Shared posts

31 Oct 10:23

Saturday Morning Breakfast Cereal - On the Island

by tech@thehiveworks.com


Click here to go see the bonus panel!

Hovertext:
Today's comic inspired by Ray Smullyan and the feeling called dread.

New comic!
Today's News:

New BAHFest day!

30 Oct 09:45

Recensione de La Stanza Profonda di Santoni o del “eravamo i ragazzi di Stranger Things before it was cool”

by fabristol

Basta un libro per riallacciarti ad un periodo della tua vita che pensavi morto e sepolto? Sfogliare pagine e pagine di uno che alla fine non hai mai conosciuto ma che riesce a farti rivivere episodi e emozioni di quindici anni prima? Domande retoriche ovviamente perché sto parlando de La stanza profonda di Vanni Santoni, autore che non avevo mai letto prima ma che sicuramente d’ora in poi seguirò. Avevo rimosso (forse rimuovere non è il verbo giusto perché se sono quello che sono oggi è anche grazie a quella “stanza profonda”) una parte della mia adolescenza pensando che fosse stata una parentesi bellissima ma di poca importanza nell’economia dell’universo e invece mi rendo conto che il presente come lo conosciamo oggi non esisterebbe senza quei milioni di ragazzi che si incontravano in milioni di stanze profonde. Di cosa parlo? Ma dei giochi di Ruolo (GdR) ovviamente e della sottocultura che hanno generato.

C’era un tempo in cui vestirsi da elfo o mago del Signore degli Anelli, abbonarsi a Netflix solo per vedere Stranger things, comprarsi tutti i volumi del Trono di Spade, leggere manga e fumetti, apparire come uno dei protagonisti di Big Bang Theory (tutte cose che oggi sono considerate mainstream e pop) era considerato scandaloso. Da parte dei tuoi coetanei, da parte delle famiglie e dalla società tutta. Significava essere strani, asociali, fuori dalla norma, infantili, ostracizzati. Ti venivano affibbiati decine di appellativi tra cui perfino satanista. “Ma stai ancora a giocare alla tua età?” Era la domanda che ci veniva fatta continuamente alle stesse persone che oggi sui loro Instagram postano selfie di loro stessi di fronte alle sagome dei protagonisti del Signore degli Anelli all’entrata del cinema. Dalla stessa gente che oggi si compra l’edizione limitata del Trono di Spade e ne fa sfoggio su Twitter.

Ecco, Santoni ci porta indietro nel tempo e fa giustizia a milioni di persone come me che hanno avuto la fortuna di vivere in quel periodo meraviglioso tra fine anni 80-90 e inizio 2000 in cui si giocava ancora a Dungeons & Dragons – di videogiochi c’erano solo quelli arcade del Commodore 64 e poi dei primi PC. Noi infarciti di cultura anni 80 che proiettavamo nelle nostre avventure settimanali, mentre gli altri ragazzi “normali” facevano cose “normali” come andare a giocare a calcio o a fare le vasche della via principale nella speranza di abbordare qualche ragazza. La Stanza Profonda è la dimostrazione che ancora nel 2017 esiste una comunità di giocatori orfana di quel periodo magico. Siamo milioni di persone in tutto il mondo che abbiamo condiviso un sogno senza renderci conto di essere stati la testa di ponte di una rivoluzione nella cultura pop che ha forgiato letteralmente il mondo dell’immaginario del presente. Tutta la cultura mainstream odierna tra trilogie fantasy, Jon Snow e bionde khaleesi, perfino Harry Potter, le trasposizioni cinematografiche di anime e manga, la rinascita di Star Wars, il revival anni 80 di certe opere cinematografiche come Stranger Things (chissà se tutti quelli che consideravano i nostri giochi come infantili quando hanno visto i protagonisti di Stranger Things hanno riconosciuto Dungeons & Dragons); tutto questo infatti è figlio di autori, scrittori e registi che ora, adulti, hanno potuto raccontare ciò che hanno sognato quando da ragazzini giocavano nella Stanza Profonda.

Per chi non lo avesse letto La Stanza Profonda di Santoni racconta di un gruppo di amici della provincia toscana che si riunivano nello scantinato di uno dei protagonisti da adolescenti e poi dopo da adulti. Un po’ autobiografia, un po’ fiction il libro ci racconta nel dettaglio cosa passava nella testa di quei ragazzi di quel periodo e tutte le difficoltà che incontravano nella società. Dal cercare di spiegare cosa fosse un gioco di ruolo ai profani (cioè il 99% della popolazione) con frasi tipo “E’ come teatro!” alle infinite discussioni per la sua definizione: “E’ un gioco dove nessuno vince, o meglio tutti vincono.”. Dall’evitare di parlarne di fronte alle ragazze perché ti avrebbero ostracizzato a vita – a quell’età le ragazzine sanno essere incredibilmente crudeli nei loro giudizi e nella loro selezione dei partner. Uscire con un giocatore di ruolo era come per un appartenente alla casta più alta indiana uscire con gli intoccabili della casta più bassa. Cose veramente incredibili da credere nel 2017, l’anno della rivincita dei nerd.

Il libro si divide in due tronconi principali, la parte adolescenziale vera e propria e quella adulta. Nell’adulta i protagonisti cercano di ricucire con il passato, un passato che è stato spezzato senza possibilità di trovare un finale degno, in inglese si direbbe “trying to find a closure”. Il motivo? Semplicemente la crescita dall’adolescenza delle scuole superiori all’università/lavoro. Nel frattempo fidanzate, poi mogli e poi bambini e carriere lavorative e mutui. Insomma la vita adulta. E qui sorge il dilemma del libro: come si fa a ricucire da adulti con quel periodo fantastico in cui non si avevano responsabilità e legami familiari? Mentre il romanzo svolge il suo corso si accenna ad uno dei figli dei protagonisti che rimane incuriosito dai dadi e dalle schede personaggio. E allora li’ ti rendi conto che forse è impossibile tornare a quel passato, riuscire a far riunire tutti gli amici ora sparsi per il globo e con mille problemi in quella stanza profonda. Ma si può fare altro: si può crescere una nuova generazione ad apprezzare quel mondo. La Stanza Profonda mi ha insegnato che il futuro dei giochi di ruolo non è nel ricucire col o riprodurre il proprio passato ma con il trasmettere la propria passione a chi verrà, ai propri figli. E non mi sembra poco.

 

26 Oct 13:22

Brexit: a che punto siamo?

by Cristina Marconi

O gni tanto qualcuno prova a dirlo: e se revocassimo la Brexit, se tornassimo indietro da questo sentiero impervio che sembra non portare da nessuna parte? A quasi un anno e mezzo dal voto con cui il 52% dei britannici ha deciso di dire addio a Bruxelles, il dibattito politico interno è contraddistinto da una mancanza di chiarezza che, anziché migliorare, peggiora di giorno in giorno, con una premier, Theresa May, ostaggio di un partito che non la manda a casa nonostante una performance più che opaca perché rimane l’unica in grado, proprio in virtù della sua debolezza, di tenere insieme le due anime dei conservatori: quella euroscettica-isolazionista e quella liberale-europeista, che coesistono da decenni e la cui inconciliabilità ha già spinto l’ex primo ministro David Cameron alla scelta disgraziata di sottoporre il dossier Ue al voto popolare, con i risultati che si conoscono. Per i politici del Regno Unito l’Europa è da sempre criptonite – Maggie Thatcher finì la sua carriera a Downing Street sotto i colpi degli europeisti, ma l’eco del «no, no, no» con cui la Lady di Ferro respinse le proposte di integrazione di Jacques Delors continua a risuonare a Westminster più delle ragioni dei suoi attentatori – e nessuno con ambizioni di leadership si avventura a dire quello che in molti pensano, ossia che il paese stia perdendo e perderà molto tempo in un processo che ruba energie e risorse ai problemi più grandi e urgenti, come le disuguaglianze sociali, le emergenze abitative, la lotta al terrorismo. Per non parlare dei disagi che questa Brexit indistinta e polimorfa crea all’economia: incertezza per le imprese, crescita anemica, sterlina debole, inflazione alle stelle.

Per ora nessuno osa indicare una strada alternativa, perché è in corso un processo che non si può interrompere, col rischio di dover ricominciare tutto daccapo. Come con gli esperimenti scientifici. Come con gli esercizi spirituali. I britannici stanno assaporando quello che significa vivere sulla soglia della grande casa europea di cui per più di quarant’anni sono stati ospiti sempre un po’ riluttanti, stanno guardando all’interno di quell’euro-leviatano su cui i tabloid li hanno messi in guardia per anni con la loro narrazione tossica piena di storie inventate e ingigantite e, infine, stanno ragionando sullo spazio che va dato all’euroscetticismo blando ma radicato che la stragrande maggioranza delle persone ha per ragioni culturali e storiche insindacabili. Dei britannici è noto il pragmatismo, che ora sembra del tutto assente ma che invece, davanti alla fragilità della situazione attuale, potrebbe forse suggerire proprio di mantenere il sangue freddo e aspettare che la gente arrivi a più miti consigli. I primi risultati si iniziano a vedere: secondo alcuni sondaggisti, l’opinione pubblica si starebbe già muovendo, con il 53% dei cittadini ormai convinto che il paese abbia sbagliato a votare per uscire dalla Ue. Perché un politico dovrebbe sforzarsi di persuadere un elettorato che forse sta arrivando da solo alla stessa conclusione?

