Colonel in questo caso c’è una caricatura di Netanyahu e una scritta che dice “Killing Palestine Children”. E poi: un fotomontaggio di Obama con una lunga barba sale e pepe e un turbante nero alla maniera dell’ISIS. Ironicamente è identico alle tante immagini del genere prodotte in seno alla proto-alt-right americana all’epoca delle assurde polemiche sul certificato di nascita dell’ex-presidente. Più di tutto però mi colpisce un graffito tricolore – ambra, turchese e mogano – che gira intorno alla rampa delle scale che porta al primo piano. Stilisticamente indistinguibile da quelli che si possono incontrare in un qualsiasi angolo di Occidente, è un ciclo pittorico che, in una serie di scene madri, esalta i fallimenti della politica americana in Medio Oriente dall’11 settembre in poi. Non è tanto il ribaltamento di prospettiva a straniarmi quanto l’adozione di una tecnica – il ciclo – tipica del medioevo cristiano e di un linguaggio – il writing – nato proprio nella città delle Torri Gemelle.

Il video in stile Silicon Valley e il graffito in stile 5 Pointz sono solo le prime occorrenze di una più diffusa dissonanza cognitiva che Tehran non cesserà di stimolare per tutto il mio soggiorno. Ogni muro significativo della città è infatti coperto di enormi illustrazioni semioticamente identiche a quelle che in altre metropoli promuoverebbero l’ultima app della gig-economy o un nuovo smartphone. Qui invece celebrano le grandi gesta di qualche Sepāh, la probità della gioventù iraniana, le virtù dell’Islam. Come mi spiega Davoud, le illustrazioni sono tutte farina del sacco di uno stesso studio di design, dal gusto estremamente contemporaneo e occidentale, che lavora quasi esclusivamente su commissioni governative. Su due piedi mi sembra una resa evidente a “forme del comunicare” esogene. Su due piedi mi sembra un punto di non ritorno.  

Questo fiorire di turbo-pop istituzionalizzato convive, muro a muro, con numerosi e severi ritratti di Khomeini, del suo successore Ali Khamenei o con vecchi murales scrostati dal gusto più marcatamente persiano. Soprattutto convive con le infinite schiere di volti dei “martiri” della Rivoluzione e della guerra con l’Iraq realizzati a inizio anni ‘80. Disegnati con uno stile semplice, essenziale e quasi naif, i martiri hanno profili barbuti e teste ricciolute, visi spesso molto giovani e quasi indistinguibili tra loro, resi ancora più tali dall’essere stati eternati con indosso un’identica divisa. Posseggono tutti il genere di sguardo pieno di fervore e devozione e sacrificio in nome di qualche impalpabile e astratto valore ultraterreno, che, prima di atterrare qui, ingenuamente pensavo di incontrare quasi dovunque, tra i vivi, e che, invece, nel 2018 a Tehran sopravvive quasi soltanto nel languido ammonimento di questi morti in avanzata fase di sbiadimento. In avanzata fase di oblio simbolico, a favore della gigantografia di qualche personaggio più recente che potrebbe essere stata realizzata da Jorit Agoch.

Aggirarsi oggi per Tehran significa anche scoprire che la caffetteria del museo d’arte contemporanea serve lo stesso tè matcha e la stessa cheese cake servite alla Tate o al MoMa. Che i negozi sportivi vendono Jordan limited edition, New Balance 998, magliette di Lebron James e Cristiano Ronaldo. Che le t-shirt più indossate sono repliche di Balenciaga, Diesel e Ralph Lauren. Che i localetti dove si consumano centrifughe alla carota e zenzero su banconi in finto abete non mancano. Aggirarsi per Tehran insomma è un costante promemoria della pressione capillare – mimetica e memetica – che il soft-power occidentale riesce ancora e dovunque a esercitare. Compreso su un paese che censura sistematicamente alcuni dei suoi più potenti cavalli di Troia: il cinema, la televisione, numerosi indirizzi internet, alcune dirette sportive.

