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14 Nov 09:34

Machine Learning Captcha

More likely: Click on all the pictures of people who appear disloyal to [name of company or government]
31 Oct 11:44

Saturday Morning Breakfast Cereal - Science Advisor

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Today's News:

Thanks, geeks!

28 Oct 13:04

Plastic invisibility cloak hides you from people with plastic brains

by Chris Lee

Earlier this week there was suddenly news of an exciting new invisibility cloak. In the end, the story was driven by a blathering press release full of typically questionable science buzzwords. Add science by YouTube video, and yes, this looks like shoddy science at its best.

However, the interminably long “technical” video has some value in that it makes it clear what the material does and does not do. It might be best to think of the inventor as creating a kind of clever adaptive camouflage. I can kind of see how it might be useful to people with guns in some circumstances.

Let’s play with rulers

I think almost everyone has at one point owned a plastic ruler with an animation on it. By tilting the ruler, the images it contains appear to move. This works because the plastic coating consists of a series of stripes, creating what are called lenticular lenses. By changing angles, the focal stripe of the lens shifts left and right. At one angle you see one image and at a different angle you see a second image. If the images are similar enough, changing your perspective creates the illusion of a single item moving.

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22 Oct 10:27

Wardrobe

If you'd just agree to hold your meetings in here, you'd have PLENTY of time to figure things out before the deadline.
21 Oct 12:25

53 Cards

Well, there's one right here at the bottom, where it says "53."
18 Oct 12:47

Snippet tax e terribili ritorsioni: l’appello dei giornalisti francesi

by .mau.

Un paio di settimane fa vi avevo raccontato di come Google avesse risposto alla implementazione francese della direttiva copyright: per chi non avesse voglia di rileggersi l’articolo, Google ha fondamentalmente detto “se voi scrivete gli articoli con dei tag che specificano quale parte può essere usata liberamente, noi riportiamo quella parte: altrimenti lasceremo solo il titolo”. Nulla di strano, conoscendo cosa era capitato in Spagna e Germania.

Ora, con poca fantasia, i giornalisti francesi hanno preparato un appello che è subito stato tradotto dal gruppo GEDI che – sappiamo bene – su queste cose è attentissimo. Notate che l’appello è per l’appunto dei giornalisti e non degli editori. Provo a commentare alcune frasi:

«I Giornalisti Europei hanno lottato a lungo per questo Testo; perché l’Informazione di qualità è costosa da produrre»: vero. «perché la situazione attuale, che vede Google percepire la maggior parte delle entrate pubblicitarie generate dalle informazioni, è insostenibile»: abbastanza vero, nel senso che se non sbaglio anche Facebook ne ha una bella fetta, ma comunque la cosa cambia poco dal punto di vista dei giornali. «e sta facendo sprofondare di anno in anno la stampa in una crisi sempre più profonda.»: boh. Che la crisi ci sia è indubbio, che dipenda dallo spostamento della raccolta pubblicitaria verso Google e Facebook non lo so, nel senso che non so se la raccolta digitale totale compenserebbe quella cartacea di un tempo.

«Google sta rifiutando qualsiasi trattativa offrendo ai Media un’opzione cinica e ingannevole ovvero o i Media firmano un consenso a Google rinunciando a una remunerazione, in modo che il modello attuale basato sulla gratuità continui oppure se i Media rifiutano, saranno soggetti a terribili ritorsioni: la visibilità del loro contenuto sarà ridotta al minimo.» La scelta dei termini qui è davvero interessante. D’accordo sul “rinunciando a una remunerazione”: in fin dei conti sappiamo tutti che l’articolo 15 nasce proprio per quello. Ma le “terribili ritorsioni”, quelle proprio no. A Google non sono certo mammolette né samaritani, questo è chiaro: ma dal loro punto di vista rinunciare alle news significa perdere ben poco. Ah, ma mi state dicendo che le ritorsioni bisogna vederle dal punto di vista dei giornali? Beh, questo è un punto di vista interessante, come vedremo dopo.

«Quando gli utenti internet cercheranno informazioni non appariranno né foto né testi, apparirà un semplice titolo, niente di più.» Beh, non proprio. Appariranno un titolo e un link (benignamente ammesso dalla direttiva copyright). Da un certo punto di vista è persino meglio così: se qualcuno vuole saperne di più clicca e finisce sul sito del giornale. (Nota: in effetti Google non dice che inserirà l’hyperlink, o almeno non sono riuscito a trovarlo scritto. Se non lo facesse allora tutto quello che sto scrivendo non vale, e la sua sarebbe davvero una ritorsione: ma per un motore di ricerca sarebbe davvero strano.)

«Perché prima di arrivare su un sito multimediale, la porta di ingresso di Internet è Google. Altri motori di ricerca pesano poco. Gli editori lo sanno: non hanno i mezzi finanziari per sostenere la vertiginosa caduta del traffico sui loro siti che questo ricatto porterà.» Oh. Finalmente viene scritto nero su bianco che il traffico ai siti di news arriva dai motori di ricerca. (In un sito piccolo come il mio le cose sono diverse, ho appena controllato e i tre quarti degli accessi arrivano dai miei ventun lettori. Ma tanto io pubblicità non ne ho…) Quello che però non mi è chiaro è perché la pubblicità raccolta dalle pagine del motore di ricerca sia così tanta rispetto a quella “locale”. Naturalmente la pubblicità totale è molta di più, ma quella che non c’entra con le notizie non può certo essere messa in conto, no? Ah, già che ci sono. Il testo dell’articolo 15 non parla di aggregatori di notizie, ma in genere di servizi internet, da cui il limite di due anni per questi diritti ancillari.

«Google sta violando la legge. Sfrutta le sottigliezze deviando il suo spirito.» E qui casca l’asino; tutto il resto dell’appello è inutile. Il punto è che Google non sta violando la legge. Partiamo pure dal principio rovesciato secondo il quale snippet e immagini sono un modo che Google ha per farsi pubblicità, anche se io ingenuamente crederei che stia facendo pubblicità alle testate. I giornalisti (e Repubblica nel suo catenaccio) stanno praticamente dicendo che la direttiva obbliga Google a farsi pubblicità, e quindi pagare. Ditemi voi se la cosa ha senso. Quello che io mi sarei aspettato era un sistema condiviso per creare un’alternativa a Google News: è vero che adesso è improponibile, ma in pratica se Google elimina gli snippet allora si apre una nuova nicchia di mercato. Invece no: ci si limita a piangere e a mischiare verità e falsità, cosa non esattamente bella per un giornalista.

Vedremo che succederà: la mia sensazione è che alla fine solo pochissime testate sopravviveranno, e saranno quelle di un’autorevolezza (o di una base di fan…) tale che gli utenti andranno direttamente sui loro siti. E soprattutto vedremo cosa succederà quando anche noi in Italia implementeremo la direttiva: secondo me ne vedremo delle belle.

17 Oct 11:06

Near-infinite specific thrust from drive that ignores physics

by Chris Lee
A unicorn defecates a rainbow slinky.

Enlarge (credit: Aurich Lawson / Getty Images)

NASA is renowned for doing really difficult stuff. You want to drop a Mini-sized lander on Mars using a sky crane? Well, NASA will do that for you. There is a view of NASA as staid and conservative but, on the whole, I think the agency is full of innovative problem solvers, albeit sometimes crippled by political oversight.

The side-effect of being innovative is that some rather strange and unphysical ideas sometimes escape from NASA. This probably explains the Helical Drive.

Twisting the laws of physics

The basic idea of the Helical Drive, according to the author of that link, is simple. Imagine that you have a mass in a cylinder that is oscillating back and forth. Every time the mass hits the end of the cylinder, it will impart some momentum, accelerating it. Because the mass sequentially collides with each end of the cylinder, the net force is zero, and the only outcome is that the cylinder gets a massive headache.

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16 Oct 10:51

Saturday Morning Breakfast Cereal - Mathematicians

by tech@thehiveworks.com


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Today's News:
10 Oct 10:03

the villain we deserve



the villain we deserve

30 Sep 10:02

Google e la direttiva copyright: chi l’avrebbe mai detto?

by .mau.

Immaginate una felice città in cui si trovano varie panetterie e un grande supermercato che tra gli scaffali vende anche il pane di queste panetterie. A un certo punto i panettieri si accorgono che nessuno viene più in negozio da loro, perché è più comodo fare un unico giro al supermercato, e quindi si accordano per stabilire che il supermercato deve pagare loro il pane più di quanto loro lo facciano pagare ai loro clienti. Il direttore del supermercato ascolta le lamentele dei negozianti e risponde “Capisco. Vorrà dire che da domani venderò solo pane confezionato industriale”, al che i panettieri gridano allo scandalo perché il supermercato vuole intimidirli.

