Jacopo.bertolotti
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Generator of arbitrary classical photon statistics
We propose and experimentally demonstrate a device for generating light with arbitrary classical photon-number distribution. We use programmable acousto-optical modulation to control the intensity of light within the dynamic range of more than 30 dB and inter-level transitions faster than 500 ns. ... [Opt. Express 26, 8998-9010 (2018)]
The scant science behind Cambridge Analytica’s controversial marketing techniques
The scant science behind Cambridge Analytica’s controversial marketing techniques
The scant science behind Cambridge Analytica’s controversial marketing techniques, Published online: 29 March 2018; doi:10.1038/d41586-018-03880-4
Nature peers into the evidence for ‘psychographic targeting’.Brain-wide 3D light-field imaging of neuronal activity with speckle-enhanced resolution
A major challenge in neuroscience is to sample large-scale neuronal activity at high speed and resolution. While calcium (Ca^2+) imaging allows high-resolution optical read-out of neuronal activity, it remains challenging to sample large-scale activity at high speed, as most available imaging ... [Optica 5, 345-353 (2018)]
Scattering correlations of time-gated light
Manipulating the propagation of light through scattering media remains a major challenge for many applications, including astronomy, biomedical imaging, and colloidal optics. Light can be focused through inhomogeneous media into any desired point with wavefront shaping techniques. However, ... [Optica 5, 389-394 (2018)]
Google employees revolt, say company should shut down military drone project

Enlarge / A General Atomics MQ-9 Reaper. (credit: USAF / Airman First Class Adarius Petty)
About a month ago, news surfaced that Google was working with the United States Department of Defense on drone software called "Project Maven." The project applied Google's image-recognition techniques to the millions of hours of drone footage collected by the military with the goal of identifying people and objects of interest. At the time, some Google employees were reportedly outraged at the news, and now The New York Times reports the situation has escalated to a formal letter being addressed to Google CEO Sundar Pichai.
The letter, which The Times reports has "garnered more than 3,100 signatures" comes right out in the first paragraph and demands the project be cancelled:
Dear Sundar,
We believe that Google should not be in the business of war. Therefore we ask that Project Maven be cancelled and that Google draft, publicize, and enforce a clear policy stating that neither Google nor its contractors will ever build warfare technology.
The letter goes on to say that "building this technology to assist the US Government in military surveillance—and potentially lethal outcomes—is not acceptable" and that Maven will "irreparably damage Google's brand and its ability to compete for talent." The letter even invokes Google's "Don't Be Evil" motto.
Lavorare a cottimo
S ono le 18, inizia il turno (sembra che non si debba chiamarlo così, scopriremo più tardi perché). Torino, Piazza Castello e poi San Salvario e poi Vanchiglia e poi Porta Palazzo e poi San Donato e ancora San Salvario e poi Piazza Vittorio Veneto fino all’ultimo chilometro, fino all’ultimo minuto. Pedala, pedala, corri veloce, su e giù per la città, devi fare più consegne possibili, bisogna scalare il ranking, prendere i feedback migliori. E allora pedala, pedala ancora. Anche con la pioggia, anche con lo smog che diventa nebbia. Paga oraria o cottimo, non importa, è irrilevante, devi comunque essere tra i migliori. Pedala, pedala più forte.
È impossibile non farci caso. Sono tanti, in sella alle loro biciclette o ai loro motorini. I colori variano ma sono sempre gli stessi: rosa, giallo, verde-azzurro. Truppe diverse a contendersi il mercato delle consegne a domicilio. Loro sono i rider, i corrieri all’epoca degli algoritmi.
Sono ormai parte del tessuto urbano delle medie e grandi città. C’è chi parla di imprenditorializzazione della condizione urbana. Diventare imprenditori di se stessi, gestire il proprio tempo compatibilmente con altre occupazioni, afferrare pezzi di libertà. C’è qualcosa di sottilmente seducente in questa narrazione. “Teoricamente ci sono alcuni aspetti positivi come la flessibilità in situazioni in cui una persona ha bisogno di organizzare le sue giornate. E sicuramente ci sono rider che sono contenti di lavorare in questo modo e di percepire una fonte di reddito. La realtà, però, appare più fosca. Per le piattaforme ci sono tutti i privilegi del datore di lavoro (possono indirizzare efficacemente la prestazione) e per i rider gli inconvenienti di essere un autonomo (inconveniente retributivo, contributivo, fiscale). L’autonomia si riduce al lumicino perché deve venire a patti con le prerogative della piattaforma, molto affini a quelle di un datore di lavoro tradizionale. Alcune tutele devono essere sempre garantite e non possono essere spente”, sostiene Antonio Aloisi, dottorando di diritto del lavoro alla Bocconi.
