L’immagine irrompe sullo schermo con tutta la sua brutalità. Un pugno di temerari con un piccolo gommone cerca di interferire con le operazioni di una baleniera. Si vede, nel filmato concitato, una balena arpionata. Il mare tinto di rosso sangue. Gli idranti sparano violenti getti d’acqua su quegli uomini e donne che, incuranti del pericolo, rischiano la vita per opporsi alla barbarie della caccia alle balene. Un guscio di noce in un mare in tempesta sembrerebbe un posto meno pericoloso di quel piccolo scafo a fianco del gigante grigio.

Ero ancora un giovane studente quando per la prima volta ho sentito parlare, e visto le loro azioni, dei guerrieri di Greenpeace. Erano fighi. Combattevano per una causa giusta, erano ambientalisti, avevano a cuore la natura e il mondo che ci circonda. Non era forse una battaglia di tutti e per tutti? Non volete mica stare dalla parte delle baleniere, no?

Non possiamo non dirci ambientalisti! Ero giovane. Pieno di speranze e illusioni.
Passano gli anni, inizio a scrivere per Le Scienze e, occupandomi anche di OGM, incrocio spesso Greenpeace mentre cerco materiale e informazioni scientifiche sul tema. Non ci è voluto molto per trasformarsi ai miei occhi, da faro da seguire a cattivo esempio di piccola multinazionale dell’ambientalismo ideologico, poco interessata all’approccio scientifico e molto invece all’organizzazione di pagliacciate mediatiche pubbliche che catturano l’attenzione dei media, usando le stesse tattiche comunicative di altre multinazionali come Monsanto.
Ma agli occhi di uno scienziato come me il peccato mortale della multinazionale verde è di fare disinformazione scientifica. Di piegare la scienza ai loro obiettivi. Di mistificare le ricerche scientifiche che non corroborano le loro posizioni. Parole grosse dite?
Nel 2002 Greenpeace ha rilasciato un rapporto teso a dipingere negativamente l’esperienza del cotone Bt resistente agli insetti in Cina. Per far ciò il rapporto citava a supporto, tra gli altri, i lavori del Prof. Kongming Wu, un entomologo esperto di insetti infestanti del cotone, autore di numerosi articoli scientifici, membro dell’Accademia delle Scienze Cinese e membro del comitato nazionale di biosicurezza per gli OGM.
Peccato che i lavori del Prof. Kongmin Wu sostenessero l’esatto contrario di quanto Greenpeace volesse dimostrare. Venuto a conoscenza del rapporto il Prof. Kongmin rilasciò un comunicato inequivocabile:
Dopo aver letto attentamente il rapporto, tornato a Beijing il 21 giugno, sono rimasto sbigottito nello scoprire che i nostri studi sull’impatto ecologico del cotone Bt fossero stati riassunti in modo scorretto dagli autori. In realtà, i nostri risultati si oppongono fortemente alle conclusioni principali del rapporto di Greenpeace e non supportano il loro punto di vista.
Tu chiamala se vuoi, “disinformazione”.
Anche stamane li ho incrociati. Sono stato chiamato all’ultimo momento a partecipare a “Tutta la città ne parla”, una trasmissione radiofonica di Radio3. Il tema erano gli OGM. O meglio, il modo con cui la trasmissione Radio3Scienza tratta gli OGM. Secondo alcuni ascoltatori troppo “favorevole agli OGM”. Forse perché non invita, come altre trasmissioni, scienziati farlocchi o non accetta come fonti scientifiche improbabili siti web o comunicati stampa e perché, come spiega la giornalista Silvia Bencivelli, nella scienza non ha senso cercare sempre di far sentire “l’altra campana” e si deve partire dai fatti accertati, non dalle opinioni.
Prima di me interviene un esponente di Greenpeace che accusa di falsità chi sostiene che “gli OGM riducono l’utilizzo dei fitofarmaci”. Lì, lo ammetto, ho perso la mia flemma, e ho ribattuto che chi sparge falsità è Greenpeace. Il trucco, il solito, è quello di accorpare tutti gli OGM esistenti come se fossero una categoria omogenea. L’abbiamo detto mille volte qui: l’impiego di OGM resistenti ai diserbanti, come la soia che importiamo legalmente per milioni di tonnellate, non può che incentivare l’uso di questi prodotti. Invece piante che resistono naturalmente ad alcuni insetti parassiti, come il mais Bt, sono state progettate proprio per ridurre l’utilizzo di insetticidi. E ormai non vi è più alcun dubbio che questo sia accaduto veramente negli ultimi 15 anni. In Spagna, In Cina, In India, In USA. Ovunque queste piante hanno permesso una riduzione dell’uso “della chimica in agricoltura”. E nei paesi poveri hanno avuto anche il merito di ridurre i casi di avvelenamenti da agrofarmaci per gli agricoltori. Potrei sommergere Greenpeace con le fonti ma, davvero, ormai è come citare le fonti che la terra è rotonda.
