Jacopo.bertolotti
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03/25/15 PHD comic: 'Class communication'
Jacopo.bertolottiSo many students who apparently never check their email (although they all have a smartphone in their pockets).
| Piled Higher & Deeper by Jorge Cham |
www.phdcomics.com
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"Class communication" - originally published
3/25/2015
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[Editorial] Integrity—not just a federal issue
Squadra di basket tedesca retrocessa da un aggiornamento di Windows
Jacopo.bertolottiAh, ma non è Lercio!
Lo so, lo so: dico sempre che gli aggiornamenti software vanno fatti il più presto possibile, perché i criminali informatici confezionano in fretta attacchi su misura per chi non si aggiorna. Aggiornarsi prontamente è la cosa giusta da fare, ma non durante una partita di basket. Specialmente se l'aggiornamento riguarda il computer che deve segnare il punteggio ufficiale.
Il fattaccio, racconta la Frankfurter Allgemeine, è successo il 13 marzo scorso, un'ora e mezza prima della partita fra Niners Chemnitz e Paderborn Baskets, quando la squadra ospitante (il Paderborn Baskets) ha collegato il proprio computer al tabellone segnapunti. Un'oretta più tardi il computer è andato in crash ed è stato necessario riavviarlo, ma a quel punto ha iniziato a scaricare automaticamente gli aggiornamenti e non c'è stato verso d'interromperlo.
Lo scaricamento e l'installazione degli aggiornamenti sono andati avanti per ben 17 minuti, col risultato che è stato necessario ritardare di 25 minuti l'inizio della partita. L'incontro si è concluso con la vittoria della squadra di Paderborn, ma quella di Chemnitz ha fatto notare che il ritardo (superiore ai 15 minuti consentiti dal regolamento tedesco) comportava una penalità di classifica per la squadra ospitante, per cui il Paderborn Baskets è stato retrocesso dalla Zweite Bundesliga al campionato ProB. Il manager della squadra retrocessa, Patrick Seidel, ha dichiarato che si appellerà contro la decisione della Bundesliga. Tutto per colpa di un aggiornamento di Windows.
Correzione (10:30): La versione iniziale di questo articolo attribuiva a Seidel l'intenzione di sostituire il laptop Windows della squadra con un portatile della Apple, ma si trattava di un errore nella traduzione di Ars Technica, che ho maldestramente omesso di verificare.
Rethinking the brain
Rethinking the brain
Nature 519, 7544 (2015). doi:10.1038/519389a
Critics of the European Human Brain Project were justified, says an independent report on the project. Both its governance and its scientific direction need to be adjusted.
[Perspective] What is the question?
No, non mi hai dimostrato che la scuola privata mi fa risparmiare
Non si è più fatto vivo nessuno.
In realtà no, qualcuno ha voluto commentare, da Praga addirittura. L'intervento di Butta.org è molto interessante, ma purtroppo muove da un equivoco. Butta se l'è presa perché ho usato la parola "dimostrare", che in ambito scientifico ha un significato molto rigoroso, mentre la mia dimostrazione di rigoroso non aveva nulla. È vero, era una cosa molto cialtrona. Il mio pezzo, mi fa sapere, non reggerebbe la peer review di una rivista di economia. Credo anch'io. Mi sembra però che Butta non abbia colto l'aspetto paradossale e polemico della questione: ovviamente non sono un economista, ma anche se ne fossi capace io non potrei dimostrare che i buoni scuola fanno risparmiare, perché non ho i dati e non voglio cercarli: non spetta a me. Io sono quello scettico che deve essere convinto.
Butta, per esempio, se ci crede, potrebbe cercare i dati e offrire una dimostrazione.
E infatti ci prova.
