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08 Apr 09:07

“Ci si può fidare di Sam Altman? E’ un sociopatico con il dito sul pulsante, farebbe qualsiasi cosa. Mente e non si preoccupa delle conseguenze”: l’inchiesta del New Yorker sul fondatore di OpenAI

by Redazione FqMagazine

“Non penso che Sam sia la persona che dovrebbe avere il dito sul pulsante“. Basterebbe questa frase, pronunciata nel 2019 da Ilya Sutskever — ex scienziato capo e co-fondatore di OpenAI — per inquadrare il livello di allarme che circonda l’uomo più potente della Silicon Valley. A pronunciarla non è stato un rivale invidioso, ma l’uomo che per anni è stato il suo braccio destro tecnico. In una monumentale inchiesta durata un anno e mezzo, firmata per il New Yorker dal Premio Pulitzer Ronan Farrow (già figura chiave del movimento #MeToo) e da Andrea Marantz, il volto rassicurante di Sam Altman viene sistematicamente smantellato. Attraverso 200 pagine di diari segreti, appunti privati e oltre cento interviste a ex colleghi, investitori e membri del consiglio di amministrazione, emerge il profilo di un leader inafferrabile, un manipolatore seriale descritto dai suoi stessi ex collaboratori come affetto da una “mancanza di preoccupazione quasi sociopatica per le conseguenze delle proprie bugie”.

La posta in gioco non è il successo di una startup, ma il controllo dell’Intelligenza Artificiale Generale (AGI). E le ricadute sono già tragicamente reali: OpenAI è attualmente indagata in sette cause legali per omicidio colposo (tra cui suicidi e un brutale omicidio familiare istigati dalle allucinazioni di ChatGPT) e i suoi sistemi sono già impiegati in teatri di guerra e operazioni militari coperte in tutto il mondo. La genesi della tentata defenestrazione di Altman, avvenuta nel novembre 2023 (e durata appena cinque giorni, prima del suo clamoroso reintegro), affonda le radici in un dossier segreto di 70 pagine compilato da Sutskever. Terrorizzato dalla prospettiva di affidare l’AGI a un uomo che “dice semplicemente alla gente quello che vuole sentirsi dire”, lo scienziato raccolse screenshot, messaggi Slack e documenti HR fotografati con il cellulare per eludere i controlli aziendali.

In cima a uno di questi memorandum, sotto il titolo “Sam esibisce un modello costante di…”, la prima voce puntata era una sola: “Lying” (Bugie). I membri del Cda che tentarono di licenziarlo si ritrovarono di fronte a un muro di gomma: “È libero dai vincoli della verità”, ha confidato un membro del board al New Yorker. “Ha due tratti che non si vedono quasi mai nella stessa persona: un forte desiderio di compiacere gli altri e una mancanza quasi sociopatica di preoccupazione per le conseguenze dell’aver ingannato qualcuno”. Anche il defunto Aaron Swartz, genio dell’informatica e compagno di Altman agli albori di Y Combinator, aveva avvertito gli amici anni prima: “Non fidatevi mai di Sam. È un sociopatico. Farebbe qualsiasi cosa”.

La narrazione traccia un filo rosso che parte dai primi anni di carriera di Altman. Già ai tempi di Loopt, la sua prima startup, i dipendenti notavano la sua tendenza a esagerare e distorcere la realtà pur di vincere. Più tardi, alla guida del celebre incubatore Y Combinator, Altman consolidò il suo potere. Nonostante pubblicamente abbia sempre sostenuto di essersene andato di sua sponte, il fondatore di YC, Paul Graham, ha rivelato in privato ai colleghi il vero motivo dell’allontanamento: “Sam ci mentiva in continuazione”.