Theresa May è il pilota automatico ai comandi in attesa che la situazione sia abbastanza matura da consentire l’arrivo di un altro, o forse di un’altra, pilota. La quantità impressionante di catastrofi avvenute da quando è a Downing Street – cinque attentati terroristici, l’incendio della Grenfell Tower, un discorso che doveva servire a rilanciarla e finito con le lettere dello slogan sullo sfondo che cadevano una dopo l’altra – è perdonabile solo se si considera il fatto che di successori ovvi non ce ne sono. Il ministro degli Esteri Boris Johnson è quello che maschera meno di tutti le sue ambizioni e la cui presenza è più ingombrante per May: formidabile polemista e oratore, ha ritagliato per sé il ruolo di quello che denuncia ogni tentativo di compromesso, convincendo quella parte di pubblico che lo ama che “il leone britannico vada fatto ruggire” con una Brexit netta e senza concessioni da parte di Londra. L’ex giornalista, uno che il genere delle storie esagerate su Bruxelles l’ha praticamente inventato, ha spostato molti voti quando ha deciso di difendere l’uscita dalla Ue durante la campagna referendaria, ma si è anche fatto molti nemici per via delle sue gaffes volute e dei suoi voltafaccia, tanto che tra i Tories sono in molti ad avergli giurato vendetta.

May ha cercato di attenersi ai grandi slogan altisonanti e vacui lasciando aperta una gamma impressionante di possibilità per l’esito del negoziato.

Però Boris è il volto ottimista della Brexit, e la sua retorica ficcante al servizio di convinzioni mutevoli è quanto di più britannico ci sia: il dibattito Oxford-style prevede che vinca chi argomenta o confuta meglio una tesi, ed è il pubblico a decidere in quale delle due vesti l’oratore debba cimentarsi, al di là delle opinioni personali. Facile, per chi padroneggia il genere, farsi largo nella selva di argomenti noiosi e tecnici che i difensori dell’Unione europea hanno scelto di sostenere negli ultimi anni, cercando di far leva soprattutto sui rischi per l’economia al di fuori dalla Ue in quello che è stato ribattezzato ‘Project Fear’, ‘Progetto Paura’. Rischi che però non si sono materializzati all’indomani del voto del 23 giugno del 2016, screditando in parte chi li aveva ventilati, ma che si stanno man mano facendo largo adesso, come non manca di denunciare ogni giorno l’ex cancelliere dello Scacchiere George Osborne dalle pagine del giornale che dirige, quell’Evening Standard che ogni sera i londinesi stanchi leggono sui mezzi di trasporto che li riportano a casa dopo una lunga giornata. Osborne, delfino di Cameron, è uno dei più acerrimi nemici di May, che se ne è liberata appena arrivata a Downing Street. Lui, con ironia pesante, ha detto che non si darà pace finché lei non finirà “fatta a pezzi nel mio freezer” e infatti ci sarebbe lui, insieme a Johnson, dietro al tentativo di fronda avanzato e subito abortito nei confronti della May all’indomani del disastroso discorso di Manchester. May non può dormire sonni tranquilli e lo sa.

Alle prese con un dibattito dai toni arroventati e con una serie di questioni tecniche che il governo ha per lungo tempo voluto ignorare come dimostra la lettera di dimissioni dell’ambasciatore presso la Ue, Sir Ivan Rogers, all’inizio dell’anno, May ha cercato di attenersi ai grandi slogan altisonanti e vacui – “la Brexit significa Brexit”, “una leadership stabile e forte” e, da ultimo, l’appello alla “creatività” delle controparti europee per trovare una soluzione – lasciando aperta una gamma impressionante di possibilità per l’esito del negoziato. A partire da quella, estrema, che la trattativa stessa fallisca e che il Regno Unito ricada sotto le regole dell’Organizzazione mondiale per il commercio per gestire i suoi rapporti con la Ue, con condizioni molto penalizzanti per le aziende: le auto subirebbero dazi del 10% e i prodotti agricoli del 20-40% e lo stesso trasporto aereo potrebbe essere molto compromesso. Ma il fronte eurofobo oltranzista dei Tories, compreso il ministro per la Brexit David Davis, è convinto che non solo lasciare aperta l’ipotesi rafforzi la posizione negoziale di Londra, ma che l’orizzonte ‘no deal’ sia preferibile per slegare subito il Regno Unito dall’ormeggio europeo con un taglio netto, senza obblighi. Le alternative sono il modello Norvegia, quello Canada, quello Svizzera, tutte in grado di rispondere ad alcune delle esigenze di Londra – mantenere il massimo dell’accesso al mercato unico ma senza libera circolazione dei lavoratori e soprattutto dando la sensazione all’elettorato di aver dato un taglio netto – ma nessuna in grado di centrare l’obiettivo di restare nel mercato unico ma senza l’immigrazione e senza ingerenza della Corte europea di Giustizia, uno dei punti più spinosi per l’elite euroscettica.

Con una domanda vaga come quella sottoposta agli elettori – “Il Regno Unito deve restare membro dell’Unione europea o andarsene dall’Unione europea?” – la risposta lasciava un ampio margine di interpretazione. Quello che è certo è che l’esito è stato influenzato soprattutto dal tema della massiccia immigrazione europea verso il paese, che con il suo mercato del lavoro flessibile e il suo dinamismo economico ha dato un futuro a una generazione che nel continente non riusciva a trovare una sua strada. L’apporto positivo che i cittadini Ue – tre milioni ufficialmente, probabilmente quattro – hanno dato al Regno Unito è indiscutibile, ma ha intaccato le poche certezze di una working class locale che non si è mai ripresa dalle devastazioni degli anni Ottanta, soprattutto nel Nord del paese. Per questo neppure il leader laburista Jeremy Corbyn, euroscettico di sinistra di in chiave antimercatista, è riuscito a difendere la causa europea con una convinzione sufficiente a spostare quel 2% di voti che avrebbero fatto la differenza. Sebbene abbia ribadito recentemente che voterebbe tuttora per il ‘remain’, Corbyn non ha mai voluto fare del Labour il partito anti-Brexit: tutt’al più si è espresso per condizioni più morbide e meno penalizzanti per i lavoratori del paese.

L’esito del referendum è stato influenzato soprattutto dal tema della massiccia immigrazione europea verso il paese, con il suo mercato del lavoro flessibile e il suo dinamismo economico.

L’immigrazione è una risorsa per il Regno Unito, ma il risvolto della medaglia è che la formazione delle classi popolari britanniche è stata trascurata a favore dell’importazione di lavoratori stranieri. Gli 800.000 polacchi che vivono nel paese operano soprattutto nel settore delle costruzioni, che dipende dalla loro manodopera a basso costo e alta affidabilità, mentre gli europei del Sud, tra cui gli italiani, sono cruciali per la sopravvivenza dello sterminato settore della ristorazione e dell’accoglienza da cui soprattutto Londra, prima destinazione turistica europea, dipende. E il servizio sanitario nazionale, l’NHS, istituzione alla quale i britannici hanno un attaccamento viscerale, senza il personale europeo sarebbe ancora più al collasso di quanto già sia. Tutti aspetti che i datori di lavoro del paese conoscono bene e che li hanno portati a spingere per ottenere un periodo di transizione dopo il termine del 29 marzo 2019 entro cui il paese dovrà uscire dalla Ue, per darsi il tempo di adattarsi ad una situazione di cui non si conoscono ancora i contorni.

May, che un anno fa sconvolse un po’ tutti quando disse che “chi è convinto di essere un cittadino del mondo non è cittadino di nessun luogo” e “non conosce proprio il significato della parola cittadinanza”, ha da allora ammorbidito di molto i toni nei confronti dei cittadini europei, reiterando il suo invito a restare. La retorica dei documenti dell’Home Office sul futuro degli immigrati europei del paese resta tuttavia dura, e l’invio erroneo di una serie di inviti perentori a lasciare il paese a persone in tutto e per tutto in regola ha reso l’atmosfera pesante, danneggiando la capacità del Regno Unito di attrarre talenti. L’osservazione empirica suggerisce che molte persone stanno rientrando nel loro paese, complice una situazione economica migliore sul continente e una sterlina debole che non rende più conveniente lavorare in terra britannica. La sensazione che la Londra scintillante capitale del mondo del 2012, grazie anche a una brillante prestazione di Boris Johnson come sindaco, sia un capitolo chiuso sta convincendo molte persone a cambiare destinazione.

Le partenze più incisive per l’economia della città sono quelle dei banchieri milionari della City. Poco prima del vertice europeo di giovedì 19 ottobre, mentre  May implorava di poter tornare a casa con un risultato politico da poter vendere come un piccolo successo in patria, l’amministratore delegato di Goldman Sachs Lloyd Blankfein twittava di essere stato a Francoforte e di averla trovata bella e accogliente, adatta a trascorrerci più tempo. Le altre capitali europee, da Milano a Amsterdam a Dublino a Parigi, stanno sgomitando per racimolare un po’ delle briciole che stanno cadendo dal grande banchetto londinese per colpa della politica e del suo rifiuto di fare chiarezza sul futuro. In questo senso i difensori del ‘no deal’ hanno ragione: meglio tagliare la testa al toro e prepararci subito a uno scenario che si possa controllare, piuttosto che far vivere in balia dell’incertezza l’intero paese per i prossimi anni. Come a dire: suicidiamoci, così evitiamo che ci uccidano. Una logica un po’ disperata, che le giovani generazioni che non hanno votato per la Brexit e che stanno facendo di tutto per ottenere un passaporto europeo risalendo a nonni irlandesi o italiani non possono vedere di buon occhio. Tanto più che l’idea di molti Tories sarebbe di fare concorrenza fiscale alla Ue trasformando Londra e il Regno Unito in una sorta di Singapore, competitiva e arrembante, ma certo lontana dal paradiso di welfare e uguaglianza sociale descritto da molta della retorica pro-Brexit.

Le capitali europee sgomitano per racimolare un po’ delle briciole che stanno cadendo dal grande banchetto londinese per colpa della politica e del suo rifiuto di fare chiarezza sul futuro.