Ecco a grandi linee cosa sta succedendo in Francia. Ve la ricordate tutta la storia sulla direttiva europea riguardo al copyright, e per la precisione sull’articolo 15 (ex 11) che introduceva un nuovo diritto d’autore su chi raccoglie e ripubblica gli estratti (“snippets”) delle notizie presentate dai giornali. Di per sé i vari stati membri dell’Unione Europea hanno due anni di tempo per implementare nelle leggi nazionali la direttiva, ma i francesi evidentemente avevano fretta – d’altra parte uno degli europarlamentari più attivi a favore della direttiva è stato Jean-Marie Cavada – e quindi a luglio hanno già emanato la legge al riguardo, che copia pedissequamente il testo della direttiva e quindi non richiederà procedure di infrazione. Google ha preso atto della cosa e ha deciso di rispettare la legge alla lettera: se una testata giornalistica vuole esercitare i propri diritti, basta che lo indichi nel file robots.txt del proprio sito, o nei singoli file o addirittura in porzioni specifiche del testo, e loro si limiteranno a riportare il titolo della notizia senza estratti.

Risultato? Diciamo che gli editori non l’hanno presa troppo bene. Qui potete leggere le prime righe del commento di Carlo Perrone (GEDI, ex Secolo XIX); qui potete vedere di come un’agenzia (che il mio amico Federico mi dice essere vicina all’UE) grida al latrocinio da parte di Google che vuole bypassare i diritti dei media. Beh, su: non è proprio così. Capisco che tutta la narrazione che i giornali hanno propinato in quest’anno abbondante si basa sul fatto che Google News ruba loro i proventi senza fare alcun lavoro se non raccogliere automaticamente i loro testi. Potremmo discutere all’infinito se sia vero o falso: non solo l’abbiamo già fatto fino allo sfinimento, ma soprattutto non è un mio problema, non essendo io né Google né un media. Però non possiamo pensare che Google sia obbligato a fornire un suo servizio (quello degli snippet) solo perché gli editori vogliono essere pagati: a Mountain View avranno fatto i loro conti e avranno deciso di forzare la mano. Perché sì, in un certo senso è vero che c’è un ricatto: come avrete notato, Google non ha scelto di bloccare a priori gli estratti, ma costringe le singole testate ad autobloccarsi, immagino per far partire una guerra tra poveri. Epperò resta il punto di partenza: se gli editori sono davvero convinti che le rassegne stampa automatiche toglievano loro ricavi, a questo punto avranno comunque dei soldi in più anche se non arrivano da Google, no? (Come, “no”? Volete forse dire che non ho capito nulla della loro posizione?)

Non mi stancherò mai di ripeterlo: c’è indubbiamente un problema di raccolta pubblicitaria legata alla fruizione delle notizie, ma la soluzione non può essere peggio del problema. È probabile che molta gente si accontenti dei titoli o poco più – gli snippet, insomma – e quindi non vada a leggere le notizie sui siti dei singoli giornali, nonostante i tentativi di clickbaiting di molte testate. Ora, se le notizie di base sono comunque le stesse tra i vari giornali mettere una tassa da far pagare alle terze parti è controproducente: o questi trovano qualcuno che comunque accetta di lasciarle libere, oppure chiudono baracca e burattini e la gente di cui sopra andrà avanti lo stesso senza finire sui siti delle singole testate. Un accordo diretto su modi migliori per mandare i lettori dai motori di ricerca ai siti dei giornali sarebbe stato più furbo: non so se le due parti l’abbiano mai davvero perseguito, ma sicuramente un obbligo ope legis porta alla prevaricazione da chi comunque ha il coltello dalla parte del manico. La chiusura di servizi come Google News può sembrare a prima vista un lose/lose, ma guardando i numeri chi ci perde davvero è solo una delle due parti, per quanto l’altra poi possa piangere. Mi aspetto sempre una confutazione che non sia a base di slogan, ma non trattengo certo il fiato.

Cosa cambia tutto questo per Wikipedia? Al momento nulla. Noi infatti non usiamo estratti degli articoli, perché li riformuliamo sempre; il nostro problema con l’articolo 15 è legato al titolo delle notizie, che per noi è un dato bibliografico ma di per sé risulta tutelato. Il fatto che Google non lo ritenga tale non significa molto, se non per vedere il risultato di un’eventuale contesa legale: ma noi dobbiamo restare sul sicuro e ci atterremo a un’interpretazione il più ampia possibile dei limiti. Per il momento, quindi, aspettatevi che quando la direttiva sarà legge anche in Italia troverete con ogni probabilità un dato in meno sulle fonti (ma il link resterà, non preoccupatevi: non dobbiamo certo fare ripicche.)

16 Sep 11:41

Earth-Like Exoplanet

Fire is actually a potential biosignature, since it means something is filling the atmosphere with an unstable gas like oxygen. If we find a planet covered in flames, it might be an indicator that it supports life. Or used to, anyway, before the fire.
02 Sep 09:27

A nerdocratic oath

by Scott

Recently, my Facebook wall was full of discussion about instituting an oath for STEM workers, analogous to the Hippocratic oath for doctors.  Perhaps some of the motivation for this comes from a worldview I can’t get behind—one that holds STEM nerds almost uniquely responsible for the world’s evils.  Nevertheless, on reflection, I find myself in broad support of the idea.

But I prefer writing the oath myself. Here’s my attempt:

1. I will never allow anyone else to make me a cog. I will never do what is stupid or horrible because “that’s what the regulations say” or “that’s what my supervisor said,” and then sleep soundly at night. I’ll never do my part for a project unless I’m satisfied that the project’s broader goals are, at worst, morally neutral. There’s no one on earth who gets to say: “I just solve technical problems.  Moral implications are outside my scope.”

2. If I build or supply tools that are used to do evil or cause suffering, I’ll be horrified as soon as I learn about it.  Yes, I might judge that the good of the tools outweighs the bad, that the bad can’t be prevented, etc.  But I’ll be hyper-alert to the possibility of self-serving bias in such reflections, and will choose a different course of action whenever the reflections are no longer persuasive to my highest self.

3. I will pursue the truth, and hold the sharing of truth and exposing of falsehoods among my highest moral values.

4. I will make a stink, resign, leak to the press, sabotage, rather than go along quietly with decisions inimical to my values.

5. I will put everything on the line for my students, advisees, employees—my time, funds, reputation, and credibility.  And not only because it can somewhat make up for failings in the other areas.

6. Black, white, male, female, trans, gay, straight, Israeli, Palestinian, young, old.  Whatever ideologies I might subscribe to about which groups are advantaged and which disadvantaged in which aspects of life—when it comes time to interact with a person, I will throw ideology into the ocean and treat them solely as an individual, not as a representative of a group.

7. I will not be Jeffrey Epstein—and not just in the narrow sense of not collecting underage girls on a private sex island.  I’ll see myself always as accountable to the moral judgment of history.  Whenever I’m publicly accused of wrongdoing, I’ll consider only two options: (a) if guilty, then confess, offer restitution, beg for forgiveness, or (b) if innocent, then mount a full public defense.  Finding some escape that avoids the need for either of these—from legal maneuvering to suicide—will never be on the table for me.

8. I’m under no obligation to blog or tweet every detail of my private life. Yet even in my most private moments, I’ll act in such a way that, if my actions were made public, I’d have a defense of which I was unashamed.

9. To whatever extent I was gifted at birth with a greater-than-average ability to prove theorems or write code or whatever, I’ll treat it as just that—a gift, which I didn’t earn or deserve. It doesn’t make me inherently worthier than anyone else, but it does give me a moral obligation to use the gift for good. And whenever I’m tempted to be jealous of various non-nerds—of their ease in social or romantic situations, wealth, looks, power, athletic ability, or anything else about them—I’ll remember the gift, and that all in all, I made out better than I had a right to expect.

10. I’ll be conscious always of living in a universe where catastrophes—genocides, destructions of civilizations, extinctions of magnificent species—have happened and will happen again. The burning of the Amazon, the deaths of children, the bleaching of coral reefs, will weigh on me daily, to the maximum extent consistent with being able to get out of bed in the morning, live, and work. While it’s not obvious that any of these problems are open to a STEM-nerd solution, of the sort I could plausibly think of or implement—nevertheless, I’ll keep asking myself whether any of them are. And if I ever do find myself before one of the levers of history, I’ll pull with all my strength to try to prevent these catastrophes.

07 Aug 10:36

Saturday Morning Breakfast Cereal - Quantum

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Usually when I do a quantum computing joke, I feel the need to apologize to Scott Aaronson. For this particular one, I apologize to Seth Lloyd.


Today's News:
31 Jul 09:09

Salvini: «Tutto bene quel che finisce bene». Ma il caso della docente di Palermo è poi finito in tribunale

by Angelo Romano
[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

«Da un lato, c'è tanta amarezza perché ci si era fidati della parola data dai ministri che è rimasta lettera morta. Dall’altro, un sentimento di orgoglio che deriva dalla consapevolezza che gran parte dell’opinione pubblica è dalla parte di mia madre». Era fine maggio quando, al termine di un incontro con i dirigenti del ministero dell'Istruzione e della Ricerca, gli avvocati della professoressa Rosa Maria Dell'Aria annunciavano di aver individuato una soluzione che dichiarava illegittima la sanzione imposta alla docente e faceva venir meno gli effetti giuridici. A questa soluzione si era arrivati dopo un incontro pochi giorni prima con il ministro dell'Interno Matteo Salvini e il ministro dell'Istruzione Marco Bussetti.