Ma la peer review se la sogna. Anche il suo paper è eccezionalmente povero di dati: dovendo pur partire da qualche numero, anche solo per stabilire quanto può costare una scuola privata in Italia, decide di andare su un sito a caso e prendere una retta a caso. È un po' come se per stabilire quanti polli mangia un italiano alla settimana, Butta decidesse di prendere un italiano a caso e chiederglielo: sospetto che esistano sistemi più affidabili di rilevazione statistica, più o meno da Trilussa in poi, ma lo scienziato è lui, saprà pure quel che fa. Nel frattempo però ha perso completamente di vista la mia argomentazione: io non mi preoccupavo di sapere quanto costi effettivamente una scuola privata in Italia (non spetta a me l'onere della prova!), ma mi domandavo quanto dovrebbe costare. E siccome ho il dato MIUR delle scuole pubbliche - 5000€ ca. - e ho buoni motivi per ritenere che la scuola pubblica costi molto poco, parto dall'assunto che una scuola privata di scarsa qualità, per non essere una truffa ai danni dell'utente, dovrebbe costare più o meno cinquemila euro.
"Sì, ciao", risponde Butta.
Lui lo sa che le scuole private costano meno (ne ha presa una a caso).
Ma temo che non abbia capito. Sono anch'io abbastanza sicuro che mediamente costano meno. Ma mi domando il perché. Già le pubbliche costano pochino. Come fanno le private a essere così convenienti?
Lui sa anche il perché: ad esempio, pagano meno gli insegnanti.
Grazie, Butta, non è che non ci fossimo arrivati. Il problema è che gli insegnanti statali sono già pagati poco rispetto a una media europea. Quindi se gli insegnanti delle scuole private sono pagati ancora meno, si può tranquillamente dire che sono sottopagati: il che è ingiusto non solo nei loro confronti, ma anche rispetto ai clienti della scuola - gli studenti - che infatti in media hanno risultati inferiori ai loro compagni che frequentano le pubbliche. Tanto più che le dimensioni massicce e capillari della rete pubblica le consentono di distribuire le risorse con un'efficienza che piccoli enti privati non possono permettersi (ad esempio: se in due scuole pubbliche avanza una mezza cattedra, la scuola pubblica può spalmare un docente su due sedi; due scuole private pagherebbero di più. Per tacere delle forniture). Come possono le scuole private costare in medie mille o duemila euro in meno (prendendo per buono il dato che Butta ha estrapolato da una scuola a caso su tutto il territorio nazionale) e offrire lo stesso servizio di una scuola pubblica? O il servizio è inferiore - e i dati sembrano dirci questo - o... c'è qualche altra possibilità?
Certo che c'è. È lì che vanno a parare tutti i difensori della scuola privata, invariabilmente. Gli sprechi.
La scuola pubblica sarebbe piena di sprechi.
Fonte?
Quando ero a scuola io c'era un bidello che non faceva un cazzo.
Grazie per la testimonianza. Ma pensavo che avessi delle cifre, non so, statistiche sull'assenteismo... no, il metodo è sempre lo stesso. Si prende un campione molto ristretto (Butta) e gli si chiede come gli è andata.
Non gli è andata tanto bene. C'era questo bidello (ma quanti bidelli lavoravano nelle scuole in cui è passato Butta? Decine, centinaia, lui conosce un caso solo?) e inoltre ha conosciuto un insegnante che non sapeva insegnare.
Uh, sapessi io.
Ma vedi, è un po' il problema di tutti quelli che parlano di scuola.
Continua a leggere...»
03/20/15 PHD comic: 'Carry on'
| Piled Higher & Deeper by Jorge Cham |
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"Carry on" - originally published
3/20/2015
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University finds Dutch economist guilty of misconduct; he responds
Jacopo.bertolotti2400 papers published? Nobody publishes 2400 papers in a lifetime!
The Free University of Amsterdam found Peter Nijkamp, one of the nation’s leading economists who has lost several papers for self-plagiarism, has been found guilty of “questionable research practices,” according to the newly released results of an investigation. Nijkamp has published a strongly worded criticism of the report (at least according to Google Translate, since his […]
The post University finds Dutch economist guilty of misconduct; he responds appeared first on Retraction Watch.
The myopia boom
The myopia boom
Nature 519, 7543 (2015). http://www.nature.com/doifinder/10.1038/519276a
Author: Elie Dolgin
Short-sightedness is reaching epidemic proportions. Some scientists think they have found a reason why.