Eppure, il suo “campo di distorsione della realtà” si è rivelato un’arma imbattibile. Sfruttando la paura di una “dittatura dell’AGI” nelle mani di Google, Altman convinse Elon Musk a finanziare OpenAI come ente no-profit votato alla sicurezza dell’umanità. “Usa la retorica apocalittica per spiegare come l’AGI potrebbe distruggerci tutti, e perché, di conseguenza, dovrebbe essere lui a costruirla“, notano gli autori dell’inchiesta. A documentare la metamorfosi di OpenAI verso il profitto sfrenato ci sono le note private (oltre 200 pagine) di Dario Amodei, ex capo della sicurezza di OpenAI e oggi CEO della rivale Anthropic. Nei suoi appunti, Amodei descrive l’escalation di promesse infrante. Quando OpenAI siglò un accordo da un miliardo con Microsoft, Altman rassicurò Amodei che i principi etici dell’azienda sarebbero rimasti intatti, negando persino l’esistenza di clausole contrattuali che dicevano l’esatto opposto. Messo di fronte all’evidenza dei documenti, Altman continuò a negare. La conclusione di Amodei nei suoi diari è lapidaria: “Le sue parole erano quasi certamente stronzate (bullshit). Il problema di OpenAI è Sam stesso”.

La sicurezza è diventata rapidamente un ostacolo al profitto. Il super-team dedicato all'”Allineamento” (ovvero la garanzia che l’IA non decida di distruggere l’umanità), guidato da Jan Leike, è stato smantellato. Leike, prima di dimettersi, denunciò al Cda: “Stiamo andando fuori dai binari. Stiamo dando priorità al prodotto e alle entrate sopra ogni cosa”. La fame di capitali (si parla di round di finanziamento da 120 miliardi di dollari) ha spinto Altman a stringere alleanze sempre più spregiudicate. Il New Yorker svela un retroscena agghiacciante risalente ai primi anni di OpenAI, noto internamente come il “Piano Paesi”. Per raccogliere fondi, i dirigenti (incluso il co-fondatore Greg Brockman) valutarono l’idea di mettere le superpotenze mondiali — incluse Russia e Cina — l’una contro l’altra in una vera e propria guerra di offerte per accaparrarsi l’IA. “La premessa era: stiamo parlando della tecnologia potenzialmente più distruttiva mai inventata, che ne dite se la vendessimo a Putin?”, ha ricordato inorridito Page Hedley, ex consulente etico dell’azienda. Il piano saltò solo per la minaccia di dimissioni in blocco dello staff. Successivamente, Altman si è rivolto al Medio Oriente. Dopo l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, l’unica preoccupazione del CEO riguardo ai fondi dell’Arabia Saudita era capire se “potesse farla franca” aggirando le sanzioni. Oggi, i legami più forti sono con gli Emirati Arabi Uniti dello sceicco Tahnoon bin Zayed al-Nahyan (da cui Altman ha ricevuto in regalo veicoli di lusso e ospitalità su superyacht). Il progetto Stargate, annunciato recentemente insieme a Donald Trump, prevede la costruzione di mastodontici data center nel Golfo, sollevando il panico nell’intelligence USA per il rischio di fughe di tecnologia verso Pechino o, peggio, che autocrati locali possano usare l’IA per i propri scopi militari.

Altman non ha esitato a usare le stesse logiche spietate negli Stati Uniti. Mentre pubblicamente implorava il Congresso di regolamentare l’IA, segretamente finanziava campagne e inviava mandati di comparizione agli attivisti in California per bloccare le leggi sulla sicurezza. Dopo anni di generose donazioni ai Democratici e a Joe Biden, ha rapidamente fiutato il cambio di vento: si è allineato a Donald Trump, ha festeggiato il suo insediamento e ha salutato con favore l’abrogazione delle norme di sicurezza introdotte dalla precedente amministrazione. Sul fronte militare, OpenAI ha definitivamente superato ogni linea rossa. Quando il Pentagono ha minacciato di inserire la rivale Anthropic in una “lista nera” perché si rifiutava di fornire la propria IA per armi autonome e sorveglianza di massa, Altman si è fiondato al Dipartimento della Difesa. Contattando il sottosegretario Emil Michael con un patriottico “Cosa posso fare per il Paese?”, ha immediatamente chiuso un accordo da 50 miliardi di dollari per integrare i modelli di OpenAI nell’infrastruttura militare Usa (già attivamente impiegata in operazioni coperte in Venezuela e Iran), scatenando l’indignazione e l’esodo di numerosi dipendenti.