Ma, a un mese e mezzo di distanza, non è successo niente. E, come dice a MeridioNews, Alessandro Luna, avvocato e figlio di Rosa Maria Dell'Aria, le promesse dei ministri si sono per ora rivelate "lettera morta".

«In realtà il provvedimento non è mai stato revocato», spiega la professoressa in un'intervista a Radio Radicale. «I quindici giorni di sospensione ci sono stati e ci sono gli effetti giuridici ed economici del provvedimento stesso».

Rosa Maria Dell’Aria, professoressa di italiano dell’Istituto industriale Vittorio Emanuele III di Palermo, è stata sospesa lo scorso 11 maggio per due settimane (con dimezzamento dello stipendio) dall’ufficio scolastico provinciale per non aver "vigilato" sul lavoro di alcuni suoi studenti che, per la giornata della Memoria, avevano presentato un video nel quale accostavano le leggi razziali del 1938 alle misure contenute nel “Decreto sicurezza e immigrazione” del ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Leggi anche >> Ministro offeso, maestra punita. Italia da brividi

Nell'intervista a Radio Radicale, la professoressa mette in discussione quanto le è stato contestato e difende l'autonomia e il metodo di ricerca dei suoi alunni. Prima di elaborare il video finale, gli studenti avevano consultato diverse fonti: «il libro di Lia Levi “Questa sera è già domani”, la testimonianza della senatrice Liliana Segre raccolte nel libro "Il mare nero dell'indifferenza", a cura di Giuseppe Civati, e in "La memoria rende liberi. La vita interrotta di una bambina nella Shoah", a cura di Enrico Mentana, la puntata della trasmissione "Passato e Presente" condotta da Paolo Mieli su Rai 3 intitolata "Ebrei in fuga dal nazismo" in cui lo storico Carlo Greppi aveva parlato della vicenda del Transatlantico St. Louis, partito nel 1939 dalla Germania, che inutilmente cercò un porto sicuro [ndr, tra Cuba e gli Stati Uniti] dove far sbarcare i 963 esuli ebrei a bordo e fu costretto a tornare in Europa [ndr, 288 passeggeri furono accolti dal Regno Unito, 224 dalla Francia, 214 dal Belgio e 181 dai Paesi Bassi. Dopo l'invasione tedesca del Belgio e della Francia del 10 maggio 1940, i passeggeri ebrei che, in un primo momento sembravano essere stati tratti in salvo, furono esposti nuovamente ai rischi delle persecuzioni naziste]».

Nel libro-intervista di Civati, la senatrice Segre – prosegue la professoressa Dell'Aria – «dice che l'Olocausto è un evento talmente eccezionale che non si può paragonare con nessun altro evento storico. I ragazzi erano consapevoli che non era possibile un paragone tra le due vicende [ndr, gli ebrei, durante le deportazioni naziste, e i migranti che naufragano in mare, oggi] ma hanno fatto una riflessione sui diritti».

L’ispezione e la decisione di una sanzione sono arrivate dopo che a fine gennaio un attivista di destra del Nord Italia (e collaboratore di Primato Nazionale, sito online legato al partito neofascista CasaPound) su Twitter aveva scritto, taggando il ministro dell’Istruzione Bussetti, che a Palermo una professoressa aveva obbligato dei 14enni “a dire che Salvini è come Hitler perché stermina i migranti” e la sottosegretaria leghista ai Beni culturali Lucia Borgonzoni aveva ripreso questa denuncia – basata però su una ricostruzione falsa – commentando su Facebook di aver «avvisato chi di dovere». Nella scuola era arrivata anche la Digos per verificare l'accaduto parlando, con preside e professori.

«È accaduto che durante la proiezione di questo video che era per uso interno della scuola qualcuno, non sappiamo chi, ha scattato una foto a due slide e le ha diffuse fuori contesto», spiega Dell'Aria. «Tra l'altro il video ormai è pubblico, è su YouTube, quindi tutti possono vederlo».

All'inizio, «il mio sentimento è stato di stupore. Voglio sottolineare che in classe ci sono state anche opinioni diverse e non sono stati messi a tacere gli altri ragazzi, si è discusso, si è dibattuto a lungo. Poi quando io ho proposto loro di fare un lavoro per il Giorno della Memoria, questo gruppo ha scelto di farlo ma se l'avesse scelto l'altro gruppo io non l'avrei vietato. Quello che mi è stato imputato è "una culpa in vigilando", ma su cosa avrei dovuto vigilare? Su un'opinione? Noi dobbiamo vigilare intanto sulla sicurezza dei ragazzi, sulla loro incolumità. Naturalmente dobbiamo vigilare affinché siano rispettosi nei confronti delle istituzioni e di ogni persona. Però visto che nel video non c'è nulla di offensivo ma semplicemente una riflessione sui fatti di ieri e di oggi, ho lasciato che loro potessero proiettarlo».

La sospensione ha creato molte polemiche ed è stata criticata dal mondo della scuola e non solo. Gli studenti hanno difeso la professoressa, spiegando di non essere stati obbligati a fare nulla.

Leggi anche >> L'insegnante di Palermo e noi insegnanti

Il 23 maggio Salvini e il ministro dell’Istruzione Bussetti hanno incontrato la professoressa sospesa. «Tutto bene quel che finisce bene», aveva dichiarato al termine dell’incontro il ministro dell’Interno, aggiungendo che il provvedimento punitivo sarebbe stato rivisto e che la professoressa sarebbe tornata subito in classe e con lo stipendio. Rosa Maria Dell'Aria aveva commentato le parole di Salvini dicendo che le premeva che non passasse un messaggio sbagliato e cioè che «si è trattato di un atto di clemenza o grazia nei miei confronti. Se è stato riconosciuto ai più alti livelli che sono esente da colpe, la mia unica richiesta è che ufficialmente sia dichiarata la mia estraneità e che la sanzione inflittami è ingiusta».

Tuttavia, la sanzione non era stata sospesa. Come da lei stessa annunciato in compagnia del ministro Bussetti, la docente avrebbe dovuto comunque scontare tutti e 15 i giorni di sospensione decisi dal Provveditorato e sarebbe tornata a scuola il 27 maggio come previsto. Il ministro dell'Istruzione aveva aggiunto di non aver alcun potere sulle decisioni prese dal provveditore e che si stava lavorando a una soluzione che conciliasse le posizioni.

E, infatti, Rosa Maria dall’Aria è tornata in classe solo il 27 maggio, accolta dai suoi studenti con un mazzo di quindici rose, una per ogni giorno di sospensione. Pochi giorni dopo, il 30 maggio, c'è stato l'incontro al Ministero dell'Istruzione e della Ricerca che sembrava aver messo la parole fine. Ma così ancora non è stato.

La vicenda è ormai passata in tribunale, scrive MeridioNews. Il 12 giugno i legali della professoressa hanno depositato un ricorso contro la sanzione dopo il fallimento del procedimento di conciliazione a cui lavorava il Ministero dell'Istruzione, con la richiesta di 10mila euro di risarcimento e della dichiarazione di illegittimità della sospensione. La prima udienza è stata fissata per il 4 marzo 2020.

Leggi anche >> Sono un'insegnante: non censuro, discuto

Nel frattempo, quasi 400 docenti, di cui 127 universitari, hanno firmato una lettera indirizzata a Bussetti per chiedere chiarimenti sul procedimento disciplinare "che non è stato mai revocato, promosso sulla base di un post sui social network". I 400 firmatari sottolineano "l'inesistente trasparenza attorno al provvedimento adottato": "Da quale violazione scaturisce, con quali modalità e da chi è stato attivato?" E ancora: "In che misura è stato garantito un confronto interno con l’insegnante e il direttore scolastico e rispettato i principi di proporzionalità e di cautela? Quale pericolo avrebbe giustificato l’intervento della Digos in un edificio scolastico?”.

Inoltre, i 400 docenti sottolineano come la cosiddetta “culpa in vigilando” riguardi la sorveglianza sull’incolumità fisica degli alunni e non la didattica: “Ma anche se comprendesse aspetti didattici, questo genere di controllo non appare possibile nel caso specifico di un elaborato autonomo degli studenti e non sarebbe congruo col ruolo (di ricerca della verità, ndr) di un’insegnante”.

«Queste iniziative – commenta il figlio e avvocato della professoressa, Alessandro Luna – fanno sicuramente piacere, a riprova che l’operato di mia madre è stato riconosciuto come premiante per la funzione di insegnante. Dispiace, semmai, che gli organi istituzionali si siano chiusi a riccio sulle loro posizioni ritenendole legittime sebbene, a mo’ di propaganda, era stata annunciata l’intenzione del ministero di fare un passo indietro e che anche grazie a quel comunicato parte dell’opinione pubblica ritiene erroneamente che il tutto si sia già risolto». In realtà, prosegue Luna «non è stato risolto nulla anche se è passato il messaggio opposto. Ora staremo a vedere che cosa dirà il giudice e stavolta non ci saranno messaggi per indirizzare l’opinione pubblica».