Man mano che il tempo passa, la sacralità del risultato del referendum del 2016 si va appannando, anche grazie ad un eccesso di trama politica che, seppur avvincente da un punto di vista drammaturgico, sta iniziando a venire a noia. Un’istituzione internazionale come l’Ocse qualche giorno fa ha suggerito che se si accantonasse l’idea balzana di uscire dall’Unione europea “l’impatto positivo sulla crescita sarebbe notevole” e una politica fine come Amber Rudd, ministro degli Interni che si era distinta per l’efficacia della sua difesa della Ue ai tempi del referendum, salvo poi cercare di riposizionarsi su posizioni Brexiter come la sua superiore May, ha definito “impensabile” lo scenario di un non accordo con Bruxelles, posizionandosi come capofila in pectore di chi vuole iniziare una sorta di ‘rifondazione europeista’. Rudd è una delle candidate alla successione di May, ma come tutti gli altri, per ora, si tiene defilata. Curiosamente, la donna a cui tutti guardano come la possibile salvatrice dei Tories e del paese è una giovane conservatrice scozzese, che ha resuscitato un partito che nelle Highlands era pressoché inesistente grazie a una parlate schietta ed energica, di quelle in grado di tenere testa anche alle boutade di Boris. Si chiama Ruth Davidson, quando parla tutti la ascoltano, ha 38 anni, una fidanzata ed è apertamente europeista. Il suo problema è che non ha un seggio a Westminster, essendo eletta solo al Parlamento scozzese, e che nessuno vuole sprecare una carta così eccellente in una situazione ancora fluttuante. Meglio aspettare che il vento cambi ancora un po’.

Se fanno un errore, gli inglesi non lo correggono, ma, dominati da un senso del dovere paralizzante, cercano di adeguarcisi e magari di correggerlo dall’interno, surrettiziamente, senza dare nell’occhio né ammettere lo sbaglio. Così e solo così si può spiegare la sospensione di realtà che sta andando in scena dopo un voto che non può essere liquidato come uno dei tanti figli storpi del populismo di questi anni: risvegliare il fantasma europeo come ha fatto Cameron è stato un errore, ma questo non significa che il fantasma non ci fosse e che si potesse ignorare. Il cambiamento individuato sotto il nome astruso di Brexit, ossia un monumentale riavvolgimento di 40 anni di storia di un paese convinto della propria eccezionalità in nome di un’indipendenza appena intaccata – il Regno Unito non è in Schengen e non ha l’euro – si sta trasformando in un atto di autolesionismo, come scrive Simon Tilford del Centre for European Reform: “La maggior parte dei paesi si considerano eccezionali, ma pochi hanno permesso alla convinzione nella loro eccezionalità di danneggiare i loro interessi economici e politici nella maniera in cui lo sta facendo il Regno Unito”. Per tornare indietro i tempi non sono politicamente maturi, ma troppe cose sono successe repentinamente negli ultimi anni perché si possa escludere che questo avvenga. In un articolo recente l’ex spin doctor di Tony Blair, Alastair Campbell, ha scritto che May dovrebbe usare la “creatività” evocata nel discorso di Firenze per fare un passo indietro e dire “basta, ci siamo sbagliati”. Forse succederà, più che attraverso un discorso magari con un voto, che arriverà al momento opportuno. Quando al termine del suo lungo esercizio spirituale la psiche britannica sarà andata in fondo alla questione, risolvendola magari una volta per tutte. Questa sarebbe un’occasione storica, di quelle che capitano una volta sola e non si possono perdere.

L'articolo Brexit: a che punto siamo? proviene da il Tascabile.

26 Oct 10:51

Imaging through a thin scattering layer and jointly retrieving the point-spread-function using phase-diversity

by Tengfei Wu
Tengfei Wu, Jonathan Dong, Xiaopeng Shao, Sylvain Gigan
Recently introduced angular-memory-effect based techniques enable non-invasive imaging of objects hidden behind thin scattering layers. However, both the speckle-correlation and the bispectrum analysis are based on the statistical average of large amounts of speckle grains, which determines that ... [Opt. Express 25, 27182-27194 (2017)]
26 Oct 10:50

Focusing light through scattering media by transmission matrix inversion

by Jian Xu
Jacopo.bertolotti

I fail to see the novelty when compared to Gigan's papers on the same topic.

Jian Xu, Haowen Ruan, Yan Liu, Haojiang Zhou, Changhuei Yang
Focusing light through scattering media has broad applications in optical imaging, manipulation and therapy. The contrast of the focus can be quantified by peak-to-background intensity ratio (PBR). Here, we theoretically and numerically show that by using a transmission matrix inversion method to ... [Opt. Express 25, 27234-27246 (2017)]
26 Oct 09:15

Impact of Strong Scattering Resonances on Ballistic and Diffusive Wave Transport

by Benoit Tallon, Thomas Brunet, and John H. Page

Author(s): Benoit Tallon, Thomas Brunet, and John H. Page

The strong impact of scattering resonances on all the key transport parameters of classical waves in disordered media is demonstrated through ultrasonic experiments on monodisperse emulsions. Through accurate measurements of both ballistic and diffusive transport over a wide range of frequencies, we...


[Phys. Rev. Lett. 119, 164301] Published Thu Oct 19, 2017

25 Oct 17:22

Focusing light inside scattering media with magnetic-particle-guided wavefront shaping

by Haowen Ruan
Haowen Ruan, Tom Haber, Yan Liu, Joshua Brake, Jinho Kim, Jacob M. Berlin, Changhuei Yang
Optical scattering has traditionally limited the ability to focus light inside scattering media such as biological tissue. Recently developed wavefront shaping techniques promise to overcome this limit by tailoring an optical wavefront to constructively interfere at a target location deep inside ... [Optica 4, 1337-1343 (2017)]
25 Oct 17:17

Disorder-induced localization of excitability in an array of coupled lasers

by M. Lamperti and A. M. Perego
Jacopo.bertolotti

Is it just me or they simply rediscovered Stone and Rotter theory of random lasing?

Author(s): M. Lamperti and A. M. Perego

We report on the localization of excitability induced by disorder in an array of coupled semiconductor lasers with a saturable absorber. Through numerical simulations we show that the exponential localization of excitable waves occurs if a certain critical amount of randomness is present in the coup...


[Phys. Rev. A 96, 041803(R)] Published Mon Oct 23, 2017

25 Oct 17:05

Chaos-assisted tunneling in the presence of Anderson localization

by Elmer V. H. Doggen, Bertrand Georgeot, and Gabriel Lemarié
Jacopo.bertolotti

So they "discovered" that the transmission coefficient in a 1D system with AL is distributed as a log-normal (something known since 30+ years), repackaged it, and published it on PRE :-/

Author(s): Elmer V. H. Doggen, Bertrand Georgeot, and Gabriel Lemarié

Tunneling between two classically disconnected regular regions can be strongly affected by the presence of a chaotic sea in between. This phenomenon, known as chaos-assisted tunneling, gives rise to large fluctuations of the tunneling rate. Here we study chaos-assisted tunneling in the presence of A...


[Phys. Rev. E 96, 040201(R)] Published Wed Oct 18, 2017

25 Oct 13:44

Saturday Morning Breakfast Cereal - Best Life Advice

by tech@thehiveworks.com


Click here to go see the bonus panel!

Hovertext:
There should probably just be an app so you can direct message old wise men atop mountains.

New comic!
Today's News:

Hey Coloradans! We're doing two events - one in Denver, one in Boulder. We'll be talking nerd stuff and signing books. Come see us!

19 Oct 09:35

More undergraduates, more publications

by McCartney, M.
Jacopo.bertolotti

"faculty mentors were more productive in publishing collaboratively with undergraduate students when they worked with students for more than 1 year on average"
i.e. master projects need time to bear fruits.

12 Oct 14:38

Beware of the toilet: The risk for a deep tissue injury during toilet sitting

by Jim Eakins

While some books are concerned with spending time on the Iron Throne, scientists are concerned with time spent on the Porcelain Throne when reading those books.

“… there are no published studies regarding sustained tissue loads during toilet sitting and their effects on tissue physiology.”

The hole in scientific literature is filled with an in-press paper titled, “Beware of the toilet: The risk for a deep tissue injury during toilet sitting.”

We found that prolonged sitting on toilet seats involves a potential risk for PrI (Pressure Injury) development, the extent of which is affected by the seat design.

This research is distinct from the 2000 Ig Nobel Public Health Prize, which reported injuries on people from toilets that could not withstand pressure from people on toilets. This research, instead, reports injuries on people from people not withstanding pressure from themselves on toilets.

12 Oct 09:34

Not the critic who counts

by Scott

There’s a website called Stop Timothy Gowers! !!! —yes, that’s the precise name, including the exclamation points.  The site is run by a mathematician who for years went under the pseudonym “owl / sowa,” but who’s since outed himself as Nikolai Ivanov.

For those who don’t know, Sir Timothy Gowers is a Fields Medalist, known for seminal contributions including the construction of Banach spaces with strange properties, the introduction of the Gowers norm, explicit bounds for the regularity lemma, and more—but who’s known at least as well for explaining math, in his blog, books, essays, MathOverflow, and elsewhere, in a remarkably clear, friendly, and accessible way.  He’s also been a leader in the fight to free academia from predatory publishers.

So why on earth would a person like that need to be stopped?  According to sowa, because Gowers, along with other disreputable characters like Terry Tao and Endre Szemerédi and the late Paul Erdös, represents a dangerous style of doing mathematics: a style that’s just as enamored of concrete problems as it is of abstract theory-building, and that doesn’t even mind connections to other fields like theoretical computer science.  If that style becomes popular with young people, it will prevent faculty positions and prestigious prizes from going to the only deserving kind of mathematics: the kind exemplified by Bourbaki and by Alexander Grothendieck, which builds up theoretical frameworks with principled disdain for the solving of simple-to-state problems.  Mathematical prizes going to the wrong people—or even going to the right people but presented by the wrong people—are constant preoccupations of sowa’s.  Read his blog and let me know if I’ve unfairly characterized it.