Non possiamo non dirci ambientalisti, e quindi non possiamo non gioire di questa cosa. Se però sei una multinazionale dell’ideologia verde, e ti opponi per principio agli ogm, questa cosa non la puoi accettare. Va contro il tuo “core business”. Le balene ormai non fanno più presa e anche il riscaldamento globale non se la passa tanto bene, mediaticamente. E se vuoi continuare a ricevere donazioni dal pubblico lo devi spaventare per poi dire “arrivo io, il gigante verde che ti difende”. E allora usi un trucco: sommi le mele con le pere, anche se hai imparato alle scuole elementari che è una cosa che non si fa. Sommi l’aumento nell’uso di diserbante a seguito della diffusione della soia resistente all’erbicida (lasciamo perdere qui il fatto che si dovrebbe tenere conto della tossicità relativa e non dei semplici quintali), con la diminuzione dell’uso di insetticidi grazie all’uso degli OGM Bt. Tanto sono tutti OGM no? Che ne capisce la sempre proverbiale casalinga di Voghera? E poiché di diserbante in agricoltura se ne usa molto, e la soia OGM resistente è un prodotto di estremo successo, in questo modo affoghiamo la riduzione di insetticidi nell’aumento dei diserbanti. E quindi possono periodicamente mandare il comunicato stampa “Gli OGM hanno bisogno di più pesticidi”.
Uno sporco trucco. Utilizzato non solo da Greenpeace per carità. Anche altre associazioni di attivisti usano questi trucchi. I Friends of the Earth a pagina 21 del loro rapporto del 2009, in quattro scarne righe lo ammettono a denti stretti, ma non si vergognano di sommare l’aumento d’uso di glifosate con la riduzione d’uso di insetticidi.
Un vero scienziato è sempre disposto a cambiare le proprie idee e, perché no, i propri preconcetti, se questi vengono contraddetti dai fatti. Fatti accertati più e più volte in modo indipendente. Se invece sei un attivista ideologizzato preferisci metterti gli occhialini e scartare i fastidiosi fatti piuttosto che dire “mi sono sbagliato”. Si tratta di onestà intellettuale, che a troppi manca. E alla fine messi alle strette l’unica cosa che riescono a dire è un idiota “Ki ti paga” pur di difendere con le unghie le proprie opinioni assaltate dai fatti che non piacciono.
Non stupisce quindi che Greenpeace sia vista come il proverbiale «fumo negli occhi» da parte di molti scienziati che lavorano nel campo e come non sia possibile alcun tipo di dialogo tra gli scienziati che lavorano su questi argomenti e dirigenti e militanti di questa organizzazione. Spesso spregiativamente chiamati militonti nei corridoi dei laboratori, a indicare quanto spesso questi ragazzotti che ti fermano, con le loro tute colorate, siano quasi sempre solo in grado di ripetere a pappagallo quello che gli hanno detto di ripetere. Io ci ho provato a parlargli. Più volte. Se gli chiedi della biodiversità, dei geni, della chimica, ti rispondono con il vuoto pneumatico. Ripetono il compitino, tutti fieri della loro piece teatrale come quando si appendono ai monumenti. Chissenefrega di che cosa è la biodiversità veramente o cosa facciano le molecole. È chimica, biologia, ecologia. Loro sono laureati in scienze politiche, o lettere. Mica ne capiscono. E hanno assolto allo scopo assegnatogli: attirare le telecamere. “Detox NOW”. Domani il Corriere e Repubblica parleranno di loro.

Insomma, il “dialogo” tra la scienza e Greenpeace ha visto tempi migliori. Non a caso alcuni ex dirigenti sono molto critici verso le posizioni attuali di questa organizzazione. Mi chiedo, da scienziato, come si può “dialogare” con chi ha una posizione di opposizione “di principio”. Le “granitiche certezze” hanno più a che fare con la fede e la religione che con la scienza. Insomma, è come pretendere di far dialogare uno scienziato dell’evoluzione con un creazionista. Semplicemente non si può.
Opposizione a prescindere
Domanda 101 Lord Reay (Presidente della Camera dei Lord): “Lord Melchett, in relazione alle modifiche genetiche, che cosa avete da obiettare e perché?”
Lord Melchett, Direttore Esecutivo di Greenpeace UK: “Signor presidente, l’obiezione fondamentale è che vi sono rischi inaffidabili e imprevedibili.”
Domanda 107: “La vostra opposizione al rilascio di OGM, è una opposizione assoluta e definitiva? Non è dipendente da ulteriori ricerche scientifiche o dallo sviluppo di procedure migliorate o da qualche soddisfazione che potreste avere in futuro riguardo alla sicurezza?”