Foto in anteprima via Il Tempo

26 Jul 16:07

La storia secondo Alessandro Barbero

by Matteo De Giuli

A lessandro Barbero insegna storia medievale all’Università degli Studi del Piemonte Orientale, da trent’anni pubblica saggi – sul Medioevo, i Savoia, Waterloo, Lepanto, Caporetto – e biografie – Carlo Magno, Federico il Grande, Costantino, Napoleone. Ha scritto sette romanzi e vinto un premio Strega, collabora con Superquark e Rai Storia, ma per capire davvero la popolarità che ha raccolto nel tempo bisogna forse leggere i numeri dei suoi video su YouTube, video di conferenze e lezioni a volte registrate e montate amatorialmente da qualche estimatore: i primi cinquantacinque di quelli più visti (durata media un’ora, ma ce ne sono anche di tre, quattro e sei ore) contano da centomila a mezzo milione di visualizzazioni, e nei commenti ai video, solo entusiasti, si alimenta il culto. Incontriamo il professor Barbero nel suo studio universitario, a Vercelli, durante una pausa tra i ricevimenti degli studenti.

Prima dell’uscita del Nome della Rosa, Umberto Eco interpellò amici e colleghi: aveva paura che l’ambiente accademico non vedesse di buon occhio la pubblicazione di un romanzo. E all’epoca erano paure fondate, tra invidie e critiche fu un libro, almeno in quel senso, divisivo. È ancora così? Oppure oggi un docente universitario è più libero di fare divulgazione e di dedicarsi alla scrittura di romanzi?

Eco ci ha liberati tutti. Dal 1980, quando è uscito Il nome della rosa, di colpo si è scoperto che per un docente universitario, e un serissimo intellettuale, scrivere un romanzo di successo è una cosa perfettamente ammessa. C’è stato ancora un periodo di scetticismo, che è arrivato fino al mio romanzo, nel ’95, in cui ancora qualcuno dei colleghi ti diceva io sono molto contento per te, ti ammiro moltissimo, ma stai attento perché qualcun altro magari troverà da ridire… Ma adesso è finito anche quello da un pezzo, tutti scrivono romanzi.
 

Lei ha vissuto una prima popolarità fuori dall’accademia proprio con il suo romanzo La bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo che vinse il premio Strega.

Ho avuto questa fortuna di vivere sia l’improvvisa fama della vittoria sia anche il contraccolpo, perché io ho vinto lo Strega giovanissimo, a trentasei-trentasette anni, e ovviamente sono perfettamente in grado di rendermi conto che aver vinto allo Strega è stata essenzialmente una grandissima botta di culo per una serie di fattori che convergevano in quel momento e che mi hanno portato avanti. Quindi ho sperimentato il fatto di avere questo enorme successo, i fotografi, la notorietà, e poi progressivamente di vederlo scemare, questo successo, perché io poi ho fatto altri romanzi che non hanno mai avuto assolutamente il successo del primo – anche se secondo me sono più belli. Ho vissuto la grande fortuna culturale di quello che ha vinto il Premio Strega, e per un anno escono articoli su di lui sui giornali. Ma poi basta, finisce di colpo, e quando è finita ho visto anche che l’impatto, il venir dimenticato, non era poi così drammatico, andava bene lo stesso.

Dopo qualche anno però c’è stato un enorme ritorno di popolarità, un effetto valanga innescato dalla TV.

È rinato per via della televisione, ma poi è cresciuto grazie ai festival e a internet. Perché in realtà tantissimi mi conoscono perché vedono le mie conferenze su YouTube, e quindi è veramente un prodotto della tecnologia di adesso. Una volta uno faceva una conferenza e finiva lì, adesso invece verba manent, non puoi parlare in pubblico senza che questa cosa venga eternata su YouTube per sempre. Perché negli ultimi anni ci sia stato questo effetto valanga non lo so, ma è indubbio, tant’è vero che per esempio ho chiuso la pagina Facebook, che avevo lasciata aperta per una decina d’anni. Una signora mi ha sgridato l’altro giorno: Che modo primitivo di fare le cose!. E aveva ragione, ma era aumentato troppo il numero di persone che mi contattava su Facebook; e a me scoccia, se mi scrivono, non rispondere, quindi io rispondevo a tutti, e però alla fine era diventato un impegno quotidiano, e non solo un impegno ma un’ansia: se saltavo un giorno dovevo starci almeno due ore il giorno dopo.

Con la popolarità arrivano le richieste di incontri, altre conferenze, interviste, nuove comparsate: come si fa a resistere, a non dire sempre sì, a non trasformarsi in un “personaggio da TV”?

Rispondo con una banalità assoluta: la cosa di cui mi sono reso conto, via via negli ultimi anni, man mano che aumentavano gli impegni legati a questa crescente popolarità, è che a me piace – più che l’andare in giro e il parlare in pubblico e l’andare in televisione – a me piace starmene a casa mia con mia moglie, starmene in campagna tutta l’estate, tranquillo, senza rotture di scatole, andare con il binocolo a fare birdwatching, andare in biblioteca a fare il mio lavoro, a studiare, andare in archivio. Quelle sono le cose che a me piace fare più di tutto. Poi andare a parlare a un festival davanti a mille persone è bellissimo, incontrare persone per strada che ti salutano è bellissimo, avere dei programmi televisivi è bello e interessante, sono tutti degli arricchimenti. Però nel momento in cui queste cose ti mangiano l’altra parte della vita a me non piace più. E allora guardo l’agenda e dico quand’è che potrò andare a giocare a war game dal mio amico Sergio – un’altra delle cose che mi piacciono di più al mondo? No domani no perché devo andare a fare una conferenza. Dopodomani sono a Roma a registrare… Sto cercando di ridurre un po’ la quantità degli impegni per salvarmi pezzi di vita.

Fare divulgazione ha cambiato un po’ del suo metodo di lavoro? Fa più attenzione adesso a cose particolari, magari quando va a fare ricerche d’archivio, dettagli che sa che possono funzionare come immagini e storie dei suoi racconti, al di là del loro valore accademico?

In realtà no, nel senso che io ho sempre avuto il gusto di cercare anche le cose divertenti. Già molti anni fa, quando ero ancora giovane, alcuni dei miei maestri mi sgridavano dicendo: Troppo gusto per il particolare pittoresco che però non serve! Sfrondare, sfrondare!. Quello che ho cambiato è il modo di scrivere, piuttosto, perché anche le cose divertenti è molto diverso scriverle a seconda che tu pensi che ti leggeranno cento colleghi medievisti in Italia e nel mondo o che ti leggeranno diecimila persone che sono semplicemente appassionate di storia.

Ma nell’opinione comune di chi fa il suo mestiere, la ricerca dei dettagli minori – penso ai libri di fantascienza ritrovati nel covo delle Brigate Rosse che lei cita in una conferenza, o ai suoi racconti della vita di uomini e donne del Trecento –, quel tipo di approccio lì, è accettato?

Quando fai ricerca, l’aneddoto curioso che però non c’entra niente con il tuo argomento di ricerca, che non dimostra nulla e che però hai trovato dei documenti e ti dispiaceva sacrificarlo e allora ce l’hai infilato, quello ovviamente suscita ancora un pochino di presa di distanza da parte dei professionisti. Non bisogna che siano gratuite, queste cose, quando fai ricerca bisogna che tu stia studiando qualcosa, che tu abbia delle domande, dei problemi da risolvere e allora a quel punto se ci trovi anche il dettaglio divertente o pittoresco ce lo metti e va benissimo. Io ho fatto qualche anno fa una conferenza su Marc Bloch che è uno dei grandi storici del Novecento, e per fare questa conferenza al festival di Sarzana mi sono letto la corrispondenza fra Marc Bloch e Lucien Febvre, altro grande storico e suo collega. E nel 1933 Bloch scriveva a Febvre, più o meno: Mi sto interessando di una cosa a cui non avevo mai pensato: la storia dell’alimentazione. Ma non solo, la storia delle conserve in particolare. Hai mai pensato al problema della marmellata? La marmellata che ci sembra una tradizione di sempre. Però per fare la marmellata bisogna che ci sia lo zucchero a buon mercato, e da quand’è che c’è lo zucchero a buon mercato in Francia? Da quando c’è la barbabietola, perché prima era un genere coloniale e costosissimo. Quindi la marmellata della nonna sì, ma la bisnonna la faceva la marmellata o no? Ed era il più grande storico del Novecento che discuteva di questo.

L’enorme quantità di dati e informazioni che stiamo producendo nel nostro presente cambierà i metodi di lavoro degli storici del futuro?