Foodora, Deliveroo, Glovo, Just Eat e altri dominano il mercato delle consegne di cibo a domicilio. Si presentano come piattaforme che fanno incontrare domanda e offerta. Da una parte ci sono ristoranti, pizzerie e altri negozi, dall’altra i clienti e in mezzo i rider. In questo contesto, le piattaforme sono solo un mezzo di comunicazione e i fattorini sono freelance che possono lavorare in “totale libertà”, che possono scegliere “quali ordini accettare”, come si legge sul sito di Glovo. Siamo in un territorio che, di volta in volta, viene chiamato gig economy, platform economy, crowd economy. Locuzioni che, con differenti sfumature di significato, indicano un modello economico sempre più rilevante, in grado di scardinare i vecchi parametri del mondo del lavoro. Non ci sono dati e numeri chiari sulla gig economy e in particolar modo sul settore del delivery. È praticamente impossibile sapere quante sono le persone che lavorano per conto di Foodora, Deliveroo e altri, sia per la reticenza di queste aziende sia per la continua e massiccia opera di assunzioni (anche questa è una parola che non dovrebbe essere usata). Sulla sostenibilità di questo business si può dire qualcosa di più certo. Molti esperti credono che si tratti di una bolla, tenuta in vita dai massicci finanziamenti dei fondi di venture capital. Eppure, nonostante la spinta di capitali esterni, produrre profitti appare una difficile opera di equilibrismo. Nel 2016, per esempio, il margine lordo (che dà una misura del profitto) generato da Deliveroo è stato appena dello 0,7% sui ricavi. In un contesto del genere, comprimere il costo del lavoro è fondamentale. Ed è quello che, ad ascoltare le voci di molti rider, le piattaforme cercano di fare continuamente. Cambiando in peggio o eliminando incentivi e bonus. O favorendo il passaggio da una paga oraria a un sistema a cottimo.
È praticamente impossibile sapere quante sono le persone che lavorano per conto di Foodora, Deliveroo e altri, sia per la reticenza di queste aziende sia per la continua e massiccia opera di assunzioni.
“Qui a Berlino alcuni fattorini di Deliveroo guadagnano all’ora, ma sempre più persone sono pagate a cottimo. Foodora dà un contratto a tutti con paga oraria. La mia esperienza, però, mi suggerisce che le aziende provano sempre a schiacciare verso il basso tutele e condizioni di lavoro. Per esempio, quando ho iniziato con Foodora, era previsto uno straordinario per lavorare nel weekend, di notte o con il cattivo tempo. Poi hanno cambiato tutto e hanno introdotto un sistema che funziona così: solo il 15% dei rider migliori riceve i bonus. In questo modo, sono riusciti nell’intento di pagare di meno e allo stesso tempo di mettere più pressione. Se vuoi guadagnare di più, devi correre più veloce”, racconta Georgia, una ragazza tedesca che lavora da circa due anni con Foodora. In un certo senso lei è fortunata. Perché a Berlino i rider dell’impresa nata a Monaco di Baviera nel 2014 sono tutti dipendenti e possono godere di malattie e ferie pagate. Qualcosa di inimmaginabile per la maggior parte dei suoi colleghi nel resto d’Europa.
A gennaio a Bruxelles i fattorini di Deliveroo hanno occupato la sede dell’azienda in segno di protesta contro la decisione di sospendere la collaborazione con la cooperativa Smart – che garantiva una protezione sociale minima – e di inquadrare tutti i collaboratori come autonomi. Dopo tre giorni di occupazione Deliveroo – ribattezzata Slaveroo dai fattorini in lotta – ha prima accettato di sedersi al tavolo dei negoziati in presenza del Ministero del Lavoro e poi ha fatto saltare tutto. Una presa di posizione che non sembra aver scalfito la determinazione dei rider.
Anche a Bologna proteste e azioni dimostrative hanno costretto le piattaforme del delivery (Sgnam, Just Eat, Glovo, Deliveroo), su sollecitazione delle istituzioni locali, a prendere nota delle richieste dei rider. L’obiettivo è arrivare a una contrattazione metropolitana che stabilisca regole più chiare e tutele più certe.
Bruxelles e Bologna sono solo le punte più visibili di un iceberg che rischia di mettere in pericolo la navigazione delle aziende del delivery. In Italia, i fattorini di Torino sono stati tra i primi, fin dal 2016, a sfidare l’ordine del discorso imposto dalle aziende. E hanno continuato a farlo, senza mai fermarsi e raggiungendo risultati eclatanti, come a settembre del 2017, quando 13 fattorini di Deliveroo, rifiutando gli ordini, hanno boicottato un’offerta promozionale delle gelaterie Grom. E nonostante la reazione decisa delle piattaforme, come nel caso di Foodora che, dopo le prime proteste del 2016, ha iniziato a non assegnare più turni ad alcuni rider. “Per questo motivo sei ragazzi hanno deciso di portare in tribunale Foodora, che ha risposto con una strategia difensiva tanto semplice quanto banalizzante: si tratta sempre e solo di studenti, si tratta sempre e solo di lavoretti riempitivi. Sinceramente, mi rifiuto di prestare il fianco a un immaginario collettivo sul diritto del lavoro per il quale ci sono categorie legittimamente sfruttate, categorie di serie B. Innanzitutto, ci sono tanti over 40 tra i fattorini. E, al di là di questo, non capisco perché i giovani dovrebbero essere sfruttati e non avere garanzie”, dice Giulia Druetta, l’avvocato che segue il caso. A detta della legale, “sono quattro i punti dirimenti: il riconoscimento del lavoro subordinato, la questione della privacy e del controllo a distanza, l’illegittimità della disconnessione/licenziamento e la sicurezza sul lavoro. C’è una scelta aziendale precisa. I lavoratori sono stati puniti ed estromessi. Non potevano decidere di non fare il turno (al massimo la richiesta di sostituzione), così come non potevano decidere di non effettuare l’ordine. Il punto è come funzionano più in generale queste aziende. Questa flessibilità, questi margini di libertà millantati, in realtà, sono all’interno di un sistema in cui non sono praticabili”. L’udienza finale del processo si terrà tra pochi giorni, l’11 aprile.