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Ritratti di martiri della rivoluzione. © Giovanna Silva.

A giudicare dal volto che mostra la sua capitale, l’impressione è che l’hardware politico dell’Iran sarà forse ancora quello di una teocrazia Islamica ma che per molti, forse la maggioranza, degli abitanti di questa città, i software culturali più amati siano ormai quelli dei nemici giurati di coloro che l’hardware l’hanno progettato, assemblato e che, per il momento, hanno ancora saldamente il dito sull’interruttore. Fino a quando? Non si sa. Fino a quando probabilmente, per parafrasare Keats, “le cose si dissoceranno, il centro non terrà e la pura anarchia si rovescerà sul mondo”.

Come mi dice Davoud, davanti a una birra analcolica che beviamo inerpicati nell’angusto soppalco di un baretto scuro e fumoso: “l’Iran è un paese chiuso, orgoglioso di esserlo e che difficilmente riesce a cambiare con gradualità e senza grandi drammi. Anche quando la situazione non è ideale, per la mentalità di queste parti è comunque preferibile all’ignoto del nuovo”.

I primi a pensarla in questo modo e a essere al corrente della ormai quasi incontrollabile virulenza dei batteri del consumismo occidentale, sono proprio loro: gli Ayatollah, i Sepāh, il Majis, le grandi espressioni dell’Iran ultra-tradizionalista. Lo si capisce dall’insistenza con cui ritornano, ancora e ancora, a stigmatizzarne la diffusione tra i giovani. Se potessero trasferire tutti quanti su un altro pianeta lo farebbero domani, lo farebbero oggi. È difficile simpatizzare con le loro figure ma, al netto della difesa dei loro interessi particolari, i loro moventi sentimentali non sono impossibili da comprendere: sono gli stessi di Sayyid Qutb, un intellettuale egiziano degli anni ’50, il cui apporto alla rinascita islamista è impossibile da sottovalutare, secondo il quale il mondo occidentale era responsabile di aver corrotto e umiliato la società islamica intorpidendola proprio con i suoi prodotti più frivoli.  A differenza di Qutb, però, che scriveva in un’epoca in cui in Egitto esisteva a malapena la televisione, oggi appaiono come tanti Don Quixote che, al pari di molti altri anacronismi politici “di ritorno” anche in Occidente, difendono un’idea di purezza culturale resa inservibile il giorno stesso in cui al CERN hanno acceso una cosa chiamata World Wide Web.

Un gioco di parole
L’Iran – precisa qualche giorno dopo Bijan – è però anche un paese “doppio” che nella sua storia recente spesso ha fatto di nascosto molte cose che apertamente prometteva di non fare. “Non sempre” – aggiunge – “per colpa solo sua. A volte la rigidità, la sfiducia e la doppiezza delle classi dirigenti locali sono state un semplice riflesso della rigidità, della sfiducia e della doppiezza con cui l’Iran è stato trattato e percepito all’esterno”.

Gli ultimi quindici anni di storia dei rapporti tra Iran e Stati Uniti sono, in questo senso, eloquenti: un perfetto sistema di feedback.