Now for something totally unrelated.  I recently discovered a forum on Reddit called SneerClub, which, as its name suggests, is devoted to sneering.  At whom?  Basically, at anyone who writes anything nice about nerds or Silicon Valley, or who’s associated with the “rationalist community,” or the Effective Altruist movement, or futurism or AI risk.  Typical targets include Scott Alexander, Eliezer Yudkowsky, Robin Hanson, Michael Vassar, Julia Galef, Paul Graham, Ray Kurzweil, Elon Musk … and with a list like that, I guess I should be honored to be a regular target too.

The basic SneerClub M.O. is to seize on a sentence that, when ripped from context and reflected through enough hermeneutic funhouse mirrors, can make nerds out to look like right-wing villains, oppressing the downtrodden with rays of disgusting white maleness (even, it seems, ones who aren’t actually white or male).  So even if the nerd under discussion turns out to be, say, a leftist or a major donor to anti-Trump causes or malaria prevention or whatever, readers can feel reassured that their preexisting contempt was morally justified after all.

Thus: Eliezer Yudkowsky once wrote a piece of fiction in which a character, breaking the fourth wall, comments that another character seems to have no reason to be in the story.  This shows that Eliezer is a fascist who sees people unlike himself as having no reason to exist, and who’d probably exterminate them if he could.  Or: many rationalist nerds spend a lot of effort arguing against Trumpists, alt-righters, and neoreactionaries.  The fact that they interact with those people, in order to rebut them, shows that they’re probably closet neoreactionaries themselves.


When I browse sites like “Stop Timothy Gowers! !!!” or SneerClub, I tend to get depressed about the world—and yet I keep browsing, out of a fascination that I don’t fully understand.  I ask myself: how can a person read Gowers’s blog, or Slate Star Codex, without seeing what I see, which is basically luminous beacons of intellectual honesty and curiosity and clear thought and sparkling prose and charity to dissenting views, shining out far across the darkness of online discourse?

(Incidentally, Gowers lists “Stop Timothy Gowers! !!!” in his blogroll, and I likewise learned of SneerClub only because Scott Alexander linked to it.)

I’m well aware that this very question will only prompt more sneers.  From the sneerers’ perspective, they and their friends are the beacons, while Gowers or Scott Alexander are the darkness.  How could a neutral observer possibly decide who was right?

But then I reflect that there’s at least one glaring asymmetry between the sides.

If you read Timothy Gowers’s blog, one thing you’ll constantly notice is mathematics.  When he’s not weighing in on current events—for example, writing against Brexit, Elsevier, or the destruction of a math department by cost-cutting bureaucrats—Gowers is usually found delighting in exploring a new problem, or finding a new way to explain a known result.  Often, as with his dialogue with John Baez and others about the recent “p=t” breakthrough, Gowers is struggling to understand an unfamiliar piece of mathematics—and, completely unafraid of looking like an undergrad rather than a Fields Medalist, he simply shares each step of his journey, mistakes and all, inviting you to follow for as long as you can keep up.  Personally, I find it electrifying: why can’t all mathematicians write like that?

By contrast, when you read sowa’s blog, for all the anger about the sullying of mathematics by unworthy practitioners, there’s a striking absence of mathematical exposition.  Not once does sowa ever say: “OK, forget about the controversy.  Since you’re here, instead of just telling you about the epochal greatness of Grothendieck, let me walk you through an example.  Let me share a beautiful little insight that came out of his approach, in so self-contained a way that even a physicist or computer scientist will understand it.”  In other words, sowa never uses his blog to do what Gowers does every day.  Sowa might respond that that’s what papers are for—but the thing about a blog is that it gives you the chance to reach a much wider readership than your papers do.  If someone is already blogging anyway, why wouldn’t they seize that chance to share something they love?

Similar comments apply to Slate Star Codex versus r/SneerClub.  When I read an SSC post, even if I vehemently disagree with the central thesis (which, yes, happens sometimes), I always leave the diner intellectually sated.  For the rest of the day, my brain is bloated with new historical tidbits, or a deep-dive into the effects of a psychiatric drug I’d never heard of, or a jaw-dropping firsthand account of life as a medical resident, or a different way to think about a philosophical problem—or, if nothing else, some wicked puns and turns of phrase.

But when I visit r/SneerClub—well, I get exactly what’s advertised on the tin.  Once you’ve read a few, the sneers become pretty predictable.  I thought that for sure, I’d occasionally find something like: “look, we all agree that Eliezer Yudkowsky and Elon Musk and Nick Bostrom are talking out their asses about AI, and are coddled white male emotional toddlers to boot.  But even granting that, what do we think about AI?  Are intelligences vastly smarter than humans possible?  If not, then what principle rules them out?  What, if anything, can be said about what a superintelligent being would do, or want?  Just for fun, let’s explore this a little: I mean the actual questions themselves, not the psychological reasons why others explore them.”

That never happens.  Why not?


There’s another fascinating Reddit forum called “RoastMe”, where people submit a photo of themselves holding a sign expressing their desire to be “roasted”—and then hundreds of Redditors duly oblige, savagely mocking the person’s appearance and anything else they can learn about the person from their profile.  Many of the roasts are so merciless that one winces vicariously for the poor schmucks who signed up for this, hopes that they won’t be driven to self-harm or suicide.  But browse enough roasts, and a realization starts to sink in: there’s no person, however beautiful or interesting they might’ve seemed a priori, for whom this roasting can’t be accomplished.  And that very generality makes the roasting lose much of its power—which maybe, optimistically, was the point of the whole exercise?

In the same way, spend a few days browsing SneerClub, and the truth hits you: once you’ve made their enemies list, there’s nothing you could possibly say or do that they wouldn’t sneer at.  Like, say it’s a nice day outside, and someone will reply:

“holy crap how much of an entitled nerdbro do you have to be, to erase all the marginalized people for whom the day is anything but ‘nice’—or who might be unable to go outside at all, because of limited mobility or other factors never even considered in these little rich white boys’ geek utopia?”

For me, this realization is liberating.  If appeasement of those who hate you is doomed to fail, why bother even embarking on it?


I’ve spent a lot of time on this blog criticizing D-Wave, and cringeworthy popular articles about quantum computing, and touted arXiv preprints that say wrong things.  But I hope regular readers feel like I’ve also tried to offer something positive: y’know, actual progress in quantum computing that actually excites me, or a talk about big numbers, or an explanation of the Bekenstein bound, whatever.  My experience with sites like “Stop Timothy Gowers! !!!” and SneerClub makes me feel like I ought to be doing less criticizing and more positive stuff.

Why, because I fear turning into a sneerer myself?  No, it’s subtler than that: because reading the sneerers drives home for me that it’s a fool’s quest to try to become what Scott Alexander once called an “apex predator of the signalling world.”

At the risk of stating the obvious: if you write, for example, that Richard Feynman was a self-aggrandizing chauvinist showboater, then even if your remarks have a nonzero inner product with the truth, you don’t thereby “transcend” Feynman and stand above him, in the same way that set theory transcends and stands above arithmetic by constructing a model for it.  Feynman’s achievements don’t thereby become your achievements.

When I was in college, I devoured Ray Monk’s two-volume biography of Bertrand Russell.  This is a superb work of scholarship, which I warmly recommend to everyone.  But there’s one problem with it: Monk is constantly harping on his subject’s failures, and he has no sense of humor, and Russell does.  The result is that, whenever Monk quotes Russell’s personal letters at length to prove what a jerk Russell was, the quoted passages just leap off the page—as if old Bertie has come back from the dead to share a laugh with you, the reader, while his biographer looks on sternly and says, “you two think this is funny?”

For a writer, I can think of no higher aspiration than that: to write like Bertrand Russell or like Scott Alexander—in such a way that, even when people quote you to stand above you, your words break free of the imprisoning quotation marks, wiggle past the critics, and enter the minds of readers of your generation and of generations not yet born.


Update (Nov. 13): Since apparently some people didn’t know (?!), the title of this post comes from the famous Teddy Roosevelt quote:

It is not the critic who counts; not the man who points out how the strong man stumbles, or where the doer of deeds could have done them better. The credit belongs to the man who is actually in the arena, whose face is marred by dust and sweat and blood; who strives valiantly; who errs, who comes short again and again, because there is no effort without error and shortcoming; but who does actually strive to do the deeds; who knows great enthusiasms, the great devotions; who spends himself in a worthy cause; who at the best knows in the end the triumph of high achievement, and who at the worst, if he fails, at least fails while daring greatly, so that his place shall never be with those cold and timid souls who neither know victory nor defeat.

12 Oct 08:29

Logical

It's like I've always said--people just need more common sense. But not the kind of common sense that lets them figure out that they're being condescended to by someone who thinks they're stupid, because then I'll be in trouble.
11 Oct 09:17

Beware of sketchy iOS popups that want your Apple ID

by Dan Goodin

Enlarge (credit: Felix Krause)

One of iOS' rougher edges are the popups it produces on a regular but seemingly random basis. These popups require users to enter their Apple ID before they can install or update an app or complete some other mundane task. The prompts have grown so common most people don't think twice about them.

Mobile app developer Felix Krause makes a compelling case that these popups represent a potential security hole through which attackers can steal user credentials. In a blog post published Tuesday, he showed side-by-side comparisons, pictured above, of an official popup produced by iOS and a proof-of-concept phishing popup. The lookalike popups require less than 30 lines of code and could be sneaked into an otherwise legitimate app that has already found its way into Apple's App Store.

The popups are a common part of the iOS experience for many users, this author included. They can present themselves at a variety of times, including when people want to make an in-app purchase, after they've recently installed an iOS update, or when an app gets stuck installing. The root of the problem is that many of Apple's official password prompts are indistinguishable from ones generated by apps. Most users respond by blindly trusting their password with either one.

Read 5 remaining paragraphs | Comments

10 Oct 16:51

Saturday Morning Breakfast Cereal - fMRI

by tech@thehiveworks.com


Click here to go see the bonus panel!

Hovertext:
I'm shocked no's proposed this obvious interpretation of the data.

New comic!
Today's News:

Lovely review of Soonish here in Forbes.