In realtà il cambiamento grande c’è già stato con l’Ottocento, perché il lavoro dello storico è diversissimo nella pratica quotidiana a seconda dell’epoca che si studia. Chi studia il mondo antico, semplifico un po’, non sa niente, qualsiasi problema studi può facilmente trovare tutte le pochissime informazioni esistenti – tutte! E poi deve riempire i buchi, collegare, ragionarci su, ipotizzare, e così via. L’altro giorno c’era un convegno qui a Vercelli, e sentivo una bravissima collega grecista che ci raccontava che ci sono alcuni trattati, nella Grecia antica, sul concetto di demagogia. Questi trattati, in realtà, non li abbiamo. Sappiamo solo che c’erano, sappiamo i titoli. La storiografia si divide tra chi ipotizza che forse questi trattati condannavano la demagogia e chi dice che forse invece questi trattati non erano così ostili alla demagogia, però capisce… Il nulla!

Man mano che si viene avanti, cambia. Ma è così ancora per l’epoca altomedievale: se voglio studiare i Longobardi, in pochi giorni posso impadronirmi di tutte le poche centinaia di pergamene longobarde esistenti: sono pubblicate, sono quelle. Già se studio la fine del Medioevo, per qualunque argomento io voglia studiare, negli archivi ci sono più documenti di quelli che riuscirò a vedere. Però ne posso vedere la maggior parte. Se studio un argomento dall’Ottocento in poi, so che non mi basterebbero dieci vite per vedere tutti i documenti, ce ne sono maree immense, perché dalla Rivoluzione Francese in poi gli Stati producono una quantità di scartoffie enorme, in particolare se studio problemi di storia politica o di storia militare. Ma anche qualunque altro problema: se io voglio sapere cosa mangiavano i contadini, per quanto riguarda il Medioevo le testimonianze ci sono, ma insomma, in una vita di lavoro le posso vedere tutte. È diverso già se voglio studiare l’alimentazione dei contadini nell’Ottocento, per esempio. E lo storico che studia il mondo contemporaneo sa che la marea di documenti è infinita e che il suo mestiere consiste nell’aprirsi la strada giusta e sapere quando fermarsi, sapere quando hai messo insieme abbastanza cose da chiarirti il problema che ti eri posto.

Quindi oggi è solo più facile l’accesso ai documenti, ai materiali.

Per studiare la guerra delle Falkland, fino a vent’anni fa dovevo andare a Londra negli archivi, ammesso che mi facessero vedere i documenti. Adesso la Fondazione Thatcher ha messo a disposizione online tutti i documenti segreti del gabinetto inglese all’epoca dello scoppio della guerra. Prima di internet bisognava uscire di casa, andare in biblioteca, avere la tessera della biblioteca ed entrarci. La conoscenza non era immediata. È vero che internet ha raddoppiato il mondo, tutto il mondo sta anche lì dentro ora. Ma anche prima lo trovavi il mondo, solo che ci mettevi più tempo e facevi più fatica.

Se dovesse paragonare la contemporaneità a un periodo storico del passato, quale sceglierebbe?

Lo facciamo come gioco, naturalmente, perché tutte le epoche sono diversissime, però c’è una caratteristica dei Secoli Bui che oggi secondo me sta un po’ tornando. Per Secoli Bui intendiamo specificamente quelli delle invasioni barbariche e il periodo subito dopo, non tutto il Medioevo – l’epoca di Dante o della costruzione di Notre Dame non sono secoli bui evidentemente. Ma il Quinto, Sesto, Settimo secolo, sono epoche in cui si scrive poco e le opere scritte in quell’epoca ci colpiscono un po’, perché non c’è una logica rigorosa, il ragionamento va un po’ come vuole, la verifica dei dati non c’è, c’è molta credulità. Questo evidente declino delle capacità logiche tra gli intellettuali dei Secoli Bui un po’ lo ritrovo, per esempio, nel discorso pubblico o anche nel giornalismo. Il principio di non contraddizione, la logica nell’argomentare, la consequenzialità delle cose che dici… Non sono sicuro che fosse già così una volta, mi sembra che oggi sia più facile dire delle cazzate che non stanno né in cielo né in terra, e che anzi si contraddicono tra loro e nessuno neanche nota.

Come mai è tanto importante lo studio della storia militare secondo lei?

È un argomento di studio della storia umana tra i più centrali e tra i più rivelatori di quello che è l’uomo in genere, e di quello che è una società specifica in un certo momento. La guerra è sempre stata una parte costante dell’attività umana, e in certi periodi storici è stata un’esperienza condivisa da tutti – almeno tutti i maschi, per quanto riguarda il combattimento. Socrate, Dante sono stati in battaglia. Noi rischiamo, per un errore di prospettiva, pensando alla guerra come a una cosa eccezionale che fanno gli specialisti, di dimenticare che invece è stata una compagna dell’esperienza umana sempre. E a noi interessa, appunto, ricostruire l’esperienza umana, capire cosa voleva dire essere un antico greco: essere un antico greco voleva anche dire sapere cosa significa calzarsi un elmo di bronzo in testa, impugnare lo scudo e la lancia e marciare con gli Spartani che sono là che aspettano e non sapere se sarai ancora vivo stasera. Ovviamente se sei un cittadino di una polis, se sei un cavaliere alle crociate, se sei un soldato di Napoleone o di Hitler, cambia.

Poi studiare la guerra – non tanto la battaglia, ma l’organizzazione della guerra – vuol dire capire moltissimo di ogni società, perché ogni società e ogni tipo di forma politica organizza la guerra in un modo diverso. Io ho scritto un libro sulla battaglia di Lepanto: ha voluto dire calarsi nei meccanismi di funzionamento dell’Impero Ottomano, del Regno di Spagna, della Repubblica di Venezia, nel modo di ragionare dei loro dirigenti, negli strumenti che avevano a disposizione, le leggi, le abitudini, le regole, la mentalità. Oggi in parte è un po’ diverso. Per fortuna, in Occidente almeno, gli eserciti e la guerra rimangono una cosa il cui punto di vista è importante per capire il nostro mondo, però forse un po’ separato, ecco, dal mainstream della vita civile. Ma è utile sapere che siamo noi che siamo strani.

C’è un periodo storico su cui si stanno concentrando le ricerche in questo momento, o che sta venendo riletto?

Premetto che nei limiti del possibile si studia tutto – per il momento, finché non andremo tutti in pensione senza essere rimpiazzati: il numero dei professori universitari in Italia sta calando drasticamente da molti anni. Però un cambiamento grosso in corso è sull’interpretazione della caduta dell’Impero Romano. Nella seconda metà del Novecento si era imposta la tendenza a vedere una certa continuità anche attraverso le invasioni barbariche: un mondo che certo, si trasforma, conosce anche un certo degrado economico, umano, un mondo che diventa molto più multietnico, conosce dei traumi e degli scossoni, però nell’insieme non un taglio netto. Che non muore, ecco.

Da qualche anno è di nuovo di moda dire no no, guardate, avete insistito troppo sulla continuità e sulla trasformazione, in realtà il mondo antico è proprio stato distrutto, le invasioni hanno avuto un impatto distruttivo, e questo, anche se nessuno lo fa apposta, riflette chiaramente gli orientamenti, le speranze e le paure del presente. Perché, appunto, noi studiamo il passato in modo oggettivo quando si tratta di ricostruire i fatti, ma poi l’interpretazione che ne diamo dipende sempre dal mondo in cui viviamo e dalle nostre preoccupazioni.

Uno dei caratteri distintivi dei suoi saggi e delle sue conferenze, uno dei temi che ricorrono più spesso e che attraversano le sue riflessioni, è la mancata pacificazione in Italia, la mancata pacificazione nazionale del dopo-fascismo e del dopo-terrorismo.

E addirittura del dopo Unità d’Italia, prima ancora. È una cosa tutta italiana. Per carità, succede anche in altri paesi. In Francia la Rivoluzione francese è ancora una cosa che in parte divide, anche se solo una minoranza. Negli Stati Uniti io ero convinto che la guerra civile fosse una cosa chiusa e risolta, e infatti spesso li citavo come esempio, perché la guerra civile americana è esattamente contemporanea del nostro Risorgimento e mentre sul nostro Risorgimento ci sono ancora discussioni, mi pareva che negli Stati Uniti tra Nord e Sud avessero chiuso il discorso dicendo meno male che è andata così, hanno vinto quelli che avevano ragione, però onore anche agli altri, e anche se ognuno si celebra i suoi eroi siamo tutti contenti che sia finita così. Poi in questi ultimi anni hanno ricominciato a tirar giù le statue dei generali sudisti e i nazisti sono scesi in piazza, e quindi non è finita neanche lì. Però in Italia direi che siamo più testoni che altrove.

Da cosa dipende?

In Italia, da un lato, c’è un’enorme ignoranza sul passato nazionale. Nessuno sa niente, ma si crede di sapere perché si hanno in testa dei luoghi comuni, che sono poi quelli magari ripetuti in famiglia, in certi casi, quando si tratta di fascismo o resistenza per esempio. Lì le famiglie sono il contenitore dentro cui si tramanda un certo punto di vista, e così anche quando non si sa niente si crede di sapere, e non si dimenticano i vecchi rancori. A volte se ne inventano di nuovi, come nel caso dei neoborbonici; quella è proprio un’invenzione nuova: a quello stesso Sud che nel 1946 ha votato in massa per i Savoia,  adesso hanno reinventato questa identità borbonica dei briganti che combatterono contro i Savoia. Tutto questo a me fa star male perché mi fa capire come è facile inventare una fregnaccia totale che non ha un minimo fondamento, e non ci vuol niente per vedere che è una balla, e ciononostante le persone ci credono, e le favole i politici le sposano, i giornalisti le spargono e così via.