Anche per ovvi interessi regionali, nel 2002 il moderatamente progressista Presidente Mohammad Khatami si offre di aiutare le truppe americane in Iraq e Afghanistan. E in effetti fornisce loro parecchia intelligence ma, alla fine dei conti, tutto quello che ottiene è di ascoltare George W. Bush inserire pubblicamente l’Iran tra i paesi della cosiddetta “asse del male”. Risultato: l’Iran elegge il radicale Ahmadinejad, ovvero il candidato iper-conservatore e violentemente antisemita dei Sepāh. Nel frattempo alla Casa Bianca arriva Obama, il quale propone una politica distensiva con l’Iran, parla di “aprire il pugno e tendere la mano” e – tramite Kerry – porta avanti una estenuante trattativa per fermare il programma nucleare dell’Iran, promettendo in cambio aiuti economici e la fine delle sanzioni che da dieci anni frenano la crescita dell’economia locale. Risultato: il paese passa a Rohuani, notoriamente moderato e da sempre critico degli eccessi verbali del predecessore. In seguito però emerge come, dietro il volto conciliante del nuovo Presidente, attraverso i Quds l’Iran sta approfittando della passività obamiana e degli squilibri prodotti dalla guerra in Siria per portare avanti una chiara politica di potenza in Medio Oriente in chiave anti-israeliana ed è direttamente coinvolto pressoché in tutte le attività di destabilizzazione dell’area, dal Libano allo Yemen passando per la stessa Siria. Risultato: arrivato alla Casa Bianca, Trump ha buon gioco nel dipingere l’Iran come uno stato canaglia e smontare pezzo per pezzo le politiche cooperative di Obama e Kerry, a cominciare proprio dalla bozza di accordo sul nucleare siglata nel 2015. Risultato: come già nel 2005, lo “stato profondo” iraniano si sta ora muovendo per cercare un nuovo Ahmadinejad da dare in pasto a un elettorato che, nel 2021, sarà con ogni probabilità sempre più disilluso circa l’affidabilità americana e ancora più economicamente frustrato dalla mancata fine delle sanzioni.

Quello che da anni si gioca da queste parti sembra insomma il più classico dei giochi a somma zero. Un Grande Gioco contemporaneo che coinvolge alcuni degli attori e dei temi politici più rilevanti del pianeta: dalla Russia neo-zarista agli interessi dei Sauditi, dalla questione del petrolio a quella israelo-palestinese, dalla crisi Siriana a quella Yemenita, dalla proliferazione nucleare alla guerra culturale tra Islam e mondo secolarizzato.

Il fatto è che ognuna di queste questioni è così intrecciata a tutte le altre da rendere impossibile sfiorarne una soltanto senza ottenere un gigantesco effetto domino. E così, gattopardescamente, a livello macro-politico in Iran “tutto cambia perché nulla cambi”.

È un sistema, mi sembra, in cui tutti perdono e nessuno vince, solo perché il contrario significherebbe una rottura dello status quo che probabilmente nessuno davvero auspica. Di certo non la nuova destra americana, in grado di ragionare solo nei termini dei suoi legami particolari con Nethanyahu e l’Arabia Saudita, e neppure l’Iran tradizionalista a cui fa comodo avere uno spauracchio al proprio esterno da agitare di fronte all’elettorato. È evidente che non è negli interessi di nessuno di questi soggetti l’emancipazione politica ed economica di un enorme paese persiano-sciita con vocazione di leadership sull’area.

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La Khiaban-e Enqilab. © Giovanna Silva.

La migliore metafora di questa tragica impasse – della matassa di ipocrisie e doppiezze che avviluppa l’Iran al suo interno come al suo esterno – si trova forse in Una Separazione, il film di Asghar Faradi premiato nel 2011 come miglior pellicola straniera agli Oscar. Raccontava la storia di due famiglie di Tehran – una estremamente povera, sanguigna e molto devota, l’altra borghese, più razionale e religiosamente emancipata – che rappresentano esattamente le due facce della società locale e che, anche per questo, si fanno una guerra a colpi di bugie, incomprensioni e mezze verità finendo per uscirne entrambe distrutte, pur non avendo nessuna delle due del tutto torto ma se per questo neppure del tutto ragione.

Nel mezzo di questa guerra: le due figlie delle rispettive famiglie. Sono gli unici personaggi che provano a dire la verità fino in fondo e a cercare una qualche forma di empatia reciproca che vada oltre le loro differenze. Sembrerebbero rappresentare una qualche forma di speranza riposta da Faradi nelle nuove generazioni. Purtroppo sono anche le due figure che subiscono maggiormente la situazione e che, alla fine, vengono travolte dagli errori dei “grandi”.