La via legale è un tentativo di stanare le piattaforme e di far emergere in tutta la loro ambiguità le zone grigie dell’organizzazione del lavoro ai tempi della gig economy. Così è successo in Spagna, dove la Inspección de Trabajo di Valencia ha riconosciuto il rapporto di lavoro subordinato nel caso dei rider di Deliveroo. Così è successo in Inghilterra, dove ha fatto notizia la sentenza Uber ma dove, allo stesso tempo, Deliveroo è riuscita a vincere e a dimostrare che i corrieri non sono worker che hanno diritto ad alcune tutele sociali ma self-employed che decidono liberamente su tempi e modi della loro attività.
La via legale è un tentativo di stanare le piattaforme e di far emergere in tutta la loro ambiguità le zone grigie dell’organizzazione del lavoro ai tempi della gig economy.
È su questo punto, sull’ambiguità autonomo/non autonomo, che si gioca gran parte del conflitto. Le imprese del delivery assicurano che si tratta di un falso problema, che la maggior parte delle persone che lavorano facendo consegne vuole la massima flessibilità. “Riceviamo ogni giorno decine di richieste di potenziali rider. E oltre il 90% di quelli che già collaborano con noi è contento di avere questa possibilità”, dichiara un portavoce di Deliveroo. È difficile dire se queste stime siano giuste. Probabilmente raccontano una parte di verità, come sottolinea Michele, che consegna cibo a Milano per Deliveroo: “La realtà è che quelli che protestano sono sempre una minoranza, perché le aziende buttano continuamente dentro nuove persone. In questo modo si creano inevitabilmente conflitti interni”.
Tuttavia, difficilmente la questione autonomo/non autonomo può essere derubricata a falso problema. Di quale flessibilità si parla? Di una flessibilità che risponde alle esigenze di ogni singola persona o di una flessibilità calata dall’alto? Di quale libertà si parla? Di una libertà vera o di una libertà apparente che deve autolimitarsi per venire a patti con le regole del gioco decise da un algoritmo? Classifiche interne, chat aziendali, politiche disciplinanti che stabiliscono i turni in base a criteri di produttività e che penalizzano chi vuole o è costretto a non accettare le consegne. Sono solo alcuni dei punti messi spesso in evidenza dai fattorini ribelli e che dimostrerebbero che la flessibilità è un’idea svuotata di senso e che di autonomo c’è poco.
“Le piattaforme hanno creato una piazza di mercato dove la merce è il lavoro e dunque i lavoratori. La gestione umana che sembra essere scomparsa è stata rimpiazzata dagli algoritmi. Ma, per come sono concepiti, non costituiscono che una maschera rispondente ai reali bisogni delle piattaforme che danno ordini. L’iperflessibilità annunciata è fittizia. In teoria, il fattorino lavora quando vuole. In realtà Deliveroo, leader del mercato, ha creato un algoritmo che classifica i fattorini e dà loro accesso al programma in differenti orari. L’ideale sarebbe essere tra i primi. Fondamentalmente c’è un ritorno al XIX secolo. A Place de Grève a Parigi, tutte le mattine il caposquadra sceglieva i lavoratori per scaricare i battelli. Tecnicamente il lavoro è lo stesso degli ultimi secoli, se non fosse che il capo è scomparso e gli ordini di missione appaiono sul telefono. Ci si veste, si va fino ai quartieri commerciali, ci si connette e si attende l’ordine. È quando sopraggiunge un problema che il rapporto umano riappare sotto forma di una telefonata. Allora, ci si può chiedere perché tanta gente continui a fare questo lavoro. Sempre più per necessità e sempre meno per il piacere di lavorare in bici o in moto. Ho visto la popolazione dei fattorini trasformarsi radicalmente in due anni”, racconta Jerome Pimot, ex rider parigino e anima del collettivo dei fattorini autonomi di Parigi (CLAP).
Anche Michele parla di una libertà che è tale solo nella misura in cui si rispettano determinate regole: “Un po’ di tempo fa un mio collega, che stava facendo consegne sotto la pioggia in motorino, ha interrotto il suo servizio. Era zuppo. Ha contattato un agente di supporto e gli ha detto: “mi dispiace, ma non sono nelle condizioni di poter continuare. Io mi sloggo”. La settimana successiva non ha lavorato. Il ricatto è perpetuo”.
Ciò che impressiona è il carattere transnazionale delle proteste. Nel 2017 ci stati più di quaranta scioperi e proteste in tutta Europa e centinaia e centinaia di fattorini in lotta.
La questione autonomo/non autonomo è talmente essenziale che anche il linguaggio diventa un campo di battaglia. Già il Guardian ne ha parlato facendo riferimento a una lista – preparata per i manager britannici di Deliveroo – di espressioni da usare e non usare: per esempio, independent suppliers invece di staff, onboarding invece di hiring, fees invece di wages. L’ortodossia linguistica sta così a cuore a Deliveroo (e forse anche alle altre aziende del settore) che viene declinata secondo le diverse specificità locali. Così, in una guida redatta dalla divisione spagnola di Deliveroo per i suoi tutor, c’è un paragrafo speciale chiamato palabras erroneas y illegales. E in una mail inviata ai tutor si dice chiaramente che bisogna “fare attenzione alle parole proibite perché, in caso di un controllo esterno, possono dare problemi legali”.