Siamo un paese eternamente diviso, profondamente spaccato.

Siamo un paese particolarmente variegato e frazionato e litigioso e spaccato, più della Francia di sicuro, o della Germania che è comunque un Paese di grandi diversità e che però non è così profondamente litigioso. E in più c’è la grande diversità geografica, i dialetti, tutto quanto, l’Italia è un paese dove si può essere italiani e contemporaneamente avere un’identità regionale fortissima. Voglio dire noi, almeno a livello aneddotico, possiamo essere addirittura comici. Vai a Siena a parlare della battaglia di Montaperti: tutti gli anni a Siena festeggiano la battaglia di Montaperti, quando sconfissero i fiorentini. A Benevento, capitale del Sannio, in piazza c’è un mosaico che raffigura le forche caudine, quando i Sanniti hanno sconfitto i Romani. Al di là del pittoresco, l’Italia è tuttora un Paese per metà fascista e per metà antifascista. E lo è sempre stato, salvo che si è fatto finta che i fascisti non fossero proprio la metà, che fossero una minoranza, invece sono chiaramente la metà del Paese.

L'articolo La storia secondo Alessandro Barbero proviene da il Tascabile.

16 Jul 11:02

"But fundamentally, why did you bother?"

“But fundamentally, why did you bother?”
09 Jul 16:30

Trained a Neural Net

It also works for anything you teach someone else to do. "Oh yeah, I trained a pair of neural nets, Emily and Kevin, to respond to support tickets."
08 Jul 15:07

Coordinate Precision

40 digits: You are optimistic about our understanding of the nature of distance itself.
31 May 12:20

Saturday Morning Breakfast Cereal - Real Life

by tech@thehiveworks.com


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God. I just realized I've slowly moved in sympathy from student to teacher. In 20 years do I start writing comics about how great university admins are?


Today's News:
13 May 13:30

Tesoro, il dildo parla con la CIA

by Nebo
  Domenica mattina. La donna con cui ho fatto sesso è scomparsa, chiunque essa fosse. Verifico sui social quanti like hanno ricevuto le nostre prestazioni sessuali grazie ad i.Con, lo smart goldone. Traccia calorie bruciate, durata del rapporto, velocità media, frequenza, intensità, temperatura del corpo e numero di posizioni. Purtroppo lo smart materasso, basandosi sulla

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23 Apr 10:37

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21 Apr 16:25

lolmemez: Naptime My. Fucking. First. Born. Son.



lolmemez:

Naptime

My. Fucking. First. Born. Son.

17 Apr 08:57

How Heroes Hurt Science

by Sabine Hossenfelder
Einstein, Superhero Tell a story. That’s the number one advice from and to science communicators, throughout centuries and all over the globe. We can recite the seven archetypes forward and backward, will call at least three people hoping they disagree with each other, ask open-ended questions to hear what went on backstage, and trade around the always same anecdotes: Wilson checking the
22 Mar 13:54

Ma voi lo sapete cos’è un aggregatore di news?

by .mau.

Mercoledì vi ho raccontato di come la direttiva europea sul copyright – ovviamente secondo chi la ha fortemente voluta, tanto che spiegano come l’articolo 13 serva semplicemente per operare sul divario di valore (“value gap”) tra chi detiene i diritti sulle opere creative (attenzione, non sugli autori…) e i grandi player come Google e Facebook. Oggi voglio invece parlare dell’articolo 11, la “snippet tax” che fa la stessa cosa ma per quanto riguarda le notizie. (Nota: nella versione che sarà votata l’articolo è diventato il 15, mentre il 13 è diventato il 17.)

Rispetto alla vecchia formulazione di settembre, qualcuno si è accorto che scrivere che si stava aggiungendo un nuovo diritto “sui generis” (no, non è un copyright) non era una gran bella mossa politica e quindi il testo è diventato ancora più involuto con citazioni e controcitazioni a direttive passate. Ma la cosa che ho trovato più interessante è la definizione di che cosa entra nell’articolo. Ci è stato spiegato sino alla nausea che il problema è che i cattivoni aggregatori di news sfruttavano il lavoro dei fornitori di notizie per guadagnarci su. Peccato che l’articolo ora reciti

Member States shall provide publishers of press publications established in a Member State
with the rights provided for in Article 2 and Article 3(2) of Directive 2001/29/EC for the
online use of their press publications by information society service providers.

Non vi pare che manchi qualcosa? Proprio così. Non si parla da nessuna parte di aggregazione. Detto in altri termini: bontà del legislatore, io – che sono un individuo e ho un blog non commerciale – sono graziosamente esentato dalle richieste di questo articolo; ma una qualunque entità commerciale che fa tutt’altro ma cita un singolo articolo di giornale con qualcosa in più di un “very short extract” (qualunque cosa sia un brevissimo estratto… come vedete, la terminologia è indiscutibilmente ambigua) potrebbe essere citata per non avere chiesto una licenza. L’avvocato De Angelis che martedì faceva gli onori di casa alla riunione sul copyright spiegava che probabilmente in Italia potremmo cavarcela con il diritto di cronaca, ma in altre nazioni UE questo non sarà possibile, alla faccia della direttiva che dovrebbe essere per un mercato unico digitale.

L’altra cosa che De Angelis ha notato è la durata di questo nuovo diritto: due anni (più il periodo fino al capodanno successivo, che per una notizia postata a gennaio significa quasi tre anni) dalla pubblicazione. Anche accettando il principio che un aggregatore di news tolga traffico ai siti, direi che siamo tutti d’accordo che dopo un mese a dir tanto nessuno cerchi più la notizia come “novità” e quindi il rischio di perdere traffico non c’è più. (Ve lo vedete voi qualcuno che pubblicizzi un servizio “è accaduto un mese fa”?) Peggio ancora, terminato questo periodo potrebbe entrare in gioco il diritto all’oblio: quello che insomma si potrebbe avere è una censura nei confronti di certe notizie.

Tra l’altro, pur non essendo certo chissà quale risultato – per esempio non si parla per nulla della libertà di panorama – il resto della direttiva ha raggiunto dei compromessi accettabili. Io sono una Brutta Perzona (TM), e ho come la sensazione che questo sia stato fatto per raccogliere consenso da una serie di enti che l’anno scorso erano contrari: vedi per esempio l’Associazione Italiana Biblioteche. Personalmente, anche se forse Wikipedia non sarà toccata (a me non piace che nei considerando si parli di “senza fini di profitto” e non “senza fini di lucro”), cerco sempre di vedere le cose da un punto di vista più generale: e anche se apprezzassi il razionale dietro questi due articoli non posso accettare la loro formulazione che non mette in pratica la teoria.

Poi è chiaro che il mio parere scritto qua conta zero, ma almeno i miei ventun lettori possono conoscerlo e farsi un’idea loro, dato che a questo giro la stampa non si è nemmeno data cura di postare le veline a favore di questa bellissima direttiva…

20 Mar 12:03

Bispensiero

by .mau.

Ieri, con il mio cappellino Wikimedia Italia, sono andato a una riunione di un gruppo di legali aziendali che fanno regolarmente questi incontri sul copyright. Stavolta si parlava della direttiva europea in dirittura d’arrivo, e tra i relatori c’era nientemeno che Enzo Mazza, presidente della FIMI (i discografici, insomma). Bene: Mazza ci ha spiegato che il famoso articolo 13 della direttiva, quello sul “content filtering” o se preferite sul “value gap” che richiede un controllo sul materiale postato dagli utenti, è in realtà vantaggioso per noi peones! Il motivo? Semplice. Con la direttiva attuale se qualcuno posta materiale sotto copyright può venire citato a giudizio, mentre con le magnifiche sorti e progressive della direttiva il provider ha fatto una licenza preventiva con i titolari dei diritti e quindi è al sicurao.

Ottima narrazione, vero? Beh, proviamo a leggerla da un punto di vista leggermente diverso. Innanzitutto dovrebbe essere chiaro a tutti che la formulazione attuale – ma nemmeno quelle delle varie bozze… – non è pensata contro la pirateria. A parte il fatto che già adesso ci sono leggi per gestirla (occhei, funzionano male ma ci sono), pensateci un attimo su. Secondo voi, una piattaforma pirata andrebbe a chiedere una licenza d’uso ai legittimi proprietari? E anche se gliela chiedesse, perché mai questi dovrebbero dargliela? No, la direttiva nasce per la nonna che posta su YouTube o su Instagram il video del saggio di danza della sua nipotina che ha come colonna sonora un brano sotto copyright. Il titolare dei diritti ci perdeva? Ovviamente no, a meno che voi non crediate che ci sia gente che prende quelle colonne sonore mal mixate. Con la direttiva, però, potrà farsi dare preventivamente i soldi da Google e Facebook. Da un certo punto di vista, però, i due big possono essere contenti: in pratica continueranno a mantenere il loro oligopolio, visto che le eccezioni commerciali ci sono sì, ma sono legate alle piccole dimensioni della startup e soprattutto hanno una durata massima di tre anni. Insomma, sono stati aggiunti altri paletti per la nascita di nuovi modelli, come se non ce ne fossero già abbastanza al momento (leggete i vecchi libri di Barabási per farvene un’idea).