In un ambiente definito “shakespeariano”, la vita privata di Altman è finita sotto la lente d’ingrandimento dei rivali. Intermediari legati a Elon Musk (che accusa Altman di essere un truffatore alla Bernie Madoff e di avergli rubato l’azienda) hanno fatto circolare dossier con pesanti accuse, insinuando frequentazioni con minori e lavoratori del sesso. Il New Yorker ha condotto mesi di indagini su queste voci, non trovando alcuna prova a sostegno e derubricandole a macchine del fango omofobe. Anche le terribili accuse di abusi sessuali mosse dalla sorella Annie (che sostiene di aver subìto violenze da Sam fin dall’età di tre anni) non hanno trovato riscontri e sono state categoricamente smentite dall’intera famiglia. Tuttavia, l’inchiesta conferma come Altman utilizzi i propri legami personali e finanziari (spesso investendo enormi capitali nelle startup degli ex partner sentimentali) per creare una “dipendenza a vita” e garantirsi il controllo e la lealtà assoluta della sua cerchia. L’inquietante similitudine finale proposta dall’inchiesta accosta la psicologia di Sam Altman al prodotto che ha creato: proprio come i Large Language Models (LLM) soffrono di “sycophancy” — la tendenza a compiacere l’utente fornendo risposte verosimili ma inventate (le cosiddette “allucinazioni”) —, Altman plasma le sue promesse per incantare chi gli sta di fronte. Una strategia infallibile per la crescita aziendale, ma una roulette russa quando in ballo c’è la sopravvivenza stessa del genere umano.

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17 Apr 21:23

Sulle responsabilità dell’Arte, il Ted Talk di Jay Baruchel – Random Acts of Violence

by Quantum Tarantino

Benvenuti a un nuovo eccitante episodio di “Recensioni di Film che comunque non guarderete, ma abbiamo preso un impegno con voi lettori per uscire con tre pezzi alla settimana e un altro col Codacons per parlare solo di film che sono facilmente reperibili in Italia. Cosa volete, che ci mettiamo contro il Codacons? Siete pazzi, non abbiamo mica gli avvocati di Fedez!” (è un po’ lungo, vero? il reparto Marketing & Comunicazione di Valverde sta lavorando a qualcosa di più catchy, consideratelo un titolo provvisorio).

Io sono il vostro host, Quantum Tarantino, e anche se non sembra dagli ultimi 40 film che ho recensito, mi piace il cinema. Oggi vi voglio parlare del primo film horror di una giovane promessa della comicità canadese, ma, prima di cominciare, permettetemi di intrattenervi con una piccola riflessione.
Si dice che sia molto sottile il confine tra l’arte e la masturbazione, eppure, al giorno d’oggi, anche la produzione cinematografica più scalcinata per uscirsene fuori con qualcosa di appena appena presentabile costa almeno qualche decina di migliaia di dollari, mentre la masturbazione (ho controllato) è gratis.
Cosa spinge allora chi fa un film brutto a fare un film brutto invece che masturbarsi?
Vorrei dire qualcosa sul capitalismo, il consumismo, la società occidentale e quel riflesso pavloviano per cui ci sentiamo realizzati solo quando spendiamo soldi, ma credo che la verità sia molto più semplice. La masturbazione è un esercizio solitario che dà grande soddisfazione nell’immediato ma nessun risultato tangibile sul lungo periodo. L’arte, al contrario, e il cinema nello specifico, non solo è un’attività collettiva, che si fa insieme, ma anche qualcosa che dura nel tempo e che permette di raggiungere un pubblico molto vasto. In pratica, è come se un intero gruppo di persone (attori, troupe, sceneggiatori, produttori, costumisti, parrucchieri…) ti masturbassero tutte insieme, risultando in una spettacolare uber-sega, così potente da innaffiare un numero vastissimo di persone! Rispetto alla masturbazione, insomma, il cinema ha l’evidente vantaggio che ti permette di lasciare un segno e in cuor mio, anche quando non sono d’accordo con quello che dice un film, raramente riesco a biasimarlo per aver cercato di dirlo.
Questo non cambia il fatto che, spesso, la gente non abbia da dire cose poi così interessanti, originali o pregne di significato, e che se anche sceglieva di tenersele per sé — masturbandosi in solitudine come tutte le persone normali — non era, come dire, gravissimo.