Ciò che impressiona è il carattere transnazionale delle proteste. Tutto ha avuto inizio nel 2016 a Londra e poi ci sono stati altri timidi segnali a Torino e a Bordeaux. Ma l’anno di fuoco è stato il 2017 con più di quaranta tra scioperi e proteste in tutta Europa e con centinaia e centinaia di fattorini in lotta. Il 2018 si annuncia ancora più caldo. Nel mese di gennaio ci sono state manifestazioni e azioni dimostrative quasi ogni giorno. C’è una linea rossa che attraversa e tiene insieme Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda, Regno Unito e Spagna che sta iniziando a toccare altri Paesi in Europa come Grecia, Polonia e Svezia e anche ben al di là degli Urali come nel caso di Hong Kong.
“Stiamo parlando di un movimento ancora piccolo (statisticamente e in fatto di numeri) ma è chiara la direzione che sta prendendo la lotta in ambito lavorativo. Potenzialmente può diventare molto più forte. La cosa interessante è che in Belgio, Inghilterra, Germania, Francia, Italia, Spagna si stanno sviluppando le stesse dinamiche nello stesso periodo storico. L’aspetto transnazionale delle proteste può mettere pressione alle piattaforme. Senza contare che un eventuale successo rafforzerebbe una strategia di rivendicazioni sociali su un piano più ampio”, dichiara Callum Cant, un ragazzo inglese che collabora con Deliveroo a Brighton. Fa parte di un’organizzazione di base chiamata Plan C ed è uno dei promotori del coordinamento delle lotte su base transnazionale. Nel mese di novembre lui e decine di altri rider hanno fatto un picchetto davanti a una cucina di proprietà di Deliveroo e hanno causato per qualche ora l’interruzione del servizio di consegna.
Le richieste dei fattorini sono abbastanza simili in tutti i paesi: riconoscimento di tutele sociali, paga oraria fissa e bonus certi in caso di maltempo o di lavoro straordinario, retribuzioni adeguate, monte ore minimo garantito, gestione trasparente del sistema dei feedback. Certo, ognuno di questi aspetti assume forme e rilevanze diverse in base alla situazione specifica. Così, per esempio, il fisso orario può variare molto da Paese a Paese: si passa dalle 12 sterline di alcune città inglesi ai 6-7 euro delle città italiane. Le cose possono cambiare molto anche all’interno dello stesso Paese o della stessa città, come nel caso dei contratti e del sistema di retribuzione. C’è chi viene pagato a ore, chi viene pagato a cottimo. “Ho iniziato a lavorare per Glovo a novembre, firmando un contratto di collaborazione autonoma occasionale. In pratica, il compenso viene pattuito ogni volta che viene effettuata una prestazione. Finora sono stato pagato 8 euro lordi all’ora, ma al colloquio ci è stato detto che gradualmente saremmo passati a un sistema misto fino alla possibilità di arrivare a un cottimo pieno. Sono un po’ turbato all’idea di passare al cottimo. Qui a Bologna, come in tante altre città europee, stiamo lottando per i nostri diritti. L’effetto contagio è importantissimo, ma è molto difficile coordinare le lotte. Bisogna fare i conti con le diverse percezioni che i lavoratori hanno in riferimento al quadro normativo in cui sono inseriti”, racconta Lorenzo. Negli ultimi giorni di gennaio i rider bolognesi di Glovo hanno ricevuto una mail in cui vengono informati che, a partire da febbraio, la paga base viene diminuita a 5,50 euro lordi all’ora, da integrare con un nuovo sistema che prevede il pagamento di 1,80 euro a consegna e di 90 centesimi a chilometro in linea d’aria. “In questo modo sarai in grado di abituarti al guadagno per ordine”, si legge nella mail.
La gig economy sta modificando il linguaggio e la struttura del lavoro, sta modificando le forme di organizzazione dei lavoratori. I sindacati confederali sembrano incapaci di comprendere le trasformazioni e le novità che attraversano un mondo in continua evoluzione. Qualcosa si muove e la Cgil, per esempio, ha creato la Nidil, una sezione che si occupa delle nuove identità del lavoro. Nel caso delle proteste dei fattorini, la spinta viene però quasi sempre dal basso. “Qui in Germania si ripete come un mantra il fatto che la gig economy sia qualcosa di intangibile o che sia impossibile organizzarsi. O almeno questo è quello che dicono i grandi sindacati. Invece, i lavoratori si stanno organizzando autonomamente, non hanno bisogno dei canali tradizionali e si appoggiano ai sindacati di base o si riuniscono in collettivi”, dice Georgia.
La gig economy sta modificando il linguaggio e la struttura del lavoro. I sindacati confederali sembrano incapaci di comprendere le trasformazioni che attraversano un mondo in continua evoluzione.
Così, in Germania la FAU, promotrice delle iniziative di lotta, si definisce un sindacato di base indipendente. In Spagna, i rider di Barcelona, Valencia, Madrid – sotto il nome di Riders X Derechos – si sono riuniti al grido di “stop falsos autónomos” e di “no es un hobby”. In Francia, CLAP è, come già detto, un collettivo che mette insieme i fattorini autonomi. Le parole di Jerome Pimot illustrano la distanza che c’è tra il sindacalismo classico e l’autorganizzazione di base: “Possiamo decidere di agire come vogliamo senza dover seguire una vecchia linea direttrice sconnessa dalla nostra quotidianità 3.0. Il sindacalismo classico non ha capito la cesura epocale rappresentata dalla tecnologia, non ha capito il suo ruolo insieme distruttivo e salvifico. Le nuove tecnologie utilizzate dalle piattaforme hanno anche permesso lo sviluppo di reti sociali. Facebook, Twitter, Whatsapp, Telegram sono mezzi che possono trasformarsi in armi nel quadro di una lotta. Si può ragionevolmente dire che noi uberizziamo il sindacalismo per il suo più grande vantaggio. Senza Facebook non sarebbe stato possibile creare una o più strutture militanti su scala europea.”