Cosa pretendiamo da Israele
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| Banksy? |
Il pezzo di Levy sembra pensato per lenire la delusione degli osservatori esterni, che continuano a non capire dove Netanyahu voglia portare la sue gente. Niente Stato palestinese, nessuna trattativa con l'Iran finché c'è Obama alla Casa Bianca, nessuna concessione, nessuna novità. Tutto questo a Levy e a tanti suoi lettori sembra fuori dalla realtà, eppure fin qui bisognerebbe riconoscere che ha funzionato. È vero, ogni tanto scoppia una guerra a bassa intensità; è vero, molte risorse si spendono in sicurezza, e il costo della vita ne risente. È vero, visti da una certa distanza gli israeliani (e i palestinesi) sembrano bloccati in uno stallo senza uscita. Ma che altro dovrebbero fare a questo punto? Cosa pretendiamo da loro?
Magari li avremmo voluti anche noi più ragionevoli. Ci sarebbe piaciuto che la formazione di sinistra vincesse le elezioni - come se il film non l'avessimo già visto. Abbiamo letto che Herzog era a favore di un processo di pace e tanto ci bastava. Due popoli e due Stati? Ma certo. Un negoziato a tre con Abu Mazen e Obama? anche subito.
E gli insediamenti in Cisgiordania? Ehm, vediamo.
Herzog: My settlement policy first and foremost is based on the famous [Clinton] parameters. I believe in the blocs. I definitely believe in Gush Etzion [a major settlement bloc just outside Jerusalem] being part of Israel. It's essential for its security.
Goldberg: When the U.S. administration tells you to stop building in Gush Etzion—
Herzog: Wait, wait, I haven't finished.
Goldberg: No, no, no, I want to get this in. When the U.S. administration tells you, no building in Gush Etzion, and you're prime minister, what do you say?
Herzog: It will be a mistake that you go in with all these - (continua qui)
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| http://www.mideastweb.org/palestineisraeloslo.htm |
Lui non ci prova nemmeno più, a far la pace: di Palestina non vuol più sentir parlare. Non è più onesto, almeno? Si può nel 2015 continuare a parlare di Due Stati ma senza toccare gli insediamenti? Si può immaginare un processo di pace come se dall'altra parte ci fosse sempre una leadership palestinese ancora in grado di farla, questa pace? Come se Hamas non si fosse ulteriormente radicalizzata, come se Abu Mazen non avesse smesso di convocare elezioni, come se il treno dei Due Popoli Due Stati non fosse ripartito da un pezzo?
Sono italiano, non faccio testo. A molti miei compatrioti basta un attentato o l'arresto di due marò per perdere la brocca. Non posso permettermi di giudicare la tenuta psicologica di un popolo che vota a qualche centinaio di chilometri dal caos siriano e iracheno. Mi sembrava improbabile che la maggioranza degli israeliani in questa situazione fosse disponibile a ritirarsi da un territorio di vitale importanza strategica - a meno che non si fosse trattato del solito ritiro per finta che è stato offerto ai palestinesi fin qui.
Un errore che facciamo quasi tutti, quando parliamo di Israele e di Palestina, è isolarli in un piccolo mondo a parte - un mondo tutto sbagliato i cui abitanti dovrebbero finalmente trovare un modo per andare d'amore e d'accordo. Ma Israele non è un'isola; non prospera sotto una cupola di vetro o di acciaio. Lo chiamiamo conflitto israelo-palestinese come se da una parte ci fossero soltanto israeliani, e dall'altra soltanto palestinesi. Non è così, non è mai stato così - conflitti del genere di solito si risolvono in molto meno di sessant'anni. C'è una guerra molto più grande intorno, e se per adesso Israele non è la prima linea, non è nemmeno una retrovia. C'è chi dall'altra parte del mondo finanzia i coloni e i partiti; c'è chi da qualche parte nel Golfo ha ancora interesse a nutrire Hamas e altre formazioni che credono nel piccolo e frammentato Stato di Palestina ancora meno di quanto ci creda Herzog. Il torto più grande che facciamo agli israeliani (e ai palestinesi), è pensare che possano fare la pace da soli. Che possano anche soltanto desiderarla, bloccati come sono nell'occhio del ciclone di un conflitto mondiale a intensità nemmeno così bassa. Un giorno finirà - finisce tutto col tempo. Ma non saranno gli israeliani (e i palestinesi) a farla finire: non da soli, almeno. Da loro non possiamo pretenderlo.
