Da un paio d’anni a questa parte, il gruppo Dibattito Scienza si è messo in mente di fare qualche domanda ai partiti politici in vista delle elezioni. Nato su Facebook, il gruppo conta quasi quattromila iscritti. Ci sono ricercatori, insegnanti, appassionati, qualche giornalista scientifico, accomunati dalla convinzione che in una società in cui la scienza ha un ruolo sempre più rilevante nella nostra vita quotidiana, una corretta informazione in materia sia una garanzia a tutela dei cittadini e un importante strumento a disposizione di chi deve assumere decisioni in nome di tutti. E che la ricerca scientifica sia uno snodo fondamentale per lo sviluppo di un paese.
Quest’anno, alle cinque domande proposte da Dibattito Scienza, hanno risposto soltanto tre partiti: il Partito Democratico, Fare per fermare il declino e la lista Green Italia Verdi Europei. Tre liste su dodici [grazie al solerte e preciso amico Yopenzo per la correzione], e il solo PD tra i grandi partiti.
Così, senza troppe sorprese, ci troviamo a registrare la campagna elettorale più becera dopo il big bang. Umiliante, addirittura.
Non per noi, beninteso. Ma per lo stato in cui è ridotta la politica italiana. Umiliante per sessanta milioni di cittadini che sono chiamati a eleggere candidati che molto probabilmente non hanno mai visto, travolti dal presenzialismo ingombrante di leader che, a queste elezioni, non sono nemmeno candidati.
Eppure i 73 malcapitati che spediremo a Strasburgo dovrebbero avere grandi competenze. Perché il Parlamento Europeo non è solo l’assemblea legislativa dell’Unione. È, soprattutto, l’istituzione che esercita il potere di bilancio, ovvero che ogni anno esamina e approva il progetto di bilancio presentato dalla Commissione, l’organo esecutivo. E ha il potere di modificarlo.
Ed ecco che c’entra la scienza, oltre a tutto il resto. Da qui al 2020, l’Unione Europea assegnerà quasi 80 miliardi di euro in finanziamenti alla ricerca scientifica, attraverso il programma quadro settennale Horizon 2020. Più una consistente quota dei fondi strutturali che l’Unione assegna ai singoli paesi, tra cui per esempio i PON, che l’Italia ha scelto di destinare al sostegno delle attività di ricerca e innovazione nelle quattro Regioni dell’Obiettivo “Convergenza” (Puglia, Calabria, Sicilia, Campania).
Insomma, ai candidati che manderemo al Parlamento Europeo sarebbe richiesto anche di saper fare lobbying, non solo per i marchi DOP del settore agroalimentare ma pure per dare all’Europa un’immagine dell’Italia come un paese responsabile e consapevole delle sfide che abbiamo davanti.
Invece no. Sui temi proposti nelle cinque domande, le risposte che sono arrivate sono a volte infelici e lacunose, quando non palesemente false o sintomo di dubbia preparazione. Per non dire di ciò che si intuisce dalle più o meno sguaiate campagne elettorali di chi non ha risposto. Perché tra citazioni di efferati dittatori e slogan contro l’euro o, peggio, insulti contro primi ministri stranieri che hanno la sola colpa di saper governare – colpa imperdonabile, evidentemente, agli occhi di certa parte della politica italiana – noi in questa campagna elettorale avremo sentito parlare solo (e poco, e male) di questioni nazionali più o meno serie (in genere meno) e quasi per nulla di temi comunitari concreti. Che sono sicuramente più noiosi, teutonicamente noiosi, di un bello show di battute sarcastiche, ma anche terribilmente più importanti.
Così andremo lì, per lo più, a mettere la nostra croce su un simbolo vuoto di contenuti. È il destino di noi italiani, diversamente cittadini.