L’uberizzazione è un processo che sta rimodellando il mondo del lavoro. Gradualmente ma radicalmente, anche se nessuno può dire con certezza quello che succederà nei prossimi anni. Secondo la ricerca “Work in the European Gig Economy”, curata dalla Business School della University of Hertfordshire, una buona fetta della popolazione degli Stati europei esaminati (con una percentuale che varia dal 9% di Germania e Inghilterra al 22% dell’Italia) si affida al crowd work per guadagnare una parte – o gran parte, nella minoranza dei casi – del proprio reddito annuale. Il lavoro liquido – per parafrasare Bauman – sta diventando una caratteristica non insolita della nostra società. La questione è sempre la stessa. Chi beneficia davvero della flessibilità? Il futuro sono le piattaforme, gli algoritmi e la distruzione del rapporto di lavoro subordinato? Come sottolineato da Jerome Pimot, la tecnologia può annientare o liberare. Può liberare il tempo, può annientarlo riducendolo a pezzi che devono essere incastrati in maniera diversa ogni giorno. “Spesso, nell’ambito della platform economy, si utilizza questo richiamo all’algoritmo in maniera un po’ sciamanica. S’identifica un’entità inafferrabile, quando invece c’è molto di umano nell’algoritmo, c’è una questione di controllo della prestazione. Questo controllo è molto penetrante. È come se il lavoratore obbedisse a ordini invisibili e per questo paradossalmente più disciplinanti. Si crea una classifica interna sulla base della disponibilità, della velocità, del numero di consegne effettuate, della valutazione del cliente finale. Questi dati sono importanti per la carriera del lavoratore. Si crea un effetto blocco, il lavoratore si asterrà dal migrare a un’altra piattaforma perché perderà tutto quello che ha guadagnato a livello di ranking e dovrà ripartire daccapo”, sostiene Antonio Aloisi. Che aggiunge: “L’economia della piattaforma ci consegna una profezia. Il suo modello aziendale, ibrido tra impresa e rapporto di lavoro autonomo, rischia di essere contagioso. Cosa già avvenuta visto che l’economia della piattaforma non è limitata al settore del delivery ma è ormai un dato consolidato anche nel lavoro cognitivo. L’idea di fondo è spostare gran parte del rischio dell’impresa sul lavoratore”.
Davanti a questi cambiamenti c’è chi, all’interno del movimento di protesta, sta cercando di tracciare una via alternativa. La risposta è la socializzazione delle piattaforme. Jerome Pimot e altri fattorini ed ex fattorini francesi hanno creato CoopCycle, una piattaforma pensata per i rider che decidono di associarsi in cooperative. L’obiettivo è, come si legge sul sito, mettere insieme “cooperative locali, unite internazionalmente, per competere con le grandi piattaforme”.
In Spagna alcuni ex collaboratori di Deliveroo e Glovo hanno deciso di lanciare un progetto simile, sostenuto finanziariamente anche dalla Generalitat de Catalunya. Glovo ha dichiarato di voler addebitare ai suoi rider 2 euro per ogni fattura emessa con la giustificazione che in questo modo si possa coprire il costo di un’assicurazione. Dagu ha lavorato per Deliveroo, prima di essere disconnesso insieme a un’altra trentina di persone per aver rifiutato un contratto che stabiliva il passaggio dal pagamento orario al pagamento a cottimo. Ha le idee chiare sul nuovo progetto: “L’idea è garantire le tutele sociali e un minimo di circa 400 euro per 20 ore settimanali. Vogliamo offrire condizioni di lavoro degne in un settore dove non c’è dignità”.
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Incidente mortale in Tesla, l’Autopilot era attivo ma il conducente non ha risposto ai suoi avvisi
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| Credit: NBC. |
Ultimo aggiornamento: 2018/04/03 00:10.
Un incidente avvenuto a Mountain View, in California, nel quale ha perso la vita il conducente di una Tesla Model X, ha posto nuovi interrogativi sul sistema di guida assistita di Tesla, il cosiddetto Autopilot.
L’incidente, e soprattutto la conseguente indagine delle autorità statunitensi per la sicurezza dei trasporti (NTSB), è anche una delle ragioni della forte caduta (8%) delle azioni Tesla e del declassamento del credit rating di Tesla da parte di Moody. Le altre sono le lentezze, rispetto alle promesse di Elon Musk, nella produzione della Model 3 (il modello meno caro delle Tesla, che è in vendita ma col contagocce) e le conseguenti incertezze sull’indebitamento dell’azienda, nonché il richiamo di tutte le Model S, circa 123.000, per un possibile problema al servosterzo nei climi molto freddi. Insomma, è un momento difficile per Tesla.
Poche ore fa, dopo alcune incertezze iniziali, è emerso che al momento dell’incidente l‘Autopilot della Model X era attivo. Questo sembra indicare un difetto grave nel sistema di guida assistita che avrebbe ripercussioni enormi su Tesla e sulle circa 280.000 sue auto circolanti, oltre che sull’intero concetto di guida autonoma, già scosso dal recente incidente mortale di un’auto di Uber.
Ma è importante capire la dinamica di questo incidente prima di saltare a conclusioni affrettate.
Secondo il rapporto della California Highway Patrol, l’auto ha colpito frontalmente e di testa lo spartitraffico, si è incendiata ed è stata colpita da altre due auto. L’impatto è stato terribilmente violento perché lo spartitraffico non aveva più l’apposito attenuatore d’urto, che era andato distrutto in un altro incidente, nel quale aveva contribuito a salvare il conducente accartocciandosi come previsto e smorzando quindi l’impatto.