L’ultima sera a Tehran finisco a casa di un amico di Davoud e Bijan. A differenza loro parla poco inglese e non è un “intellettuale”. È ben piantato, assomiglia vagamente a Messi, fa il pompiere e vive in una bella villetta arredata con un certo gusto. Al centro del salotto è acceso un grande televisore alla quale è attaccata una X-Box. Beviamo delle birre analcoliche guardando un vecchio show di Louis C.K. che ho già visto un paio di volte. C’è una parte in cui Louis C.K. scherza su come la cultura cristiana occidentale abbia vinto tutto nel “grande Monopoli delle civiltà” e lo dimostra il fatto che tutto il mondo conta gli anni dalla morte di Gesù Cristo anziché da quella di qualche altra figura. È una battuta che mi fa ripensare al tema dell’ “umiliazione culturale” di cui scriveva sessant’anni fa Sayyd Qutb, ma soprattutto è una battuta particolarmente straniante  da riascoltare nel 1397 iraniano. I miei ospiti però non battono ciglio.

Li metto al corrente degli ultimi serissimi guai del comico e mi accorgo che la cosa suscita meno clamore di quello che mi sarei aspettato, dopodiché Bijan insiste per mostrarmi l’account instagram di una sua ex. Ha i capelli tinti di blu ed è una gamer abbastanza famosa per una serie infinita di video in cui si riprende mentre gioca a questo o quel videogioco. In nessuno di essi porta il velo.

Birra analcolica a parte, è la tipica serata casalinga tra amici maschi che facevo quando avevo qualche anno meno di loro.

Dopo un paio d’ore ce ne andiamo. Salgo sulla macchina di Bijan, sono le 2 di notte e le tangenziali di Tehran sono ancora trafficatissime. Da quando hanno scoperto che sono un fan del genere, i ragazzi non fanno altro che farmi ascoltare rap iraniano e chiedermi “ti piace questo pezzo? E questo?”. Mentre mi domando cosa significhi fare rap in un paese in cui gran parte di ciò che compone l’immaginario del genere è di fatto vietato dalla legge, Davoud si ricorda di una canzone del 2007 che devo “assolutamente ascoltare”, a suo parere il più grande classico della storia del rap locale. Parte un beat abbastanza generico, a metà tra un classico boom-bap e una melodia mediorientale, seguito da un cantato che è praticamente un unico lungo ritornello in cui si ripetono due parole – Khatte man – di cui chiedo il significato.

“In pratica” – mi spiega Bijan con divertito entusiasmo – “è un gioco di parole: significa sia ‘il mio sentiero’, in senso religioso e spirituale, sia ‘una riga’ nel senso della cocaina. In questo modo ognuno può sentirci quello che preferisce e il governo non censura la canzone. Geniale, no?”.

I nomi delle persone intervistate in questo articolo sono stati modificati per la loro privacy e sicurezza.

L'articolo Compromesso Tehran proviene da il Tascabile.

16 May 13:49

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Non-Gaussian Correlations between Reflected and Transmitted Intensity Patterns Emerging from Opaque Disordered Media

by I. Starshynov, A. M. Paniagua-Diaz, N. Fayard, A. Goetschy, R. Pierrat, R. Carminati, and J. Bertolotti

Author(s): I. Starshynov, A. M. Paniagua-Diaz, N. Fayard, A. Goetschy, R. Pierrat, R. Carminati, and J. Bertolotti

New experiments show previously unseen correlations among the speckle patterns of light transmitted through and reflected off a nonhomogenous medium, showing that information about one path of light can be deduced by measuring the other.


[Phys. Rev. X 8, 021041] Published Fri May 11, 2018

14 May 08:59

Dear Dr B: Should I study string theory?

by Sabine Hossenfelder
Strings. [image: freeimages.com] “Greetings Dr. Hossenfelder! I am a Princeton physics major who regularly reads your wonderful blog. I recently came across a curious passage in Brian Greene’s introduction to a reprint edition of Einstein's Meaning of Relativity which claims that: “Superstring theory successfully merges general relativity and quantum mechanics [...] Moreover, not only