Random Acts of Violence è il secondo film da regista di Jay Baruchel. Magari il suo nome non vi dice molto, ma se lo vedete in faccia capite immediatamente chi è. Non è il ragazzino che sogna Il Cinema e realizza tra mille sacrifici il suo primo film nel garage con gli amici e coi soldi di Kickstarter: Baruchel è un comico e un attore affermato che va per i 40 e lavora da quando aveva 12 anni, è amico di Seth Rogen e fa parte della cricca di Judd Apatow, ha lavorato con Clint Eastwood e con Cronenberg, doppia da 10 anni il protagonista di How to Train Your Dragon, è comparso in tipo 50 film e prima di questo ha diretto una commedia sportiva con Seann William Scott. Se è vero che il cinema si impara a farlo facendolo, vado sul sicuro se dico che Baruchel parte almeno un po’ avvantaggiato rispetto a un anonimo esordiente che monta il suo filmino con Window Movie Maker.
E poiché l’horror è tradizionalmente il rifugio degli esordienti incapaci, Baruchel sceglie di fare un horror ma sorprende tutti con un’idea che urla “capacità”, “esperienza” e soprattutto “sicurezza nei propri mezzi” e “originalità”.
Siete pronti?
Eccolo che arriva…
L’horror che riflette sull’horror.

Random Acts of Violence è tratto da un fumetto (strano, non succede mai) della Image Comics e parla di una coppia di artisti — nel film diventano l’autore e il suo agente, rispettivamente Jesse Williams e lo stesso Baruchel — che fanno un fumetto torture porn di grandissimo successo e tutto è una figata finché, gasp!, non iniziano a capitare una serie di morti brutte sospettosamente identiche a quelle raccontate nelle loro storie.
Lo so cosa state pensando, anche io sento odore di Pulitzer, ma non finisce qui! L’incipit, corredato di teste mozzate e corpi sviscerati, diventa presto il gancio per una riflessione sulle responsabilità dell’arte e dell’artista nei confronti del suo pubblico — nella fattispecie di un artista che sceglie di mettere in scena la violenza estrema (sulle donne) e del tipo di pubblico che questo genere finisce per attrarre.
Esiste spazio per l’etica o per la morale, nell’arte? La libertà di espressione è una carta esci gratis di prigione che ti autorizza a rappresentare qualsiasi cosa? E soprattutto, che si fa quando una stessa opera è sublimazione di certe fantasie inconfessabili per alcuni e incoraggiamento a metterle in pratica per altri? Chi decide cosa è sano e cosa no? Cosa è giusto e cosa è sbagliato? Cosa è arte e cosa è masturbazione?
Baruchel non dà risposte, non assolve né condanna e, anzi, ora che ci penso non fa assolutamente niente, dice “questa cosa dovrebbe farci riflettere” e poi si dilegua soddisfatto, convinto di averci fatto riflettere.

L’intento non è sbagliato a prescindere, e ben venga il cinema che si mette in discussione, ma da questo punto di vista il film si ferma prima ancora di iniziare. Baruchel grida la sua “tesi”, mettendola in bocca senza tanti giri di parole ai suoi (insopportabili) personaggi, la ripete un tot di volte, ammazza un tot di gente nel processo, e manda tutti a casa dopo appena un’ora e sedici minuti senza essersi mai preso veramente il disturbo di elaborarla. E sono temi, questi, che il cinema — anche quello più popolare e di genere, senza scomodare gli autori che ci hanno costruito sopra una carriera — ha già affrontato, approfondito, a cui si è dato delle risposte, ha superato ed è passato ad altro. Arrivare adesso e dire “problematica la violenza nell’arte, eh?” e aspettarsi pure l’applauso è come un comico che nel 2021 esordisce con “avete mai notato che gli uomini pisciano in piedi e le donne sedute?”. Non solo è un punto di vista banale e datato, ma ormai non è praticamente neanche più vero.