 

If you want to see us and get a signed copy, check out our book tour page!

05 Oct 09:24

Which single verb describes the mission of universities?

by Ross H. McKenzie
Think!

Research is all about thinking about the world we live in; whether it is genetics, cosmology, literature, engineering, economics, ...
Reality is stratified and one observes different phenomena in different systems. As a result, one needs to think in distinct ways in order to develop concepts, laws, and methodologies for each strata.
Note that thinking is central to experiments: thinking how to design the experiment and apparatus, and how to analyse the data produced and relate it to theory.
This is why we have disciplines. Each discipline involves a disciplined way of thinking.

Teaching is all about helping students learn how to think.
For specific disciplines, it involves learning how to think in a particular way.
Thinking like a condensed matter physicist is an art to learn.
Similarly, thinking like an economist is a unique way of thinking.

If this is the mission of modern universities are they successful?
On one level they have been incredibly successful.
Almost all the disciplines and knowledge we have were created in universities.
These ways of thinking have been incredibly productive and revealed things we might never have anticipated or dreamed of. Whether it is the genetic code, quantum field theory, game theory, or studies of ancient histories and cultures, ....

Furthermore, universities have really taught many students to think critically and creatively, not just about academic matters. University graduates have used their thinking skills in constructive ways, whether in inventions, starting companies, journalism, politics, philanthropy, ...
It should be acknowledged that this education does not just occur in the classroom but in informal contexts and involvement in student clubs and societies.

However, when you consider the resources that have been expended globally, both in teaching and research, you have to wonder whether universities are now failing at their mission.
This is reflected in a sparsity of critical thinking on many levels and in many contexts.

In the Majority World, universities try to mimic Western ones, at the superficial level of structures and curriculum. However, largely they focus on rote learning and not questioning teachers. This tragedy is captured with humour in my favourite Bollywood movie scene. Not only are students not taught how to think, they are actually taught not to think at all!

Yet, Elite universities now have a lot to answer for. The administration has become decoupled from the faculty and so we have metric madness and mindless marketing. Many of the statements or decision making processes (e.g. ignoring uncertainties, listing journal impact factors to 4 significant figures or cherry picking data to enhance the "ranking" of an institution) would be not be allowed in a freshman tutorial or lab.
Yet faculty are not without fault. Critical analysis will be avoided if publishing in a luxury journal is on the horizon. Then there is the hype of faculty about their latest research, whether in grant applications or public relations.

There are countless other ideas about what the mission of the university should be: training graduates for high paying jobs, wealth creation, enhancing national security, elite sports, industrial research, creating good citizens, ...

Many of these alternative missions are debatable, but regardless, they should be subordinate to the thinking mission.

Key to the thinking mission is academic freedom. Faculty and students need to be free to think what they want about what they want (within certain civil and resource constraints). Political interference and commercial interests inhibit such thinking.
It is interesting that Terry Eagleton, considers that the primary mission of universities is to critique society.

I thank Vinoth Ramachandra for teaching me this basic but crucial idea.
04 Oct 14:54

Solution of the inhomogeneous Maxwell’s equations using a Born series

by Benjamin Krüger
Benjamin Krüger, Thomas Brenner, Alwin Kienle
An algorithm for the numerical solution of the inhomogeneous Maxwell’s equations is presented. The algorithm solves the inhomogeneous vector wave equation of the electric field by writing the solution as a convergent Born series. Compared to two dimensional finite difference time domain ... [Opt. Express 25, 25165-25182 (2017)]
03 Oct 17:02

Single-shot multispectral imaging with a monochromatic camera

by Sujit Kumar Sahoo
Jacopo.bertolotti

Interesting, but it is not completely clear to me how this is different from Cao's work.

Sujit Kumar Sahoo, Dongliang Tang, Cuong Dang
Multispectral imaging plays an important role in many applications, from astronomical imaging and earth observation to biomedical imaging. However, current technologies are complex with multiple alignment-sensitive components and spatial and spectral parameters predetermined by manufacturers. Here, ... [Optica 4, 1209-1213 (2017)]
03 Oct 16:54

Polarisation structuring of broadband light

by Kevin J. Mitchell
Kevin J. Mitchell, Neal Radwell, Sonja Franke-Arnold, Miles J. Padgett, David B. Phillips
Spatial structuring of the intensity, phase and polarisation of light is useful in a wide variety of modern applications, from microscopy to optical communications. This shaping is most commonly achieved using liquid crystal spatial light modulators (LC-SLMs). However, the inherent chromatic ... [Opt. Express 25, 25079-25089 (2017)]
03 Oct 13:02

Focus: Video—Fluid Video Contest Winners

by David Ehrenstein

Author(s): David Ehrenstein

Swimming starfish larvae, dripping paint, and swirling gas jets are featured in the APS Division of Fluid Dynamics’ winning videos.


[Physics 10, 108] Published Fri Sep 29, 2017

03 Oct 11:07

La discriminazione religiosa che piace al Corriere

by Leonardo T
Come Ernesto Galli Della Loggia ha sconfitto l'Isis

A questo punto lo Ius Soli è andato. Finito. Un cadavere nel deserto. Persino iene e avvoltoi si stanno allontanando dalla carcassa, non c’è più niente da beccare. Soltanto un editorialista continua a tornare a intervalli regolari, sembra non darsi pace: Ernesto Galli della Loggia.

Sullo Ius Soli negli ultimi mesi ha scritto tantissimo, e più o meno le stesse cose: la cittadinanza è un bel diritto, ma ai bambini nati in famiglie musulmane non la possiamo dare perché... i musulmani ce l'hanno con noi. Questa cosa, che su Libero o sul Giornale si può sintetizzare in titoli semplici ed efficaci (ad es. “Bastardi islamici”), sul Corriere bisogna ancora articolarla in tortuosi ragionamenti che dovrebbero dare a GdL e al suo lettore la sensazione di essere un po’ più moderati mentre pensano, in sostanza, che questi islamici sono proprio dei gran bastardi. Ci vuole del realismo, spiega GdL. Come possiamo fingere di non vedere che “l’immigrazione islamica non proviene da uno Stato ma da una civiltà, da una cultura mondiale rappresentata da oltre una ventina di Stati, e con la quale la cultura occidentale ha avuto un aspro contenzioso millenario che ha lasciato da ambo le parti tracce profondissime”?

Eh?

No, sul serio, di cosa starà parlando? “Aspro contenzioso millenario”... avrà in mente le crociate? Forse è ancora quella roba che andava di moda ai tempi di Samuel Huntington: insomma per GdL c’è una “civiltà occidentale” e c’è una “civiltà islamica” e si fanno la guerra dalle sponde del Mediterraneo da più di mille anni. Il fatto che per la maggior parte di questi mille anni abbiano commerciato e intrattenuto rapporti diplomatici sarà irrilevante (anche il colonialismo, non rileva). A secoli di distanza, ancora oggi alcuni di questi Stati alimentano “sotterraneamente radicalismo e terrorismo… svolgendo un’insidiosa opera di penetrazione di natura finanziaria nell’ambito economico, e di natura politico-religiosa (apertura di moschee e di «centri culturali»)”.

Link?

Perché, scusate, qui abbiamo un autorevole editorialista che ci sta informando di un fatto gravissimo: ci sono nazioni con cui abbiamo un contenzioso millenario che mirano a sovvertire il nostro paese alimentando il radicalismo e il terrorismo, aprendo moschee e “centri culturali”, con le virgolette. È una cosa molto preoccupante!

Ci farebbe un esempio?

GdL scrive su un giornale importante. Avrà ben letto da qualche parte che una nazione nemica dell’Italia sta infiltrandosi aprendo moschee e “centri culturali” - io, confesso, ho cercato un po’ ma non ho trovato niente a parte le solite cose, ovvero i finanziamenti dei sauditi e del Qatar. Peccato che dall’Arabia Saudita e dal Qatar non stiano arrivando in Italia molti immigrati; peccato (si fa per dire) che in Italia di tutti questi finanziamenti, effettivamente molto rilevanti in altri Paesi come UK e in Belgio, non arrivi tutto sommato che qualche briciola. Ma fingiamo per un attimo che i sauditi stiano finanziando centri culturali islamici in tutta la penisola, luoghi dove entri normale ed esci wahhabita. Come pensa di arginare GdL questo inquietante fenomeno?

Rendendo più difficile il conseguimento della cittadinanza italiana.

Geniale, no? Cos’ha consentito ai jihadisti francesi e belgi di commettere delle stragi nei loro Paesi? La carta d’identità. Niente carta d’identità, niente esplosivi, niente furgoni. Cospiri contro il Paese che ti ospita da quando sei nato? GdL ha un rimedio per te. Ti toglie la doppia cittadinanza.

Sul serio?

Sul serio. Sul Corriere GdL propone che gli immigrati da paesi islamici (non necessariamente islamici) possano ottenere la cittadinanza italiana solo se rinunciano a quella del Paese d’origine. A chi gli ha pur fatto presente la vaga componente discriminatoria della sua proposta (perché un italo-statunitense può avere due passaporti e un italo-senegalese no?), GdL ha ribadito che gli USA sono gli USA e il Senegal è il Senegal, il che è davvero inoppugnabile - e col Senegal evidentemente c’è quel contenzioso millenario, il Senegal notoriamente vuole infiltrarci costruendo moschee e centri culturali, se uno è realista queste cose le sa. GdL è un realista e quindi ha la soluzione: la detenzione? No. L'espulsione? No. Ma se vuoi diventare italiano ti stracciamo il passaporto senegalese. A quel punto, con un passaporto solo, l'infiltrazione diventerà più difficile. Uhm.