What was that Again?: Decay of Attention in Science
Jacopo.bertolottiI am convinced this is a HUGE problem for modern science. Far more important than reforming peer-review etc
The only thing in science than may be even more prominent than the data deluge is the paper deluge: there is an increasingly large number of scholarly (and “scholarly”) journals, and an ever-increasing wealth of papers to fill them. Clearly, this calls for a paper to analyze the situation.
In a new study on the arXiv preprint server, a team of scientists at Aalto University School of Science in Finland and Hewlett Packard Enterprise Labs in California have examined the decay of attention in science. To start their abstract, they write:
The exponential growth in the number of scientific papers makes it increasingly difficult for researchers to keep track of all the publications relevant to their work. Consequently, the attention that can be devoted to individual papers, measured by their citation counts, is bound to decay rapidly. In this work we make a thorough study of the life-cycle of papers in different disciplines.
Scientists, just like everybody else, have finite attention spans. For example, a network scientist (such as study coauthor Santo Fortunato) might want to cite one of the latest papers on community structure rather than an “old” one from 2007. With the growing deluge of papers, scientists are drowning in an ever deeper pool. However, it seems that “when time is counted in terms of the number of published papers, the rate of decay of citations is fairly independent of the period considered.” This shorter life-cycle of scholarly papers thus seems to be a result of the deluge of papers rather than inherently shorter attention spans among scientists.
Bonus (tangentially related): Although most papers tend to get most of their citations early on in their lives, there are notable exceptions. One interest case, which is well-known to several of the authors of this new study, is a certain infamous 1970s paper about a karate club that has exploded in citation count since 2002 and has spawned the most coveted award in network science.
Cinquant’anni fa, la prima passeggiata spaziale non fu una passeggiata
Alexei Leonov galleggia nel vuoto dello spazio, protetto dalla morte pressoché istantanea soltanto dalla sua sottile, fragile tuta. È il 18 marzo 1965, e Leonov è il primo essere umano a uscire dal proprio veicolo spaziale ed effettuare quella che viene chiamata molto impropriamente passeggiata spaziale.
Impropriamente perché quell'atto di folle coraggio, motivato dalla fame di propaganda di un regime totalitario (l'Unione Sovietica), fu tutt'altro che una passeggiata. A cinquant'anni di distanza, una attività extraveicolare (questo è il termine tecnico corretto) continua a essere una delle operazioni più difficili e rischiose per astronauti e cosmonauti. Ma è anche una delle più inebrianti: galleggi nell'Universo. Non lo guardi più attraverso uno stretto oblò: ci sei immerso dentro.
Nessuno aveva mai osato tanto. L'escursione di Leonov fu un trionfo per la propaganda sovietica e un'umiliazione per gli americani, ma la realtà fu ben diversa dalla fantasia perfetta raccontata enfaticamente dalle fonti ufficiali dell'URSS. Leonov rischiò di morire abbandonato nello spazio; il rientro a terra terminò quasi in un disastro. All'epoca, però, il regime sovietico controllava ossessivamente ogni informazione e costruì una finzione molto sofisticata: guardate come fu rappresentata la missione nei francobolli celebrativi e confrontate la tuta e il veicolo di quel francobollo con la realtà tecnica mostrata qui sotto.
Oggi, con russi e americani che convivono nella Stazione Spaziale Internazionale, con i lanci dalla Russia e le passeggiate spaziali in diretta streaming su Internet, è incredibile pensare che l'intero programma spaziale sovietico era top secret e che le missioni venivano annunciate soltanto a cose fatte, se e quando avevano successo, mentre i fallimenti erano nascosti e dimenticati. La morte orribile di Valentin Bondarenko durante l'addestramento, per esempio, fu insabbiata completamente. Per anni nessuno, al di fuori di poche persone nell'Unione Sovietica, seppe come andò realmente quella prima “passeggiata” di Alexei Leonov.
Intrappolato fuori
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| Alexei Leonov e Pavel Belyayev |
Per uscire nello spazio, Leonov dovette infilarsi in una camera di decompressione esterna: un tubo gonfiabile applicato lateralmente al veicolo, altro capolavoro dell'improvvisazione tecnica russa. Una volta entrato nella camera, dietro di lui fu chiuso il portello stagno dell'abitacolo e poi fu lentamente sfiatata l'aria dentro la camera.