A monte di tutto, fa mega ridere che l’intera faccenda ruoti attorno a un fumetto e Baruchel palesemente non abbia la minima dimestichezza con il medium. Il mondo interiore del protagonista, che nelle intenzioni probabilmente doveva risultare una sorta di “fumetto animato”, ricorda più le cutscene di un gioco per PlayStation. Il fumetto al centro della trama — quello che ha reso celebre il protagonista, ma anche pieno di dubbi e di sensi di colpa — le poche volte che viene mostrato è una roba grezzissima, disegnata malissimo da qualcuno che o un fumetto non l’ha mai preso in mano, o se l’ha fatto non ha comunque capito come funzionano balloon, didascalie e vignette.

È un fumetto o un opuscolo?

Alcune scene dal primo mitico Clock Tower

Non che sia questo a compromettere irrimediabilmente la pellicola, ma a volte vedi qualcosa che è stupido come la merda ma ha una personalità così forte, uno stile così particolare che pensi vabbè, chi se ne frega del contenuto quando questa è la forma. Ecco: non è questo il caso.
L’idea di “stile” di Baruchel è che si è divertito un casino con i filtrini colorati. Forse anche questo voleva in qualche distorto modo ricordare l’estrema stilizzazione dei fumetti, o forse è solo un’altra hipsterata, ma il risultato è che non c’è una sola inquadratura che abbia lo stesso colore della precedente. Il che è un peccato perché ero così contento di rivedere Jordana Brewster e mi sono dovuto accontentare di vederla GIALLA.

In questo film se ne vedono di tutti i colori!

Piattaforma di noleggio legale quote:

“Non sono “solo fumetti”, papà! È Arte! Arteeeeeee”
Quantum Tarantino, appassionato di fumetti

>> IMDb | Trailer

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28 Feb 20:21

Renzi ammetta l'errore e restituisca quei 30 denari

by Ugo Magri
Renzi

Per giustificare come mai si accompagni a Mohammed bin Salman, accusato di un delitto da far inorridire i Borgia, Matteo Renzi aggrava la sua situazione. Nega di essersi fatto dare gli 80mila dollari in cambio dei peana al principe: il piatto è mille volte più ricco, spiega nella sua newsletter.

Lui veramente pensa che il progetto di “Rinascimento saudita” sia un business di proporzioni ciclopiche in grado di dare lavoro a una quantità enorme di aziende, italiane comprese. Dunque il vero grande ruolo che si è ritagliato Matteo starebbe proprio in questo “dirty job” di potenziale apripista per giganteschi affari di cui potremo avvantaggiarci, altro che la manciata di dollari incassati a Riad. Chiunque voglia oliare i rapporti con la casa regnante saudita d’ora in avanti avrà un telefono amico cui potersi rivolgere, una porta a Rignano dove bussare. Cosicché, invece di fargli le pulci sugli oppositori fatti a brandelli, sui diritti umani conculcati laggiù, sui lavoratori stranieri trattati come bestie, sulle donne che non possono ancora guidare l’auto, Renzi meriterebbe un monumento per il servigio che sta rendendo a noi, connazionali ingrati...

Chiaramente, qualcosa non quadra.

Quel “qualcosa” è la sua veste di parlamentare della Repubblica finito a libro paga di un ente straniero, in questo caso la Future Invest Initiative (FII). Alla luce del sole e con tanto di ricevuta fiscale. Renzi si fa vanto di versarci sopra le tasse nel nome della trasparenza, senza accorgersi di travolgere l’ultimo scrupolo, l’estremo tabù che ancora resisteva nella nostra politica amorale: non farsi retribuire da una potenza, amica o nemica che sia.

È vero, in passato abbiamo avuto partiti come il Pci foraggiati dall’”oro di Mosca”; e ne abbiamo conosciuti altri (la Dc ma non solo) finanziati dalla Cia. Recentemente si è sospettato sulla natura dei rapporti tra la Lega e Vladimir Putin, addirittura dei grillini col simpatico dittatore venezuelano Hugo Chávez. Per decenni schiere di deputati e senatori hanno scroccato soggiorni all’estero con la scusa dei comitati di amicizia tra l’Italia e svariati Paesi ameni, qualche volta accontentandosi di incensare macellai della peggior risma in cambio di molto poco (negli anni Settanta c’era la processione di politici dal romeno Ceausescu per ricevere fiale di Gerovital, una specie di Viagra dell’epoca). Il berlusconiano Antonio Razzi tuttora fa la spola con la Corea del Nord, guidata da quel sincero democratico di Kim Jong-Un. Però finora nessuno aveva osato sostenere come Renzi: non c’è nulla di male a farsi pagare.