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| L’attenuatore d’urto nelle sue condizioni normali, visto da Google Street View. |
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| L’attenuatore collassato com’era il giorno prima dell’incidente della Tesla. |
Tesla ha dichiarato che secondo i dati dei sensori di bordo “negli istanti che hanno preceduto la collisione, avvenuta alle 9:27 del mattino venerdì 23 marzo, l’Autopilot era attivato, con la distanza di inseguimento del cruise control adattivo impostata al minimo” (la guida assistita dell’auto mantiene automaticamente la distanza dal veicolo che la precede, e questa distanza era impostata al valore minimo). Ma ha notato anche che “il conducente aveva ricevuto numerosi avvisi visivi e uno acustico di riprendere il controllo poco prima, durante la guida, e le mani del conducente non sono state rilevate sul volante per sei secondi prima della collisione. Il conducente ha avuto circa cinque secondi e 150 metri di visuale non ostruita dello spartitraffico in cemento con l’attenuatore d’urto collassato, ma le registrazioni del veicolo mostrano che non è stata intrapresa alcuna azione.”
In altre parole, sembra che si tratti ancora una volta di un caso di uso scorretto dell’Autopilot, che non è un sistema di guida automatica ma è solo un assistente di guida, nonostante il nome ingannevole e altisonante. Il conducente deve essere costantemente vigile e pronto a intervenire: tenere le mani sul volante, pronte ad agire, è indispensabile. Ma troppo spesso i conducenti di queste auto attribuiscono a questi sistemi capacità che assolutamente non hanno, si fidano troppo e iniziano a ignorare gli allarmi.
Nel contempo, sembra chiaro che il sistema di guida assistita non è stato in grado di gestire un ostacolo fermo sulla carreggiata e di interpretare correttamente la segnaletica orizzontale, e non è la prima volta che succede.
Secondo Ars Technica, che cita un servizio di ABC7, il conducente era un engineer (termine generico che non ha necessariamente il senso italiano di ingegnere) della Apple, di nome Walter Huang, in precedenza sviluppatore di videogiochi per la Electronic Arts. La famiglia di Huang dice che l’uomo aveva portato la sua Tesla dal concessionario lamentando problemi con l’Autopilot proprio su quel tratto di strada e ha presentato una fattura a riprova, ma Tesla dice di non avere traccia di queste visite.
Va detto anche che il tratto di strada è chiaramente pericoloso, visto che l’assorbitore d’urto era stato distrutto da una collisione precedente di un veicolo convenzionale. La questione di fondo, da valutare con cautela e delicatezza, è come mai il conducente non avesse le mani sul volante per vari secondi in un tratto di strada non lineare e complesso (per un sistema di guida assistita) e avesse l’Autopilot inserito nonostante avesse lamentato problemi con questo sistema proprio in quel pezzo di strada.
È importante sottolineare che l’informatizzazione delle auto, particolarmente spinta nelle Tesla e in altre marche, consente di avere dati tecnici che permettono di ricostruire gli eventi con precisione e (si spera) evitare altri eventi come questo. Senza questi dati, le cause di questo incidente mortale resterebbero probabilmente un mistero. Grazie a questi dati, fra l’altro, Tesla dichiara che sa che “i proprietari di Tesla hanno percorso quello stesso tratto autostradale con l’Autopilot inserito circa 85.000 volte da quando è stato introdotto l’Autopilot nel 2015 e circa 20.000 volte soltanto dall’inizio di quest’anno e non c’è mai stato nessun incidente di cui siamo a conoscenza. Ogni giorno su questo preciso tratto di strada ci sono oltre 200 passaggi in Autopilot compiuti con successo”. Dati che sono al tempo stesso preziosi ma anche rivelatori di quanto le auto iperconnesse siano anche ipersorvegliabili.
2018/04/02 15:00
Un video pubblicato da poco su Youtube mostra un conducente Tesla che passa dal tratto di strada nel quale è avvenuto l’incidente e lo fa con l’Autopilot attivato e ignorandone gli avvisi, ricreando quindi condizioni simili a quelle dell’incidente, e quasi si schianta perché l’Autopilot si confonde sulla segnaletica orizzontale.
Questo tipo di esperimenti è molto pericoloso e non va incoraggiato, ma mostra piuttosto inequivocabilmente che l’Autopilot di Tesla ha problemi a riconoscere le strisce di delimitazione di corsia in queste condizioni.
Va detto, tuttavia, che non è ancora chiaro quale versione di hardware e software fosse usata dalla Tesla di Huang. Non tutte le Tesla, infatti, hanno lo stesso hardware e software di gestione dell’Autopilot.
2018/04/03 00:10
Un altro video girato nello stesso luogo spiega altri dettagli, precisando che è stato ripreso usando una Tesla Model 3 con hardware Autopilot 2.5 e firmware 2018.4.9: l’auto si comporta correttamente, ma nel video si nota che le strisce bianche che dividono le due carreggiate divergono tanto da formare due linee quasi parallele e spaziate quasi quanto una corsia (lo spazio triangolare fra queste due strisce non è contrassegnato come area da non occupare, come avviene invece nelle strade europee). Se l'Autopilot interpreta queste due righe come dei delimitatori di corsia, allora porta l’auto dritta contro lo spartitraffico. Ma in tal caso resta da capire come mai non si sia attivata la frenata automatica anticollisione.