Devo però dire che i titolari dei diritti attuali hanno fatto un lavorone per convincere per esempio l’Associazione Italiana Biblioteche che il testo è un ottimo compromesso, dando loro un contentino per la gestione delle opere orfane. (Ah, tra l’altro, dopo la lettura di Mazza mi è chiaro perché ci sia quello che per me è un obbrobrio legale, che cioè una società di gestione che rappresenta una parte preponderante degli autori possa concedere una licenza anche per opere di autori da essa non gestiti: tutto il giro “pagateci il pizzo e state tranquilli” non funzionerebbe se la licenza non fosse in un certo senso tombale). Mi aspetto una schiacciante maggioranza a favore)

13 Mar 13:39

Boccie

by .mau.


Termino il mio resoconto torinese con questa foto di una in bassorilievo su un palazzo – in via Cigna angolo strada del Fortino – che ai tempi era un bocciodromo, a giudicare dal testo: “GIUOCO BOCCIE”. La U in “giuoco” magari non vi è neppure troppo ignota: per dire, la FIGC è la Federazione Italiana Giuoco Calcio. Ma chi è che ha scritto “boccie” con la I? Non sapeva che in italiano il plurale delle parole in -cia e -gia perde la i se l’ultima sillaba è preceduta da una consonante? Si sono appaltati i lavori di restauro a qualche ditta che ha impiegato – magari anche in nero – qualche extracomunitario?

La risposta naturalmente è molto più banale. Fino a settant’anni fa il plurale di boccia era boccie, perché la regola per il plurale era un’altra. Facciamo un passo indietro. Checché ci insegnino a scuola, l’italiano non si legge come si scrive, anche se rispetto a lingue come l’inglese e il francese (ma non il tedesco o lo sloveno, per esempio) siamo messi molto meglio. Anche tralasciando l’impossibilità di sapere dove va l’accento tonico, ci sono alcuni grafemi che hanno un significato contestuale: per esempio la i nel gruppo cia/gia serve per indicare che la c si deve pronunciare dolce e non dura. Ma al plurale, visto che la c è seguita da una e, si pronuncia dolce in ogni caso. Dunque, la si deve tenere oppure no? La risposta era: se la i era presente già nella forma latina della parola allora al plurale restava, mentre se non c’era allora non la si metteva. Così provincia, -ae in italiano faceva “provincie”, come nella Cariplo che era la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde; la ciliegia, che era ceresa, -ae, faceva “ciliege” come nel libro postumo di Oriana Fallaci Un cappello pieno di ciliege (secondo me in Rizzoli temevano che il fantasma della scrittrice toscana sarebbe tornato a tormentarli se avessero osato regolarizzare il plurale), e la bottia, -ae che è la probabile etimologia di boccia lasciava la i al plurale. Fu il grande linguista Bruno Migliorini che nel 1949 propose l’attuale regola per il plurale, come raccontato nel sito della Crusca, partendo dalla considerazione che non possiamo dire che una regola per una lingua (l’italiano) dipende da un’altra lingua (il latino). Ci furono parecchie discussioni, ma dopo una quindicina d’anni la nuova regola venne accettata più o meno da tutti, con l’eccezione immagino della Fallaci.

Detto tra noi, questo è un caso davvero eccezionale per l’italiano: a differenza per esempio dei francesi o peggio ancora dei tedeschi, che alla fine del secolo scorso hanno codificato per legge la riforma dell’ortografia della loro lingua, in Italia non c’è nessuno che abbia un’autorità prescrittiva per la nostra lingua, e le regole sono stabilite dall’uso. Abbiamo così il pronome “lei” che da solo oggetto è anche diventato soggetto soppiantando “ella”; prima o poi scriveremo (purtroppo) “qual’è” e la forma “qual è” sarà marcata come errore, e non si riesce a convincere la gente che è molto più logivo scrivere “sé stesso” con l’accento. Il tutto senza nemmeno considerare gli scempi da autocompletamento che stanno davvero rovinando l’ortografia. Morale: non facciamo (troppo) i grammarnazi, perché non abbiamo agenti di polizia lessicale da chiamare in nostro aiuto.

01 Mar 11:46

Lorenzo Fontana, il ministro che evidentemente ci meritiamo

by .mau.


Lo sanno in tanti. I ministri dell’attuale governo non brillano certo per competenza: d’altra parte sono lo specchio del nostro elettorato. Però ci sono delle cose che io non riesco proprio a buttare giù.
Abbiamo questo Lorenzo Fontana che fa il “Ministro per la Famiglia e le Disabilità”, e già il concetto di dover avere un ministro della Famiglia non mi è per nulla comprensibile: ma facciamo finta che serva semplicemente per dare uno sgabellino in più, in fin dei conti è un ministero senza portafoglio. Lorenzo Fontana si professa cattolico, anzi cattolicissimo, e lo ricorda a ogni piè sospinto: contento lui. Essendo lui cattolico anzi cattolicissimo, si sente giustamente in diritto di spiegare la religione cattolica a una nazione che ha chiaramente perso le sue radici cristiane: così sabato a Pisa ha spiegato come mai il suo governo prevede che ci siano PRIMA GLI ITALIANI, chiosando:

«Ci accusano anche da ambienti cattolici ma la nostra azione politica sull’immigrazione si ispira al catechismo — ha detto Fontana — “Ama il prossimo tuo” ovvero in tua prossimità e per questo dobbiamo occuparci prima dei nostri poveri».

Ora, io immagino che il ministro Fontana non sia un filologo, e quindi non gli sia chiaro il versetto di Luca 10,29. Un dottore della legge, dopo aver recitato la parte dello Shemà “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso” e avendo avuta l’approvazione di Gesù, continua così:

Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”.

Qui “giustificarsi” non significa “trovare una scusa” come al giorno d’oggi ma “farsi giusto”: insomma siamo in una classica discussione tra rabbi ebraici. Ma anche senza comprendere quella parola, il seguito dovrebbe essergli ben noto, come dovrebbe essere noto anche a chi cattolico non è ma vive in Europa. Come prosegue infatti Gesù? Con la parabola del Buon samaritano, dove “il prossimo” è proprio lo straniero. (E questo, aggiungo io, non è certo un caso: volenti e nolenti, è una scelta specifica per marcare una differenza con l’ebraismo)

Insomma, i casi sono due. O Lorenzo Fontana in tutti questi anni non è mai riuscito a capire cosa gli è stato detto al catechismo (occhei, sono buono, magari è che ha avuto una serie di catechisti che non erano in realtà cattolici), oppure lui lo sa benissimo ma sa anche benissimo che è l’italiano medio che non riesce a capirlo.

25 Feb 17:46

Saturday Morning Breakfast Cereal - BAH

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Today's News:
18 Feb 16:06

Physics Suppression

If physics had a mafia, I'm pretty sure the BICEP2 mess would have ended in bloodshed.
23 Jan 14:05

Should the Europeans Give Up?

by woit

The European HEP community is now engaged in a “Strategy Update” process, the next step of which will be an open symposium this May in Granada. Submissions to the process were due last month, and I assume that what was received will be made publicly available at some point. This is supposed to ultimately lead to the drafting of a new European HEP strategy next January, for approval by the CERN Council in May 2020.

The context of these discussions is that European HEP is approaching a very significant crossroads, and decisions about the future will soon need to be made. The LHC will be upgraded in coming years to a higher luminosity, ultimately rebranded as the HL-LHC, to start operating in 2026. After 10-15 years of operation in this higher-luminosity mode, the LHC will reach the end of its useful life: the marginal extra data accumulated each year will stop being worth the cost of running the machine.

Planning for the LHC project began back in the 1980s, and construction was approved in 1994. The first physics run was 16 years later, in 2010. Keep in mind that the LHC project started with a tunnel and a lot of infrastructure already built, since the LEP tunnel was being reused. If CERN decides it wants to build a next generation collider, this could easily take 20 years to build, so if one wants it to be ready when the LHC shuts down, one should have started already.

Some of the strategy discussion will be about experiments that don’t require the highest possible collision energies (the “energy frontier”), for instance those that study neutrinos. Among possibilities for a new energy frontier collider, the main ones that I’m aware of are the following, together with some of their advantages and drawbacks:

  • FCC-ee: This would be an electron-positron machine built in a new 100 km tunnel, operating at CM energies from 90 to 365 GeV. It would provide extremely high numbers of events when operated at the Z-peak, and could also be operated as a “Higgs factory”, providing a very large number of Higgs events to study, in a much cleaner environment than that provided by a proton-proton collider like the LHC.

    In terms of drawbacks, it is estimated to cost \$10 billion or so. The CM energy is quite a bit less than that of the LHC, so it seems unlikely that there are new unknown states that it could study, since these would have been expected to show up by now at the LHC (or at LEP, which operated at 209 GeV at the end).