Inoltre GdL ritiene necessario che i genitori passino un test d’italiano. Questo a dire il vero c’era già nella legge impallinata al senato, ma a GdL non basta un genitore. Sono buoni tutti ad avere un genitore che parla italiano, eh no. GdL ne vuole due, e attenzione, ne vuole due soltanto per i musulmani ("La conoscenza dell’italiano anche nella madre costituirebbe un indizio assai significativo di superamento della condizione d’inferiorità della donna tipica di molte culture diverse dalla nostra”).  E gli orfani di padre o di madre? Probabilmente costituiscono una più grave minaccia alla nostra identità. GdL poi vuole che i servizi sociali controllino queste famiglie e facciano un rapporto alla prefettura. Tutte cose un po' costose ma apparentemente non troppo incivili, che dovrebbero sancire la differenza tra i lettori di GdL e quelli che si eccitano quando Salvini urla “ruspa”.

Non fosse per quel piccolo dettaglio, ovvero...

Quello che GdL sta proponendo (una legge che preveda iter diversi a seconda se il soggetto è musulmano o no) si chiama discriminazione su base religiosa: è esplicitamente proibita dalla Costituzione e dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo.

Questo sarebbe sufficiente, in tempo di pace, per suggerire al professor GdL una pausa di riflessione: ci dispiace, ma i legislatori non possono riconoscere ad alcuni bambini un diritto e ad altri no a seconda del Dio che pregano i loro genitori. Cioè, professore, lo capisce che non può funzionare? Se sei cristiano facciamo un esame solo a papà e se sei musulmano anche alla mamma? Non si può - s’informi, studi, vedrà che proprio legalmente non si può.

D’altro canto, siamo in guerra, no? Ci sono venti nazioni che cospirano contro di noi aprendo ovunque centri culturali wahhabiti, no? (nazioni con cui intratteniamo a volte ottimi rapporti diplomatici, e a cui vendiamo tante cose, tra cui molte armi, ma sorvoliamo). In tempi di guerra servono misure eccezionali, va bene. Cosa può giustificare una misura eccezionale come la discriminazione su base religiosa? Il risultato. Quella che propone GdL è una riforma iniqua e probabilmente incostituzionale, ma se ottiene il risultato di sconfiggere il jihadismo, beh, allora...

No, scusate. Com’è che GdL vorrebbe sconfiggere il jihadismo? Con quale misura straordinaria?

Le ruspe? no, quelle sono di Salvini. E magari un milione di ruspe potrebbero anche funzionare, chi lo sa. I maiali al pascolo intorno alle moschee? Mi pare fosse Calderoli. Invece GdL propone di… rendere più difficile il conseguimento della cittadinanza da parte dei bambini di famiglia musulmana nati in Italia. Fermi tutti.

Mi sa che abbiamo sconfitto l'Isis.

No, sul serio: forse in Iraq, contro gli sforzi congiunti di truppe di terra americane, contingenti curdi e siriani e aviazione russa l'Isis può ancora opporre qualche resistenza, ma… in Italia, che speranze può avere contro il genio strategico e sociologico di Galli della Loggia? Sul tempo medio-lungo l’Isis è fottuta perché in Italia per gli immigrati di seconda generazione ci metteranno un po’ più di tempo a ottenere il passaporto.

Ecco il fondamentale tampone con cui GdL pensa di arginare l’integralismo islamico: le beghe burocratiche. Ma certo! E bisognava veramente essere dei poveri politicallycorrect per non capirlo! Un jihadista senegalese vorrebbe un passaporto: tu lo costringi a stracciare il suo documento senegalese; quello italiano però ci mette un po’ ad arrivare e così lui diventa apolide: a quel punto puoi star tranquillo, il jihadismo in lui è sconfitto.

Quando i padri di famiglia musulmani che lavorano in Italia e pagano le tasse in Italia si accorgeranno che i loro figli ci mettono più tempo a ottenere gli stessi diritti degli altri immigrati, sicuramente accantoneranno qualsiasi velleità jihadista! E i loro figli, i famosi migranti di seconda generazione? Quelli che più spesso in Francia e in Belgio hanno sentito il richiamo della jihad? Sarebbe proprio politicallycorrect pensare di dar loro la cittadinanza dopo un ciclo di studi, come ai loro coetanei figli di migranti non musulmani. Ma quando si accorgeranno che hanno meno diritti dei coetanei, e ne hanno meno proprio perché sono musulmani, ecco: sarà senz’altro quello il momento in cui gli passerà del tutto la voglia di fare la jihad - i ragazzini ragionano così, no? Quando si accorgono che sono vittima di un’ingiustizia, si calmano, ci ragionano, capiscono che è per il loro bene e non si fanno esplodere più nelle metropolitane. È così che ha sempre funzionato, no? Chi ha bisogno di una seria politica di prevenzione del jihadismo, quando sul Corriere c’è Galli della Loggia che ci risolve i problemi?
02 Oct 09:47

Also against individual IQ worries

by Scott

Scott Alexander recently blogged “Against Individual IQ Worries.”  Apparently, he gets many readers writing to him terrified that they scored too low on an IQ test, and therefore they’ll never be able to pursue their chosen career, or be a full-fledged intellectual or member of the rationalist community or whatever.  Amusingly, other Scott says, some of these readers have even performed their own detailed Bayesian analysis of what it might mean that their IQ score is only 90, cogently weighing the arguments and counterarguments while deploying the full vocabulary of statistical research.  It somehow reminds me of the joke about the talking dog, who frets to his owner that he doesn’t think he’s articulate enough to justify all the media attention he’s getting.

I’ve long had mixed feelings about the entire concept of IQ.

On the one hand, I know all the studies that show that IQ is highly heritable, that it’s predictive of all sorts of life outcomes, etc. etc.  I’m also aware of the practical benefits of IQ research, many of which put anti-IQ leftists into an uncomfortable position: for example, the world might never have understood the risks of lead poisoning without studies showing how they depressed IQ.  And as for the thousands of writers who dismiss the concept of IQ in favor of grit, multiple intelligences, emotional intelligence, or whatever else is the flavor of the week … well, I can fully agree about the importance of the latter qualities, but can’t go along with many of those writers’ barely-concealed impulse to lower the social status of STEM nerds even further, or to enforce a world where the things nerds are good at don’t matter.

On the other hand … well, have you actually looked at an IQ test?  To anyone with a scientific or mathematical bent, the tests are vaguely horrifying.  “Which of these pictures is unlike the others?”  “What number comes next in the sequence?”  Question after question that could have multiple defensible valid answers, but only one that “counts”—and that, therefore, mostly tests the social skill of reverse-engineering what the test-writer had in mind.  As a teacher, I’d be embarrassed to put such questions on an exam.

I sometimes get asked what my IQ is.  The truth is that, as far as I know, I was given one official IQ test, when I was four years old, and my score was about 106.  The tester earnestly explained to my parents that, while I scored off the chart on some subtests, I completely bombed others, and averaging yielded 106.  As a representative example of what I got wrong, the tester offered my parents the following:

Tester: “Suppose you came home, and you saw smoke coming out of your neighbor’s roof.  What would you do?”

Me: “Probably nothing, because it’s just the chimney, and they have a fire in their fireplace.”

Tester: “OK, but suppose it wasn’t the chimney.”

Me: “Well then, I’d either call for help or not, depending on how much I liked my neighbor…”

Apparently, my parents later consulted other psychologists who were of the opinion that my IQ was higher.  But the point remains: if IQ is defined as your score on a professionally administered IQ test, then mine is about 106.

Richard Feynman famously scored only 124 on a childhood IQ test—above average, but below the cutoff for most schools’ “gifted and talented” programs.  After he won the Nobel Prize in Physics, he reportedly said that the prize itself was no big deal; what he was really proud of was to have received one despite a merely 124 IQ.  If so, then it seems to me that I can feel equally proud, to have completed a computer science PhD at age 22, become a tenured MIT professor, etc. etc. despite a much lower IQ even than Feynman’s.

But seriously: how do we explain Feynman’s score?  Well, when you read IQ enthusiasts, you find what they really love is not IQ itself, but rather “g“, a statistical construct derived via factor analysis: something that positively correlates with just about every measurable intellectual ability, but that isn’t itself directly measurable (at least, not by any test yet devised).  An IQ test is merely one particular instrument that happens to correlate well with g—not necessarily the best one for all purposes.  The SAT also correlates with g—indeed, almost as well as IQ tests themselves do, despite the idea (or pretense?) that the SAT measures “acquired knowledge.”  These correlations are important, but they allow for numerous and massive outliers.

So, not for the first time, I find myself in complete agreement with Scott Alexander, when he advises people to stop worrying.  We can uphold every statistical study that’s ever been done correlating IQ with other variables, while still affirming that fretting about your own low IQ score is almost as silly as fretting that you must be dumb because your bookshelf is too empty (a measurable variable that also presumably correlates with g).

More to the point: if you want to know, let’s say, whether you can succeed as a physicist, then surely the best way to find out is to start studying physics and see how well you do.  That will give you a much more accurate signal than a gross consumer index like IQ will—and conditioned on that signal, I’m guessing that your IQ score will provide almost zero additional information.  (Though then again, what would a guy with a 106 IQ know about such things?)

02 Oct 09:21

Photo



29 Sep 15:24

Il dilemma della blockchain

by Andrea Daniele Signorelli

C’ è un aspetto fondamentale che differenzia la blockchain – il registro digitale, distribuito, anonimo e crittografato che rende possibile l’esistenza dei bitcoin e non solo – dalle altre grandi innovazioni tecnologiche di questi anni (dall’intelligenza artificiale alla Internet of Things): la forte impronta ideologica che ne sta alla base e che si può riassumere nella volontà di rendere superflua ogni forma di entità centrale (governi, aziende, banche e qualunque istituzione si frapponga tra i liberi cittadini/proprietari). Una sorta di versione tecnologica dell’anarco-individualismo che va molto oltre il generale libertarianesimo che ammanta la Silicon Valley.