Intendiamoci: dalla legge non è vietato. Forse perché mai si pensava che sarebbe stato necessario. Come immaginare che un leader di partito, fresco protagonista della crisi di governo che ha portato Mario Draghi alla ribalta, potesse accettare dall’estero un solo cent oltre a quanto (cioè tanto) già gli versa ogni mese il contribuente italiano? Perfino se gli interessi coincidessero, e con i sauditi non esistesse alcun conflitto, la novità di un ex-premier che si fa compensare le consulenze alimenta l’idea di un Paese, il nostro, dove non è ben chiaro il confine tra politica e affari, per cui da noi tutto si può comprare. È strano che Renzi, persona intelligente, non se ne renda conto; anzi insista di avere ragione.

Se gli stesse veramente a cuore il rapporto con i sauditi, Paese strategico per l’Occidente, dovrebbe dare prova del suo assoluto disinteresse personale. Gli basterebbe compiere un piccolo gesto: restituire subito i 30 denari. Donando gli 80mila euro ricevuti da MbS alla famiglia del povero giornalista Jamal Khashoggi, oppure ad Amnesty International, o a chiunque altro difenda i diritti umani. In un colpo solo chiarirebbe che chi rappresenta il popolo italiano non sarà mai alla stregua di un lobbista e sui principi non si transige. Colmerebbe una lacuna normativa e fisserebbe per la politica un nuovo, più elevato standard morale. Ma soprattutto, dimostrerebbe di avere rimediato a quello che alcuni considerano il suo peggior difetto, l’incapacità di ammettere: “Stavolta ho sbagliato”. 

 
27 Nov 17:58

Quando noi “italiani brava gente” sterminammo civili innocenti per imporre il fascismo in Jugoslavia

by Mattia Madonia

“Noi abbiamo l’ordine di uccidere tutti e di incendiare tutto quel che incontriamo sul nostro cammino”; “Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiandoli a morte o sparando contro di loro. Se cercano soltanto di muoversi tiriamo senza pietà e chi muore muore”. Queste non sono testimonianze storiche al tempo dei barbari, echi di un tempo lontanissimo, ma le lettere dei nostri soldati in Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale, quando il mito “italiani brava gente” cominciava a prendere piede. Nel 2020 sembra essere giunta l’ora di sfatarlo.

Fucilazione a Ljubljana

Sul finire degli anni Trenta, Mussolini decise di intraprendere l’ennesima, pomposa campagna espansionistica. I motivi furono molteplici: bisognava dare un segnale tanto agli alleati quanto ai nemici, cercando da un lato di farsi spazio in mezzo allo strapotere tedesco, dall’altro di rosicchiare territori ai francesi e agli inglesi, impedendo una loro avanzata. Inoltre, Mussolini intendeva riscattarsi dopo i fallimenti del colonialismo in Africa, caratterizzati da perdite economiche, sanzioni internazionali, impoverimento militare e orrori commessi in quelle terre. Lo sguardo cadde sui Balcani, ma prima di arrivare ai territori confinanti con la nostra penisola si partì dal basso, in Albania e in Grecia.

Benito Mussolini

Nel 1939 ci fu l’occupazione dell’Albania, inizialmente facilitata da un esercito nemico poco organizzato e con scarse risorse. I problemi sorsero quando iniziarono gli atti di ribellione della resistenza locale, con i gruppi partigiani che ottennero l’appoggio della popolazione civile nel tentativo di contrastare i soldati italiani. Il nostro esercito si affidò dunque alla repressione e alle violenze contro i civili. Gli ordini dall’alto erano chiari: gli atti dimostrativi consistevano nella distruzione di interi villaggi, imprigionando o uccidendo tutti gli abitanti. Il risultato campeggia ancora adesso nel Museo della resistenza di Tirana: 28mila morti, 43mila deportati e internati nei campi di concentramento, 61mila abitazioni incendiate, 850 villaggi distrutti, 100mila bestie razziate. Quello fu solo l’inizio di quella che venne definita una guerra parallela e che dovrebbe servirci come memoria dell’orrore che non abbiamo mai espiato.