    Another point in favor of the FCC-ee proposal is that it would allow for reuse of the tunnel (just as the LHC followed on LEP) for a very high energy proton-proton collider, called the FCC-hh, which would operate at a CM energy of 100 TeV. This would be a very expensive project, estimated to cost \$17 billion (on top of the previous \$10 billion cost of the FCC-ee).

  • HE-LHC: This would essentially be a higher energy version of the LHC, in the same tunnel, built using higher field (16 T vs. 8.33 T) magnets. It would operate at a CM energy of 27 TeV. The drawbacks are that, while construction would be challenging (there are not yet appropriate 16 T magnets), only a modest (27 vs. 14 TeV) increase in CM energy would be achieved. The big advantage over the FCC-hh is cost: much of the LHC infrastructure could be reused and the machine is smaller, so the total cost estimate is about \$7 billion.
  • CLIC: This would be a linear electron-positron collider with first stage of the project an 11 km-long machine that would operate at 380 GeV CM energy and cost about \$7 \$6 billion. The advantage of this machine over the circular FCC-ee is that it could ultimately be extended to a longer 50 km machine operating at 3 TeV CM energy (at a much higher cost). The disadvantage with respect to the FCC-ee is that it is not capable of operating at very high luminosity at lower energies (at the Z-peak or as a Higgs factory).

For some context for the very high construction costs of these machines, the CERN budget is currently around \$1.2 billion/year. It seems likely that member states will be willing to keep funding CERN at this level in the future, but I have no idea what prospects if any there are for significantly increased contributions to pay for a new collider. A \$10 billion FCC-ee construction cost spread out over 20 years would be \$500 million/year. Can this somehow be accommodated within CERN’s current budget profile? This seems difficult, but maybe not impossible. Where the additional \$17 billion for the FCC-hh might come from is hard to see.

If none of these three alternatives is affordable or deemed worth the cost, it looks like the only alternative for energy frontier physics is to do what the US has done: give up. The machines and their cost being considered here are similar in scale to the SSC project, which would have been a 40 TeV CM energy 87 km proton-proton collider but was cancelled in 1993. Note that the capabilities of the SSC would have been roughly comparable to the HE-LHC (it had higher energy, lower luminosity). Since it would have started physics around 2000, and an HE217.182.0.0/16-LHC might be possible in 2040, one could say that the SSC cancellation set back the field at least 40 years. The worst part of the SSC cancellation was that the project was underway and there was no fallback plan. It’s hard to overemphasize how disastrous this was for US HEP physics. Whatever the Europeans do, they need to be sure that they don’t end up with this kind of failure.

Faced with a difficult choice like this, there’s a temptation to want to avoid it, to believe that surely new technology will provide some more attractive alternative. In this case though, one is running up against basic physical limits. For circular electron-positron machines, synchrotron radiation losses go as the fourth power of the energy, whereas for linear machines one has to put a lot of power in since one is accelerating then dumping the beam, not storing it. For proton-proton machines, CM energy is limited by the strength of the dipole magnets one can build at a reasonable cost and operate reliably in a challenging environment. Sure, someday we may have appropriate cheap 60T magnets and a 100 TeV pp collider could be built at reasonable cost in the LHC tunnel. We might also have plasma wakefield technology that could accelerate beams of electrons and positrons to multi-TeV energies over a reasonable distance, with a reasonable luminosity. At this point though, I’m willing to bet that in both cases we’re talking about 22nd century technology unlikely to happen to fall into the 21st century. Similar comments apply to prospects for a muon collider.

Another way to avoid the implications of this difficult choice is to convince oneself that cheaper experiments at low energy, or maybe astrophysical observations, can replace energy frontier colliders. Maybe one can get the same information about what is happening at the 1-10 TeV scale by looking at indirect effects at low energy. Unfortunately, I don’t think that’s very likely. There are things we don’t understand about particle physics that can be studied using lower energies (especially the neutrino sector) and such experiments should be pursued aggressively. It may be true that what we can learn this way can replace what we could learn with an energy-frontier collider, but that may very well just be wishful thinking.

So, what to do? Give up, or start trying to find the money for a very long-term, very challenging project, one with an uncertain outcome? Unlike the case of the LHC, we have no good theoretical reason to believe that we will discover a new piece of fundamental physics using one of these machines. You can read competing arguments from Sabine Hossenfelder (here and here) and Tommaso Dorigo (here, here and here).

Personally, I’m on the side of not giving up on energy frontier colliders at this point, but I don’t think the question is an easy one (unlike the question of building the LHC, which was an easy choice). One piece of advice though is that experience of the past few decades shows you probably shouldn’t listen to theorists. A consensus is now developing that HEP theory is in “crisis”, see for instance this recent article, where Neil Turok says “I’m busy trying to persuade my colleagues here to disregard the last 30 years. We have to retrace our steps and figure out where we went wrong.” If the Europeans do decide to build a next generation machine, selling the idea to the public is not going to be made easier by some of the nonsense from theorists used to sell the LHC. People are going to be asking “what about those black holes the LHC was supposed to produce?” and we’re going to have to tell them that that was a load of BS, but that this time we’re serious. This is not going to be easy…

Update: Some HEP experimentalists are justifiably outraged at some of the negative media stories coming out that extensively quote theorists mainly interested in quantum gravity. There are eloquent Twitter threads by James Beacham and Salvatore Rappoccio, responding to this Vox story. The Vox story quotes no experimentalists, instead quotes extensively three theorists working on quantum gravity (Jared Kaplan, Sabine Hossenfelder and Sean Carroll). Not to pick specifically on Kaplan, but he’s a good example of the point I was making above about listening to theorists. Ten years ago his work was being advertised with:

As an example question, which the LHC will almost certainly answer—we know that the sun contains roughly 10^60 atoms, and that this gigantic number is a result of the extreme weakness of gravity relative to the other forces—so why is gravity so weak?

Enthusiasm for the LHC then based on the idea that it was going to tell us about gravity was always absurd, and a corresponding lack of enthusiasm for a new collider based on negative LHC results on that front is just as absurd.

Update: Commenter abby yorker points to this new opinion piece at the New York Times, from Sabine Hossenfelder. The subtitle of the piece is “Ten years in, the Large Hadron Collider has failed to deliver the exciting discoveries that scientists promised.” This is true enough, but by not specifying the nature of the failure and which scientists were responsible, it comes off as blaming the wrong people, the experimentalists. Worse, it uses this failure to argue against further funding not of failed theory, but of successful experiment.

The LHC machine and the large-scale experiments conducted there have not in any sense been a failure, quite the opposite. The machine has worked very well, at much higher than design luminosity, close to design energy (which should be achieved after the current shutdown). The experiments have been a huge success on two fronts. In one direction, they’ve discovered the Higgs and started detailed measurements of its properties, in another they’ve done an amazing job of providing strong limits on a wide range of attempted extensions of the standard model.

These hard-won null results are not a failure of the experimental program, but a great success of it. The only failure here is that of the theorists who came up with bad theory and ran a hugely successful hype campaign for it. I don’t see how the lesson from seeing an experimental program successfully shoot down bad theory is that we should stop funding further such experiments. I also don’t see how finding out that theorists were wrong in their predictions of new phenomena at the few hundred GeV scale means that new predictions by (often the same) theorists of no new phenomena at the multiple TeV scale should be used as a reason not to fund experimentalists who want to see if this is true.

Where I think Hossenfelder is right is that too many particle physicists of all kinds went along with the hype campaign for bad theory in order to get people excited about the LHC. Going on about extra dimensions and black holes at the LHC was damaging to the understanding of what this science is really about, and completely unnecessary since there was plenty of real science to generate excitement. The discussion of post-LHC experimental projects should avoid the temptation to enter again into hype-driven nonsense. On the other hand, the discussion of what to defund because of the LHC results should stick to defunding bad theory, not the experiments that refute it.

Update: Some more commentary about this, from Chris Quigg, and the CERN Courier. In particular, the CERN Courier has this from Gerard ‘t Hooft:

Most theoreticians were hoping that the LHC might open up a new domain of our science, and this does not seem to be happening. I am just not sure whether things will be any different for a 100 km machine. It would be a shame to give up, but the question of whether spectacular new physical phenomena will be opened up and whether this outweighs the costs, I cannot answer. On the other hand, for us theoretical physicists the new machines will be important even if we can’t impress the public with their results.

and, from Joseph Incandela:

While such machines are not guaranteed to yield definitive evidence for new physics, they would nevertheless allow us to largely complete our exploration of the weak scale… This is important because it is the scale where our observable universe resides, where we live, and it should be fully charted before the energy frontier is shut down. Completing our study of the weak scale would cap a short but extraordinary 150 year-long period of profound experimental and theoretical discoveries that would stand for millennia among mankind’s greatest achievements.

Update: Also, commentary at Forbes from Chad Orzel here.

Update: I normally try and not engage with Facebook, and encourage others to follow the same policy, but there’s an extensive discussion of this topic at this public Facebook posting by Daniel Harlow.