Leonov aprì il portello esterno della camera di decompressione e si trovò a galleggiare nel vuoto. Là fuori, tutto il suo campo visivo era occupato dall'intera Africa, immersa nei colori incredibili dell'alba. Leonov, ripreso da una cinepresa e vincolato soltanto da un cordone lungo cinque metri che lo riforniva di ossigeno, fu travolto dalla bellezza della visione che lo circondava.
Rimase fuori una decina di minuti, provando vari movimenti per dimostrare che la tuta spaziale russa funzionava. Ma si accorse ben presto che non funzionava granché bene: si era gonfiata come un pallone. “Si stava deformando, le mani erano scivolate fuori dai guanti, i piedi non erano più negli scarponi”, racconta. Era talmente gonfia che Leonov non poteva rientrare nella camera di decompressione. Era intrappolato all'esterno della sua capsula e non c'era nulla che il suo compagno Belyayev potesse fare per aiutarlo.
Senza dire nulla ai controllori a terra, Leonov decise un gesto disperato ma pragmatico: sfiatare metà dell'aria della tuta per farla sgonfiare. Rischiava di andare in carenza d'ossigeno, ma non aveva scelta. Cominciò a sentire i primi effetti della rapida decompressione: il formicolio alle gambe e alle mani che sapeva essere un sintomo potenzialmente fatale.
Leonov si tirò lungo il cordone per riavvicinarsi alla camera di decompressione e vi s'infilò di testa. Lo sforzo fisico aveva fatto salire la sua temperatura corporea e sudava così tanto che le gocce di sudore gli galleggiavano dentro il casco, bloccandogli la visuale. Quel giorno perse sei chili.
Ma arrivò subito un altro problema: la procedura prevedeva che lui rientrasse a piedi in avanti. Con un altro sforzo, lottando contro la rigidità della tuta, riuscì a girarsi nello strettissimo spazio della camera e dopo la ripressurizzazione rientrò nell'abitacolo, togliendosi di corsa il casco per togliersi il sudore incollato agli occhi.
Ce l'aveva fatta: era diventato il primo uomo a galleggiare libero nello spazio e la sua impresa era stata documentata da una cinepresa e trasmessa in diretta televisiva a un numero selezionatissimo di tecnici e politici dell'Unione Sovietica. Le riprese sono mostrate in questo montaggio:
Altre immagini, incluse le riprese delle prove a terra e del veicolo Voskhod, sono in questo documentario eccezionale insieme alla testimonianza di Leonov e dei tecnici (in russo).
Rientro tra i lupi
I problemi non erano finiti. La camera di decompressione fu sganciata, ma l'espulsione fece ruotare su se stessa la capsula, disorientando i cosmonauti. Non c'era nulla che si potesse fare per fermare la rotazione, per cui la dovettero sopportare. Poi i livelli d'ossigeno nella cabina salirono eccessivamente, rischiando di trasformare l'atmosfera di bordo in un inferno alla minima scintilla elettrostatica. Leonov e Belyayev lavorarono freneticamente per abbassare la temperatura e l'umidità e ridurre il contenuto di ossigeno.
Parecchie ore dopo, quando giunse il momento di tornare a terra, i retrorazzi automatici non si attivarono. I cosmonauti furono costretti ad attivarli manualmente: un compito delicatissimo, perché un errore anche lieve nella durata e nel momento d'innesco poteva farli rientrare troppo verticalmente, disintegrandoli, oppure tenerli per sempre in orbita. Inoltre il modulo di servizio, contenente i motori e il propellente, non si staccò correttamente, esponendo i cosmonauti a una decelerazione violentissima fino a quando il calore del rientro fuse gli agganci del modulo ribelle, liberando la capsula.