L’autore del video nota che ha percorso quel tratto di strada con un Autopilot per circa due anni e l’auto ha sbagliato a interpretare la segnaletica orizzontale una o due volte, andando quasi a colpire l’attenuatore.
Il canale televisivo ABC 7 è tornato sul luogo dell’incidente con una Tesla Model X. Nel video qui sotto viene citata una dichiarazione secondo la quale Huang aveva segnalato che “sette volte su dieci” la sua auto in quel punto sterzava verso l’attenuatore. Questo rende ancora meno comprensibile la scelta di Huang di usare l’Autopilot e ignorare gli allarmi proprio in quel punto anche il giorno dell’incidente mortale.
Il conducente, nel video di ABC 7, ribadisce molto chiaramente che non bisogna togliere le mani dal volante e bisogna restare sempre pronti a intervenire. Cita anche alcuni errori del sistema di guida assistita, come un’auto fantasma rilevata dai sensori, tanto da far frenare automaticamente la Tesla.
Fonti aggiuntive: Electrek, Teslarati. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.
Focusing of light energy inside a scattering medium by controlling the time-gated multiple light scattering
Focusing of light energy inside a scattering medium by controlling the time-gated multiple light scattering
Focusing of light energy inside a scattering medium by controlling the time-gated multiple light scattering, Published online: 26 March 2018; doi:10.1038/s41566-018-0120-9
The use of a time-gated reflection matrix of a scattering medium, in particular via using singular value decomposition and injecting light into the largest time-gated eigenchannel, can lead to a more than tenfold enhancement in light energy delivery in comparison with ordinary wave diffusion cases.Povera Italia
Non so se Matteo Salvini non capisca davvero nulla delle disequazioni. A dire il vero non trovo nemmeno la cosa così importante: detto tra noi, le disequazioni possono essere utili in diversi casi, dal banale decidere cosa comprare se si hanno pochi soldi ai problemi di programmazione lineare che permettono di ottimizzare le produzioni aziendali; ma i compiti con le disequazioni che si fanno a scuola hanno la stessa inutilità delle frasette contorte che devono essere tradotte in latino.
Quello che mi fa pena è vedere una persona che vorrebbe essere il presidente del Consiglio vantarsi della sua ignoranza vera o presunta, sapendo che migliaia di persone apprezzeranno questa manifestazione e quindi scegliendo volontariamente il populismo dell’odio per la matematica.
P.S.: complimenti al figliolo. Le disequazioni non sono di per sé difficili ma richiedono molta attenzione per non fare errori di distrazione.
Saturday Morning Breakfast Cereal - Gojirasaurus
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Also it didn't want to destroy the city because it mostly feeds off of aquatic insects.
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Today's News:
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Sure, I'd be happy to make Bat-Individual posters. Just get DC to promise not to sue me, cross their hearts and hope to die.
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Today's News:
Synopsis: Controlling the Rate of Nuclear Decay
The rate of a nuclear transition of thorium-229 can be controlled by placing the atom in a cavity or in a thin film—an effect that could lead to ultraprecise nuclear clocks.
[Physics] Published Wed Mar 21, 2018
"The authors are perpetuating misguided generalizations in the face of substantial experimental data..."
experimental data to the contrary”
Topological insulator laser: Theory
Topological insulators are phases of matter characterized by topological edge states that propagate in a unidirectional manner that is robust to imperfections and disorder. These attributes make topological insulator systems ideal candidates for enabling applications in quantum computation and spintronics. We propose a concept that exploits topological effects in a unique way: the topological insulator laser. These are lasers whose lasing mode exhibits topologically protected transport without magnetic fields. The underlying topological properties lead to a highly efficient laser, robust to defects and disorder, with single-mode lasing even at very high gain values. The topological insulator laser alters current understanding of the interplay between disorder and lasing, and at the same time opens exciting possibilities in topological physics, such as topologically protected transport in systems with gain. On the technological side, the topological insulator laser provides a route to arrays of semiconductor lasers that operate as one single-mode high-power laser coupled efficiently into an output port.
Topological insulator laser: Experiments
Physical systems exhibiting topological invariants are naturally endowed with robustness against perturbations, as manifested in topological insulators—materials exhibiting robust electron transport, immune from scattering by defects and disorder. Recent years have witnessed intense efforts toward exploiting these phenomena in photonics. Here we demonstrate a nonmagnetic topological insulator laser system exhibiting topologically protected transport in the cavity. Its topological properties give rise to single-mode lasing, robustness against defects, and considerably higher slope efficiencies compared to the topologically trivial counterparts. We further exploit the properties of active topological platforms by assembling the system from S-chiral microresonators, enforcing predetermined unidirectional lasing without magnetic fields. This work paves the way toward active topological devices with exciting properties and functionalities.
The undercover academic keeping tabs on ‘predatory’ publishing
The undercover academic keeping tabs on ‘predatory’ publishing
The undercover academic keeping tabs on ‘predatory’ publishing, Published online: 16 March 2018; doi:10.1038/d41586-018-02921-2
Blacklists that warn against questionable publishers are in demand.Russian science chases escape from mediocrity
Russian science chases escape from mediocrity
Russian science chases escape from mediocrity, Published online: 13 March 2018; doi:10.1038/d41586-018-02872-8
With Vladimir Putin set to earn another presidential term, researchers wonder whether his government will reverse decades of decline.How Putin can restore Russian research
How Putin can restore Russian research
How Putin can restore Russian research, Published online: 13 March 2018; doi:10.1038/d41586-018-03066-y
The sleeping bear of Russian science could finally wake — and China can show it how.Network structure from rich but noisy data
Network structure from rich but noisy data
Network structure from rich but noisy data, Published online: 12 March 2018; doi:10.1038/s41567-018-0076-1
A technique allows optimal inference of the structure of a network when the available observed data are rich but noisy, incomplete or otherwise unreliable.Confocal non-line-of-sight imaging based on the light-cone transform
Jacopo.bertolottiNot really sure yet what is so new and amazing in this paper. Anybody can help?