Lord Melchett: “Si tratta di una opposizione permanente, definitiva e completa basata sulla visione che ci saranno sempre grandi incertezze. È la natura della tecnologia, in verità è la natura della scienza, che non vi sarà alcuna prova assoluta. Nessuno scienziato si siederà mai davanti a voi sostenendo ciò, se è un vero scienziato.”
Deposizione di Lord Peter Robert Henry Mond, 4° Barone Melchett, Direttore Esecutivo di Greenpeace UK, alla Camera dei Lord del Parlamento britannico. 3 Giugno 1998.
Greenpeace è il prototipo dell’ONG (Organizzazione Non Governativa) che si oppone per principio agli OGM, come ammesso dal suo alto dirigente. Per Greenpeace non è questione di avere più dati scientifici a disposizione, svolgere ulteriori indagini o di soppesare i costi con i benefici. Anzi, nei suoi rapporti i benefici sono sistematicamente minimizzati o semplicemente ignorati, quando non addirittura negati mistificando l’evidenza scientifica come vi ho dimostrato sopra.
Greenpeace gode generalmente di «buona stampa», i suoi rapporti sono graficamente curati e ricchi di immagini, scritti in uno stile simil-scientifico, con molte citazioni bibliografiche, ovviamente selezionate ad-hoc con il peggiore cherry picking e un sacco di autocitazioni. Forse è per questo che generalmente i mezzi di informazione fanno solitamente da eco acritica ai loro documenti, senza prendersi la briga di controllare i riferimenti bibliografici, verificare le fonti e calarle nel giusto contesto. È noto come si possa benissimo raccontare delle falsità dicendo solo cose vere.
Mentire con le statistiche
Nel 2011 a seguito dei nuovi dati sull’adozione degli OGM nel mondo Greenpeace gongolava :”gli agricoltori europei affossano gli OGM”. Nella UE l’unico paese ad avere coltivazioni significative di mais OGM è la Spagna. Negli altri paesi UE dove si coltivano (Portogallo, Romania, Germania, Svezia, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia) non si superano i 5000 ettari. Non a caso chi è favorevole alla coltivazione in Italia del mais Bt cita sempre il caso Spagnolo, perché è l’unico realmente significativo. Greenpeace gioisce del fatto che nel 2009 in Spagna si coltivassero 76057 ettari di mais Bt, stimati a 67726 nel 2010. l’11% in meno! Segno di un disamoramento degli agricoltori spagnoli per il mais OGM?
Il documento citato nella nota 2 fornisce, dal 1998, le superfici Spagnole coltivate a mais Bt. I dati sono del ministero dell’ambiente spagnolo. Ci fidiamo. Scopriamo che nel 2008 le superfici erano ancora maggiori: 79269 ettari. Una conferma del declino?
Come nel caso del famoso pollo di Trilussa (io e te mangiamo un pollo a testa in media) manca qualche informazione per dare pieno significato alla statistica (io però ne mangio due ogni giorno, e tu rimani a digiuno!).
I numeri che mancano in questo caso sono gli ettari totali coltivati a mais in Spagna. Dati che troviamo sempre sul sito del ministero dell’agricoltura spagnolo, ma che Greenpeace non si è mica sognata di segnalare. A pagina 7 leggiamo che nel 2008 sono stati seminati 372 migliaia di ettari a mais, nel 2009 erano 345 e nel 2010 ne sono stati stimati 322. Perbacco, ma era una riduzione generale delle coltivazioni di mais! Quindi forse la diminuzione non aveva nulla a che fare con gli OGM. Per verificare questa ipotesi andiamo quindi a calcolare la proporzione di mais ogm su quello totale nei tre anni
2008: 21%
2009: 22%
2010: 21%
Bingo! La percentuale di mais Bt rispetto a quello convenzionale in Spagna tra il 2008 e il 2010 è rimasta sostanzialmente invariata. E un sondaggio del 2011 tra i coltivatori spagnoli di mais OGM conferma infatti la loro soddisfazione nella coltivazione di questa pianta: per la buona salute della spiga (sì insomma, la "pannocchia"), per i vantaggi economici, per la facilità di gestione e per le maggiori rese (parole loro).
Come mai non abbiamo più sentito parlare del “fallimento” del mais spagnolo? Neanche da Coldiretti, che ci investe periodicamente con i suoi comunicati stampa a mitraglia.
Beh, forse perché nel 2011 e 2012 il mais Bt in Spagna ha avuto un incremento notevole, arrivando a circa il 30% del mais totale iberico.

Insomma, da quando ho beccato Greenpeace con le mani nella marmellata per me è cessata di essere credibile. Per qualsiasi cosa. Voi fate quello che volete ma io non credo più a una sola parola delle cose che dice, anche se probabilmente in altri settori non sono così antiscientifici come nel campo delle biotecnologie. Ma la credibilità è lunga e difficile da costruire, e ci si mette nulla a perderla.
Certo, continuerò a essere contro l’uccisione delle balene, ma non perché lo dice Greenpeace.
Dario Bressanini