Finirono per scendere sotto un grande paracadute principale nel cuore della Siberia, cadendo in una foresta popolata da orsi e lupi. Rimasero nella capsula e attesero varie ore prima di sentire il rumore rassicurante degli elicotteri di soccorso, che però non potevano atterrare in mezzo agli alberi. Leonov e Belyayev uscirono dalla capsula, raggiunsero uno spiazzo e si accorsero che il rumore era quello di un elicottero civile, non di uno di quelli militari di soccorso. Il pilota lanciò giù una scala di corda, non potendo atterrare, ma la scala era troppo fragile per salirvi con le loro pesanti tute, per cui i due rifiutarono l'invito.
Arrivarono presto altri elicotteri, che lanciarono provviste: una bottiglia di cognac, che prevedibilmente si ruppe all'impatto sulla neve, un'ascia e degli indumenti caldi, che s'impigliarono in gran parte negli alberi.
Al tramonto la temperatura scese a -25°C e i cosmonauti furono costretti a restare nella capsula, senza poterne chiudere il portello, con gli indumenti di Leonov fradici di sudore, da strizzare per non trovarseli ghiacciati addosso. Si svegliarono l'indomani al rumore dell'arrivo dei soccorsi, giunti finalmente usando gli sci. I soccorritori costruirono una casetta di legno e un focolare e portarono una tinozza nella quale i due cosmonauti si poterono finalmente lavare e asciugare, passando un'altra notte nella foresta. L'indomani Leonov e Belyayev presero gli sci e si fecero nove chilometri per raggiungere la radura dove li aspettava l'elicottero. Intorno alla cabina del veicolo spaziale videro che c'erano le impronte dei lupi affamati, curiosi di vedere cosa era piovuto dal cielo.
E questa è la vera storia dei primi passi dell'umanità nel cosmo.
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| Alexei Leonov (foto di oggi). Credit: Jan Zelinski. |
Fonti: BBC, Sen.com, Federalspace.ru.
Problemi di credibilità e teoria delle aree monetarie ottimali
Nell’attuale dibattito politico, il tema della permanenza o meno nell’Euro è certamente uno di quelli più ricorrenti, ma anche uno di quelli affrontati con maggiore superficialità. Questo articolo si propone di fare chiarezza su quanto dice la teoria economica in merito alle aree valutarie ottimali, specificando quali siano i principali vantaggi e i principali svantaggi della partecipazione ad un’unione monetaria quale l’Eurozona.
È bene chiarire che, ancora oggi, nei corsi universitari di economia internazionale, il criterio fondamentale che viene insegnato, per valutare le aree monetarie ritenute “ottime”, è quello stabilito da Friedman (1953) e Mundell (1961). Secondo questa dottrina, il principale costo di un’unione monetaria consiste nella perdita di autonomia nel fissare una politica monetaria indipendente.
Voltaire per D&G non muoverebbe un dito
Jacopo.bertolotti92 minuti di applausi!
(cit)
Poi ho dovuto di nuovo spiegare ai ragazzi che quella frase Voltaire non l'ha mai scritta, e anzi, chiunque un po' lo conosca davvero sa che nel Trattato sulla tolleranza si lanciava contro i suoi avversari al grido "Schiacciate l'infame". Non proprio il tipo che avrebbe combattuto fino alla morte affinché gli infami potessero manifestare le loro opinioni.
Tre ore dopo, mentre esco da scuola, getto l'occhio nell'atrio su un bel cartellone prodotto da un'altra classe: c'è la stessa frase, attribuita a Voltaire. Come spalare l'acqua col forcone.
Perché insisto tanto su questa storia, sempre la solita? Perché ho la sensazione che la frasetta pseudovoltairiana ci abbia un po' fregato tutti quanti. Prendi uno a caso...
...Stefano Gabbana. Magari anche lui da qualche parte (a scuola?) ha appreso erroneamente che Voltaire avrebbe difeso fino alla morte i gesuiti che non la pensavano come lui. È un'ipotesi come un'altra. Oppure pesca parole a caso dal dizionario inglese-italiano. Elton John se l'è presa perché Gabbana ha definito suo figlio "sintetico" e ha deciso che lo boicotterà. Scelta che puoi discutere finché vuoi, ma in che senso uno che ha deciso di boicottarti per le tue opinioni è "fascista"? Che ragionamento c'è dietro, se proprio ce ne deve essere uno?