L’obiettivo ultimo della blockchain, e delle applicazioni che su essa si reggono (le note criptomonete, ma anche agli smart contracts o le organizzazioni decentralizzate), è infatti quello di liberare l’uomo da qualunque forma di fiducia siamo oggi costretti ad accordare agli intermediari che regolano buona parte delle nostre vite di cittadini. Grazie alla blockchain, almeno nella teoria, resterebbero solo liberi individui che scambiano beni e prendono accordi tra di loro, approfittando degli automatismi garantiti da questa tecnologia. In questa utopia libertaria non ci sono banche, non ci sono notai, non ci sono finanziarie; un domani, volendo esagerare, forse nemmeno governi: ogni ente centrale viene sostituito da un codice matematico che non richiede nessuna fiducia e che non può essere manomesso.

A questo punto, una breve digressione sul meccanismo che regola questa tecnologia è d’obbligo. La blockchain può essere definita come un registro aperto e distribuito: una “catena di blocchi” a cui chiunque può partecipare – diventando così un nodo – semplicemente installando sul proprio computer il registro che contiene la storia delle varie transazioni (per esempio dei bitcoin) e iniziando così a monitorare automaticamente i vari passaggi che avvengono attraverso la catena. Restando al caso dei bitcoin, il lavoro svolto dai nodi viene incentivato per via economica: quando viene dato il via libera a un passaggio di denaro, risolvendo per via informatica una complessa equazione, questi ottengono in cambio delle criptomonete (al momento, 12 bitcoin per ogni transazione).

Ogni volta che un gruppo di transazioni è approvato, viene collegato al blocco precedente attraverso un hash, un’impronta unica e immutabile che fornisce la garanzia che nessuno potrà manomettere i dati registrati. A meno di riuscire a conquistare il 51% del potere di calcolo dell’intera blockchain, è impossibile per il singolo apportare modifiche al registro; perché verrebbe meno il consenso necessario tra i nodi. Questo è un elemento fondamentale: la decentralizzazione della blockchain è ciò che la rende sicura e distribuita; oltre a consentire l’eliminazione di ogni ente centrale facendo invece affidamento sulla “democrazia del potere di calcolo” assicurata dalle migliaia di partecipanti alla blockchain dei bitcoin.

L’obiettivo ultimo della blockchain è liberare l’uomo da qualunque forma di fiducia siamo oggi costretti ad accordare agli intermediari che regolano buona parte delle nostre vite di cittadini.

Ma c’è un problema: il numero dei nodi che partecipano alla catena dei bitcoin sta calando. In particolare, sta scendendo rapidamente il numero dei “full nodes”; ovvero di chi mantiene una copia dell’intera blockchain sul proprio computer. Com’è possibile, considerando che il successo crescente delle criptomonete dovrebbe portare sempre più persone a diventare parte di un meccanismo che offre importanti incentivi economici? È qui che le cose si fanno un po’ tecniche. È qui, soprattutto, che si capisce come l’idea anarco-capitalista di un sistema interamente decentralizzato stia fallendo di fronte al suo stesso successo.

I problemi sono diversi. Prima di tutto: più il tempo passa, più il peso della blockchain aumenta; se due anni fa era sufficiente scaricare sul proprio computer 40 giga di dati, oggi questa cifra si sta approssimando a 130 GB, rendendo sempre più complesso diventare un “full node” della catena per chi possiede un normale computer casalingo. Non è tutto: il numero di transazioni in bitcoin continua a crescere, mettendo a dura prova un sistema che, al momento, può processare solo 3/7 transazioni al secondo (per fare un paragone, un circuito finanziario come VISA può convalidare 60.000 transazioni ogni secondo). Dal momento che ogni blocco della catena (all’interno del quale vengono racchiusi i dati cifrati delle transazioni) non può avere una dimensione superiore a 1 MB, l’attesa per vedere convalidati i pagamenti, che teoricamente dovrebbe essere di pochi minuti, spesso diventa di ore se non giorni (facendo inoltre salire le commissioni).

Con questi tempi, i bitcoin rischiano di diventare inutili: a chi serve una moneta virtuale che fa aspettare giorni prima di sapere se il pagamento è andato a buon fine? Le soluzioni tecniche esistono, ma il prezzo da pagare è molto alto. Sul finire di luglio, i programmatori che, di fatto, gestiscono la blockchain dei bitcoin hanno introdotto un nuovo protocollo (SegWit), che riduce il peso dei blocchi spacchettando i dati relativi alla firma digitale e liberando così un po’ di spazio. Più importante ancora, nei prossimi mesi la dimensione dei blocchi dovrebbe salire a 2 MB, aumentando il numero di transazioni processabili ogni secondo.

Nonostante le ultime modifiche siano state apportate dopo l’accordo che ha posto fine a una vera e propria guerra civile all’interno della comunità Bitcoin, non tutti sono rimasti soddisfatti. Una parte dei programmatori ha quindi dato vita a un hard fork (una biforcazione irreversibile della blockchain) per creare una nuova catena i cui blocchi – se il processo avrà successo – avranno una dimensione massima di 8 MB, scalando di diverse misure la rapidità con cui si possono convalidare le transazioni. La moneta creata con questa biforcazione è la neonata Bitcoin Cash.

Ma perché fermarsi a 8? È sufficiente modificare una riga di codice per proporre (ma poi bisogna vedere quanti nodi seguono la proposta) una blockchain i cui blocchi abbiano dimensioni di 10/20/30 MB; quanti se ne vuole. Ogni volta che si aumentano le dimensioni dei blocchi, però, ai miners viene richiesto maggiore potere computazionale, e di conseguenza strumenti più costosi e maggiore energia da consumare per far girare le macchine. Il risultato è facilmente intuibile: sempre meno attori saranno in grado di agire come nodi, riducendo progressivamente la distribuzione che è proprio il valore alla base della blockchain.

Nonostante le ultime modifiche siano state apportate dopo l’accordo che ha posto fine a una vera e propria guerra civile all’interno della comunità Bitcoin, non tutti sono rimasti soddisfatti.

Non è un problema del futuro. Anzi, è esattamente la ragione per cui, ormai un anno e mezzo fa, lo storico sviluppatore Mike Hearn aveva dichiarato la morte dell’esperimento Bitcoin. Già oggi, infatti, la parte del leone la svolgono i cosiddetti mining pool: gruppi di minatori professionisti che uniscono le forze per avere la potenza di calcolo sufficiente a risolvere un blocco prima che lo faccia qualcun altro. I primi otto mining pool più potenti al mondo si trovano in Cina; ma basterebbe un accordo tra le prime quattro di queste società per superare o avvicinarsi drasticamente alla fatidica quota del 51% della potenza del network, che, in linea teorica, permette di prendere il controllo della blockchain.

È questo il dilemma che attanaglia sostenitori e fautori della blockchain: scalabilità ed efficacia portano inevitabilmente a una drastica riduzione della decentralizzazione; un sistema veramente decentralizzato, invece, rischia di restare un prodotto di nicchia per pochi appassionati, non in grado di incidere sulla società (da notare che su GitHub, invece che di dilemma, si parla di trilemma; perché l’aumento della dimensione dei blocchi espone l’intero sistema anche a maggiori rischi). Quale dev’essere, allora, lo scopo dei bitcoin: diventare una moneta in grado di fare concorrenza a quelle tradizionali, aumentando però la concentrazione, o restare principalmente un asset speculativo (o un bene rifugio) che non ha vero uso nel mondo, ma che mantiene in vigore (almeno in parte) la distribuzione che è alla base del progetto?

Al momento, come forse inevitabile, sembra essere la prima opzione a farsi largo. E non è detto che si possa parlare di tradimento dello spirito originario, dal momento che lo stesso titolo del white paper con cui Satoshi Nakamoto (chiunque esso sia o essi siano) lanciò l’idea dei bitcoin parlava di un “peer to peer electronic cash system”: il che fa pensare che la sua priorità fosse quella di creare un sistema per i pagamenti davvero funzionante, in grado di competere con i canali tradizionali.

La ragione per cui si sta favorendo la scalabilità in luogo della decentralizzazione, però, è anche un’altra: nei primi sei mesi del 2017 i venture capitalists hanno investito oltre 300 milioni di euro nelle startup che lavorano con i bitcoin o in generale con i molteplici utilizzi della blockchain; nel settore, inoltre, hanno fatto il loro ingresso colossi del calibro di R3, un consorzio che ha riunito le 40 banche più grandi del mondo (tra cui le italiane Unicredit e Intesa Sanpaolo) per studiare le potenzialità della catena di blocchi.

Per attori di questo calibro, la distribuzione non è necessariamente una virtù: quello che conta è che sia uno strumento efficace. “Se il Bitcoin continuasse ad avere successo, la rete è destinata a crescere a dismisura”, si legge su un sito italiano specializzato. “Se le transazioni raggiungessero la frequenza di utilizzo di Paypal o Visa, la blockchain crescerebbe esponenzialmente, rimanendo prerogativa di pochi o pochissimi full nodes. (…) Se il Bitcoin dovesse addirittura rimpiazzare l’utilizzo del contante, necessiteremmo di enormi datacenter per memorizzare la blockchain”. E quindi, addio decentralizzazione.

Da sogno anarco-libertario, la blockchain si trasformerebbe in un metodo efficace, crittografato e solo parzialmente sicuro in cui l’aspetto ideologico viene meno.

Fin qui abbiamo parlato principalmente di bitcoin, ma lo stesso discorso varrà sempre più anche per Ethereum e i suoi smart contracts e per ogni applicazione che, per funzionare davvero bene, deve quanto meno limitare la propria decentralizzazione. Ma a questo punto, cosa diventerebbe la blockchain? Da sogno anarco-libertario, si trasformerebbe in un metodo efficace, crittografato e solo parzialmente sicuro (pochi data center sono più facilmente aggredibili rispetto a migliaia di computer sparsi nel mondo); in cui l’aspetto ideologico viene meno e in cui gli intermediari di cui ci si doveva sbarazzare riemergono con in mano le chiavi della catena (gli istituti bancari, in effetti, sono stati i primi a investigare le potenzialità di questa tecnologia).