Confocal non-line-of-sight imaging based on the light-cone transform
Confocal non-line-of-sight imaging based on the light-cone transform, Published online: 05 March 2018; doi:10.1038/nature25489
A confocal scanning technique solves the reconstruction problem of non-line-of-sight imaging to give fast and high-quality reconstructions of hidden objects.The spread of true and false news online
We investigated the differential diffusion of all of the verified true and false news stories distributed on Twitter from 2006 to 2017. The data comprise ~126,000 stories tweeted by ~3 million people more than 4.5 million times. We classified news as true or false using information from six independent fact-checking organizations that exhibited 95 to 98% agreement on the classifications. Falsehood diffused significantly farther, faster, deeper, and more broadly than the truth in all categories of information, and the effects were more pronounced for false political news than for false news about terrorism, natural disasters, science, urban legends, or financial information. We found that false news was more novel than true news, which suggests that people were more likely to share novel information. Whereas false stories inspired fear, disgust, and surprise in replies, true stories inspired anticipation, sadness, joy, and trust. Contrary to conventional wisdom, robots accelerated the spread of true and false news at the same rate, implying that false news spreads more than the truth because humans, not robots, are more likely to spread it.
Recent progress in sham acupuncture needles
Jacopo.bertolottiAnd this is why self-reported medical improvement are an absolutely pointless metric.
A new ‘sham’ (i.e. fake) needle has been developed for use in electro-acupuncture trials – one which has neither a needle nor a valid electrical connection. [See diagram].
It’s described by Dr Yiu Ming Wong of the Health Science Unit (PEC), Hong Kong Physically Handicapped & Able Bodied Association, Kowloon, Hong Kong, in a letter for Acupuncture in Medicine, February 2018, Volume 36, Issue 1, entitled : ‘Evaluating blinding effectiveness of a novel Ryodoraku sham needle device’. In an experimental setup, 95% of participants reported that they felt they had been treated with a real needle. Dr Wong says that the new sham needle may help determine the efficacy of Ryodoraku electro-acupuncture (REA) in future clinical trials.
A supplementary video (in .mp4 format) which shows the sham needle in use (or rather not in use) is available here for download.
Also see previous post : Sham acupuncture needles – how do they perform?
Educazione civica: non pervenuta
Sempre l’altro giorno su Facebook, Vittorio Bertola aveva scritto un post spiegando che non è che prima si fa il governo, poi si cerca l’accordo e infine si prende l’incarico, ma l’accordo è la prima cosa e il governo l’ultima. Un puntacazzista come me non ha potuto fare a meno di aggiungere che il Presidente della Repubblica ha anche la possibilità di dare un incarico esplorativo, cosa che immagino farà vista la situazione di stallo; e mi chiedevo quanto tempo si possa andare avanti con un governo (Gentiloni) che in fin dei conti non è stato sfiduciato né è formalmente dimissionario, quindi è nei suoi pieni poteri.
Subito uno – di nuovo, non faccio nomi: non sono importanti – ribatte:
Nel momento in cui le camere vengono sciolte, non esiste più neanche la fiducia accordata al governo. Il governo gentiloni è attualmente in carica solo per le attività di ordinaria amministrazione. Così è previsto dalla costituzione.
al che io subito rispondo “in quale articolo?” Un altro a sua volta risponde
60, 61? La Camera resta in carica (per atti di ordinaria…) fino a che ….
e io ribatto che quegli articoli parlano di Camere (potere legislativo) che sono diverse dal governo (potere esecutivo). Per la cronaca, nessuno ha più continuato a commentare.
Quando andavo a scuola io non si studiava storia ma “storia ed educazione civica”, che non spiegava come comportarsi in pubblico ma forniva queste nozioni fondamentali, come appunto la separazione dei tre poteri. Evidentemente, non solo nessuno impara più queste cose, ma quello che è peggio è che ritiene di saperle perfettamente. Prima di lamentarci dei risultati elettorali, cominciamo a lamentarci dell’ignoranza totale della res politica.
A rift in VR: Critical error shuts down Oculus headsets worldwide [Updated]
Jacopo.bertolottiAdd to the list of why "always online" is a terrible, terrible idea.

(credit: Oculus)
Update: Oculus has released an early morning patch to correct the problem. If you've started up your Rift and encountered the error, you'll need to download and apply the patch manually. If you haven't started up your Rift since yesterday or aren't encountering the error, the update will be automatically applied for you. Oculus also says it will give all affected users a $15 Oculus Store credit.
Original story: Oculus Rift users worldwide found today that their headsets stopped working completely. Users encountered a "Can't Reach Oculus runtime Service" error, which prevented further use of the headset. The problem appears to affect most, if not all, Oculus Rift headsets.
Users began reporting the issue in the Oculus forums, and Oculus tweeted an acknowledgment of the problem at 12:26 PM today, along with a link to a support forum post on the subject, which simply says the following:
03/07/18 PHD comic: 'So productive'
| Piled Higher & Deeper by Jorge Cham |
www.phdcomics.com
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title:
"So productive" - originally published
3/7/2018
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