Una pista ce la offre Giorgio Mulè, direttore di Panorama, che qualche ora dopo sente la necessità di intervenire per richiamare Elton John, ci credereste?, alle più elementari norme di tolleranza: ma come, Gabbana ha definito tuo figlio "sintetico" e tu ti sei offeso? Si vede proprio che non riesci a "accettare le idee" altrui. Per fortuna non lo scrive in una lingua che Elton John possa comprendere.
| Le immagini sono prese da http://twitter.com/lasoncini, che magari non la pensa come me (nel qual caso son pronto a morire, va da sé). |
Anche qui: di cosa parla Mulè quando parla di "democrazia"? Se Elton John smette di comprare prodotti Dolce & Gabbana diventa in qualche modo antidemocratico? In un'intervista Dolce e Gabbana hanno detto una stronzata, Elton John si è arrabbiato e ha annunciato che non comprerà più i loro prodotti. D&G hanno il diritto di scrivere stronzate (anche se il fatto di rappresentare un marchio che dà lavoro a così tante persone potrebbe suggerire maggiore prudenza), EJ ha diritto di boicottarli. Nessuna democrazia è stata violata fin qui. Nessuno sta impedendo a Elton John di avere figli, fuorché la legislazione italiana vigente. Nessuno sta impedendo a Gabbana di vendere vestiti, accessori, ecc.. Sembra così chiaro, eppure c'è qualcosa che non passa. Uno potrebbe anche pensare che Mulè in fin dei conti non si è ancora fatto le ossa nel mondo dell'opinionismo: che deve ancora farsi; che uno più esperto di lui non commetterebbe lo stesso errore.
#BoycottDolceGabbana is wrong. Ok, they have a different opinion So what? Freedom of expression just a candle in the wind, @eltonjohndotcom?
— beppe severgnini (@beppesevergnini) March 16, 2015
"Freedom of expression", dice. Cioè per Severgnini se ti arrabbi con Gabbana; se annunci che non comprerai più i loro prodotti, tu non stai rispettando la "libertà di espressione" di Gabbana. Per dire, io è da anni che non compro più il Corriere: trovo che scriva veramente troppe sciocchezze. Ebbene, pare proprio che mi stia sbagliando. Sto minando la libertà di espressione di Panebianco, di Ostellino, di Sartori, e chissà di quanti altri produttori di opinioni. Dovrei morire per la loro libertà di esprimerle! E invece non gliele compro, è o non è oscurantismo il mio? Che direbbe di me coso, Voltaire?
[Alla fine di tutto sorge il sospetto che Gabbana e il suo socio abbiano capito il mondo meglio di chiunque altro, e che l'immagine di un'Italia intollerante e culturalmente sottosviluppata, incapace di elaborare una discussione decente (e di elaborarla in inglese corretto) sia proprio quella su cui hanno imbastito anni di campagne. Un bel posto del Terzo Mondo dove passare le vacanze].
[Report] Strongly correlated quantum walks in optical lattices
[In Depth] As Ebola fades, a new threat
[In Depth] Excitement, anxiety greet LHC restart
"Ma Berlusconi ha sempre negato la prostituzione ad Arcore. «Certo, per il piacere del cliente..."
«Certo, per il piacere del cliente avrebbe avuto senso contestare che fossero prostitute, ma io lì dovevo economizzare».”
-
Economizzare?
«Il tempo. Non si può parlare molto in Cassazione. La mia ora e mezzo è stata quasi da record. Ai fini suoi non interessava, se la vedrà in confessionale. A quelli del processo sarebbe stato addirittura stupido: difficile dimostrare che si parlasse di Dante o Benedetto Croce».
Franco Coppi sulla conferma in Cassazione dell'assoluzione a Berlusconi per il caso Ruby. Ah, fosse rimasto “Mavalà!” Ghedini, chissà cosa sarebbe successo.
Photonic crystals cause active colour change in chameleons
Article
Colour change in many vertebrates originates from pigment dispersion or aggregation. Here, Teyssier et al . show that chameleons rapidly shift colour through a physical mechanism involving a lattice of nanocrystals in dermal iridophores, a second and deeper iridophore layer strongly reflects near-infrared light.