Al di là di qualche possibile soluzione (Bitcoin Cash dovrebbe utilizzare lo sharding – una sorta di frammentazione dei compiti – per aumentare le capacità conservando la distribuzione), la verità è che la strada sembra essere segnata. Lo dimostra il fatto che si parla sempre più spesso di creare blockchain private: “Invece di avere un network pubblico e non controllato, è possibile creare un sistema in cui i permessi per accedere sono strettamente controllati e in cui solo alcuni utenti hanno il diritto di leggere o modificare la catena, pur mantenendo alcune delle caratteristiche, in termini di autenticità e decentralizzazione, che la blockchain fornisce”, scrive Vitalik Buterin, fondatore di Ethereum, sul suo blog. “Questi sistemi sono di fondamentale interesse per le istituzioni finanziarie e hanno provocato una reazione da parte di chi vede in questi sviluppi qualcosa che fa venire meno la ragione stessa della decentralizzazione, oppure l’atto disperato di alcuni dinosauri che provano a mantenere la loro posizione”.

Buterin, che sul tema sembra essere molto pragmatico, si spinge anche a evidenziare alcuni fondamentali vantaggi tecnici delle blockchain private; di cui almeno due sono da evidenziare: “Solo dei soggetti noti avranno il permesso di convalidare le transazioni, quindi ogni rischio di un attacco del 51% portato da eventuali collusioni di miner cinesi verrebbe meno. Inoltre, le transazioni diventerebbero più economiche, perché sarebbero verificate solo da pochi nodi dall’elevatissimo potere di calcolo”. In poche parole, eliminando dal trilemma la distribuzione, si ottiene la scalabilità senza nemmeno rinunciare del tutto alla sicurezza.

Tutto bene, quindi? In verità, alcuni aspetti inquietanti iniziano a farsi largo quando si pensa a blockchain private completamente nelle mani di grandi aziende. Ciò che doveva essere un’utopia della liberazione rischia di trasformarsi in una dittatura del codice, governata da aziende ed enti centrali in grado di sfruttare gli automatismi garantiti dalla blockchain per trasformare in realtà i loro sogni più reconditi. Per capirci qualcosa di più, basta pensare agli smart contracts: contratti basati sulla catena di blocchi che si eseguono automaticamente nel momento in cui le condizioni vengono soddisfatte. Teoricamente, nascono per eliminare il bisogno di terze parti come i notai o anche solo le agenzie di scommesse; nel momento in cui questa tecnologia si fonde con la internet of things, però, le prospettive vanno molto oltre.

Alcuni aspetti inquietanti iniziano a farsi largo quando si pensa a blockchain private completamente nelle mani di grandi aziende: ciò che doveva essere un’utopia della liberazione rischia di trasformarsi in una dittatura del codice.

“Immaginiamo che tutti i lucchetti di un appartamento siano connessi a internet”, ha spiegato Chris Ellis di Feathercoin a Fast Company. “Quando fai una transazione in bitcoin per affittare la casa, lo smart contract che tu e io abbiamo sottoscritto ti permette di aprire automaticamente l’appartamento, usando le chiavi che hai sul tuo smartphone”. Uno dei primi teorici degli smart contracts, Nick Szabo, aveva portato un esempio simile: anche il mutuo dell’auto si potrebbe stipulare attraverso gli smart contracts; se salti un pagamento, la blockchain può automaticamente cancellare le chiavi digitali che permettono di far funzionare la macchina. Qualcosa del genere esiste già nella realtà: Slock.it è una startup tedesca che progetta serrature collegate alla internet of things e agli smart contracts, studiate per rendere completamente automatico l’affitto di appartamenti su AirBnb o dare la possibilità di noleggiare la propria auto a terzi e guadagnare  senza dover fare nulla (lo smart contract, in base alle vostre indicazioni, può valutare se il rating di chi vuole noleggiare l’auto è sufficiente).

Le prospettive, però, potrebbero anche prendere una brutta piega: “Lo stesso sistema potrebbe venire programmato per impedire l’apertura del lucchetto dopo il pagamento dell’ultimo mese di affitto”, si legge sull’Atlantic. “O magari potrebbe togliere l’energia o la connessione a internet se il sensore all’interno dell’appartamento determinasse che gli occupanti stanno facendo troppo chiasso”. E ovviamente si può anche andare oltre: oggi le famiglie morose possono tutelare i loro interessi ed evitare di subire uno sfratto rivolgendosi alle istituzioni preposte; ma come fare se lo smart contract al quale hanno aderito permette al proprietario di negare l’accesso alla casa, l’utilizzo dell’energia, dell’acqua e di tutto ciò che può essere gestito attraverso la internet of things?

“Se tutto questo vi suona familiare”, prosegue Ian Bogost sull’Atlantic, “è perché la cultura contemporanea si è già trovata ad affrontare situazioni simili. Le tecnologie di controllo e sorveglianza, al confronto modeste, usate da Google, Facebook e gli altri – il cui impatto ormai conosciamo bene – hanno proliferato basandosi sull’assunto che avrebbero reso le vite delle persone migliori e più efficienti (…) Ugualmente, il futuro della blockchain sembra essere legato alla visione a breve termine di investitori e imprenditori a cui piace parlare di un’ipotetica utopia distribuita, senza prendere le misure contro la tirannia che potrebbe ugualmente realizzare”.

Invece di liberarci dalla fiducia obbligata che dobbiamo accordare a enti centrali, la blockchain potrebbe rafforzare ulteriormente governi, istituti finanziari, aziende e quant’altro, automatizzando meccanismi e tagliando fuori attori a cui oggi il cittadino può rivolgersi per chiedere di essere difeso da eventuali soprusi o per far valere i suoi diritti; fornendo in questo modo un livello di controllo centrale, e automatizzato, che non ci si sarebbe certo attesi da un semplice “registro distribuito”. Ancora una volta, utopia e distopia dimostrano di essere due facce della stessa medaglia, perfettamente in grado di convivere. Le esperienze del passato – dall’open web che si trasforma in walled garden, ai social network che diventano strumenti di raccolta dati a strascico – ci dovrebbero però mettere in guardia dal fatto che, il più delle volte, la bilancia non tende a pendere dal lato della libertà.

L'articolo Il dilemma della blockchain proviene da il Tascabile.

29 Sep 14:57

The preprint dilemma

by Kaiser, J.
29 Sep 13:54

Large three-dimensional photonic crystals based on monocrystalline liquid crystal blue phases

by Chun-Wei Chen

Large three-dimensional photonic crystals based on monocrystalline liquid crystal blue phases

Nature Communications, Published online: 28 September 2017; doi:10.1038/s41467-017-00822-y

Conventional fabrication approaches for large-size three-dimensional photonic crystals are problematic. By properly controlling the self-assembly processes, the authors report the fabrication of monocrystalline blue phase liquid crystals that exhibit three-dimensional photonic-crystalline properties.

26 Sep 11:23

eresie papali

by .mau.

Forse avete sentito parlare della “correzione formale” contro quanto scritto da papa Francesco nella sua esortazione Amoris Laetitia, firmata inizialmente da quaranta (al momento le firme sono salite a 79) tra prelati, teologi e “persone informate sui fatti”: se volete potete leggerla nel sito appositamente messo su e finanche aggiungere la vostra firma, proprio come su change.org. In pratica questi signori, anche se si professano devoti cattolici, stanno dicendo che le affermazioni papali sono eretiche.

Di per sé sono abbastanza certo che da qualche parte nel diritto ecclesiastico sia contemplata la possibilità di dichiarare eretico il papa. Ma sono anche abbastanza certo che per arrivare a quel punto ci voglia una maggioranza qualificata del collegio episcopale. Chi ha firmato quella lettera? Nessun cardinale, nessun vescovo in comunione con Roma: c’è solo Bernard Fellay, il superiore della Fraternità San Pio X cioè dei lefebvriani. Troviamo poi il banchiere Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente dello IOR dal quale è stato defenestrato nel 2012 (regnante Benedetto XVI, mica Francesco) e l’ex vicepresidente CNR Roberto de Mattei (avevo già raccontato di lui qualche anno fa). Insomma, è come se in una protesta dei professori universitari ci fossero solo firme di cultori della materia e qualche ricercatore non ancora confermato. Certo, nella lettera è indicato che i firmatari «rappresentano anche altri che però non hanno la necessaria libertà di parlare», il che da un lato indica pavidità da parte di costoro e dall’altra cozza contro la pubblicità dei “dubia” firmati l’anno scorso da quattro cardinali. La cosa più divertente, vista dall’esterno, è che questi prima scrivono al papa che non risponde e allora vanno a piangere sui media laici che come è intuibile in queste cose ci guazzano: il tutto mi sa nel ttoale disinteresse della stragrande maggioranza dei fedeli.

Io non sono un teologo e non ho neppure letto tutta Amoris Laetitia. Quello che però mi pare di aver compreso è che l’esortazione segue il tipico comportamento della chiesa in salsa gesuitica (ma non solo, vedi Giovanni XXIII). In pratica, vengono ribaditi i dogmi fondamentali della religione, cioè quello che si può e quello che non si può fare, e poi si ricorda che il singolo caso può e deve essere considerato nella sua interezza: come diceva il catechismo di san Pio X, per incorrere in un peccato mortale occorrono materia grave, piena avvertenza e deliberato consenso, e dunque a differenza della legge italiana l’ignoranza è una scusante. Ma per questi firmatari ciò che conta è il legalismo spinto…

22 Sep 16:05

Why is the flu vaccine so mediocre?

by Cohen, J.
Jacopo.bertolotti

Answer: because influenza is a damn complicated bastard!

22 Sep 16:00

EU withheld a study that shows piracy doesn't hurt sales

by Steve Dent
In 2013, the European Commission ordered a €360,000 ($430,000) study on how piracy affects sales of music, books, movies and games in the EU. However, it never ended up showing it to the public except for one cherry-picked section. That's possib...