Nature Communications doi: 10.1038/ncomms7368
Authors: Jérémie Teyssier, Suzanne V. Saenko, Dirk van der Marel, Michel C. Milinkovitch
03/11/15 PHD comic: 'Feeling sick'
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"Feeling sick" - originally published
3/11/2015
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Joint Analysis of BICEP2/Keck Array and Planck Data
Jacopo.bertolottiJust in case anyone still had doubts.
Author(s): P. A. R. Ade et al. (BICEP2/Keck and Planck Collaborations)
A signal in the cosmic microwave background thought to be evidence of inflation in the early Universe can be explained by interstellar dust.

[Phys. Rev. Lett. 114, 101301] Published Mon Mar 09, 2015
President Obama launches new training program for tech jobs
Jacopo.bertolottiDoesn't look like a bad idea to foster occupation.
Now, if only Italy had any high-tech industry looking for tech-savvy workers we could think about copying that.
Focus: Single-Frequency Mirror
Jacopo.bertolottiDoesn't a common Bragg mirror achieve essentially the same goal? Why bother about a metameterial one when DBR are mass produced since ages?
A mirror made with metamaterials reflects at a selected angle and only responds to radiation of a specific frequency, while being transparent to other radiation.
Published Fri Mar 06, 2015
03/04/15 PHD comic: 'A friendly reminder'
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"A friendly reminder" - originally published
3/4/2015
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[Editorial] It starts with a poster
Jacopo.bertolottiTrivial advices, but probably useful to someone new to presenting.
Surely a lot of not-so-young professors could take notice of those advices ;-)
FREAK: da dieci anni c’è una falla nella sicurezza HTTPS di Windows, Android, Apple. Aggiornatevi appena possibile
La falla, denominata FREAK (acronimo un po' forzato di Factoring Attack on RSA-EXPORT Keys), sta nel fatto che un aggressore può forzare un dispositivo o software vulnerabile ad abbassare il proprio livello di cifratura, riducendolo a una chiave di 512 bit. Il traffico cifrato con questa chiave debole viene poi analizzato usando servizi online di calcolo, come quelli di Amazon, e rivela la chiave privata di cifratura del sito visitato: a questo punto l'aggressore può spacciarsi perfettamente per il sito vero, imitandone anche la protezione HTTPS (il famoso lucchetto chiuso), e può rubare o modificare i dati riservati scambiati da tutti i visitatori con il sito in questione: password, transazioni bancarie, messaggi, tutto. La decifrazione della chiave di un singolo sito costa soltanto un centinaio di dollari su servizi di calcolo distribuito come quelli offerti da Amazon.
Inizialmente sembrava che la falla riguardasse soltanto i dispositivi Android, gli iPhone, i computer della Apple e gli smartphone di Blackberry, ma poi Microsoft ha annunciato che anche tutte le versioni correnti di Windows sono vulnerabili. Gli esperti hanno inoltre rilevato che al momento circa il 36% dei siti Web è affetto da questa falla. Fra i nomi di spicco ci sono AmericanExpress.com, Groupon.com e Bloomberg.com. Google e Facebook non sono vulnerabili.
Per correggere questa falla è indispensabile aggiornarsi: Google ha già reso disponibile la versione aggiornata di Chrome per Mac e Firefox non è vulnerabile; gli aggiornamenti per OS X e iOS e per Windows verranno distribuiti prossimamente.
Per sapere se i vostri browser sono vulnerabili, usateli per visitare il sito Freakattack.com (se compare un avviso su sfondo rosso, siete vunerabili); per sapere se un sito è attaccabile, basta immetterne il nome in questa pagina di Keycdn.com. Un elenco aggiornato dei principali siti che risultano affetti da questa falla è presso https://freakattack.com/#alexa; l'elenco completo include centinaia di siti svizzeri e italiani.
Ironicamente, questa falla è stata resa possibile dalle richieste governative (in questo caso statunitensi) di indebolire volutamente la cifratura vendibile all'estero, allo scopo di impedire ai paesi rivali, ai terroristi e ai malviventi di comunicare in modo non intercettabile. Visto che richieste analoghe vengono fatte tuttora da alcuni governi, come quello britannico, si spera che questa notizia serva da lezione per non ripetere gli errori del passato.



