Mokronog in Slovenia dopo i bombardamenti dell’aviazione italiana

Nel 1940 fu la volta della Grecia, con le truppe italiane che avanzarono nel territorio ellenico partendo dall’Albania. Gli italiani faticarono anche in quell’occasione ad avere la meglio contro la resistenza del posto; vi riuscirono soltanto nel 1941 grazie all’aiuto dei tedeschi e ai soliti metodi brutali: gli eserciti occupanti razziarono i villaggi e portarono i civili alla fame, poi cominciarono le fucilazioni e le deportazioni nei campi di concentramento. Vi furono numerosi stupri di massa e le donne vennero reclutate per soddisfare i soldati italiani nei bordelli. Nikolaos Bavaris, maggiore di polizia in Tessaglia, scrisse alla Croce Rossa e alle autorità italiane: “Vi vantate di essere il Paese più civile d’Europa, ma crimini come questi sono commessi solo da barbari”, come risposta fu torturato e internato in un campo di concentramento.

Jugoslavia, ostaggi in attesa della scarica del plotone di esecuzione italiano

Intanto, i tempi si fecero maturi per l’affondo italiano in Jugoslavia, dove tra il 1941 e il 1943 entrarono in azione 650mila soldati del nostro esercito. La vasta operazione, messa in atto con le potenze dell’Asse, portò l’Italia a ottenere il controllo della provincia di Lubiana, la Dalmazia, il Kosovo, il Montenegro e diversi territori croati. In questi luoghi cominciò un processo di italianizzazione che intendeva smantellare il vecchio sistema politico vigente oltre che il tessuto sociale, a partire dalle radici linguistiche – tutte le città cambiarono nome – e dagli usi e costumi delle popolazioni locali, che non accettarono di buon grado questo cambiamento. Anche qui, infatti, nacquero movimenti di ribellione, con partigiani intenti a scacciare l’invasore italiano. Mussolini se ne accorse nel 1942, quando disse: “Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre. È cominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto, per il bene del Paese e il prestigio delle forze armate. Non vi preoccupate del disagio economico della popolazione: lo ha voluto, ne sconti le conseguenze”. Conseguenze che ben presto arrivarono: morte e distruzione.

Partigiani a Celje, 1942. Courtesy Celje Museum of Contemporary History

 Bisogna chiamare le cose con il proprio nome: sostituzione etnica. Fu quello lo scopo dell’Italia fascista in Jugoslavia, attuando durante l’occupazione un attacco all’identità nazionale dei popoli sottomessi partendo dai soprusi contro i civili. Per farlo utilizzò gruppi locali trasformandoli in truppe collaborazioniste, come gli ustaša croati e i četnici serbi, per compiere eccidi e fomentare guerre civili all’interno dei territori conquistati. Il regime fascista impartì l’ordine di terrorizzare la popolazione per evitare qualsiasi forma di ribellione. Bisognava fermare sul nascere la resistenza dei partigiani, come dimostra il proclama emesso il 30 maggio del 1942 da Temistocle Testa, prefetto della provincia di Fiume: “Si informano le popolazioni dei territori annessi che con provvedimento odierno sono stati internati i componenti delle suddette famiglie (di partigiani), sono state rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati venti componenti di dette famiglie estratti a sorte”. Cominciò così il periodo dei rastrellamenti, dei villaggi bruciati e delle fucilazioni di massa. Non doveva restare nessuna traccia della cultura jugoslava.

Čabar, Slovenia, 1941

Il regime fece cambiare tutti i cartelli stradali, sostituì i cognomi assegnando quelli italiani, vennero proibiti i giornali in lingua locale e furono sciolte tutte le associazioni culturali e sportive. Inoltre venne imposto per legge il saluto romano. Non ci si poteva ribellare, pena la fucilazione. Il commissario del distretto di Logatec, Umberto Rosin, in una lettera informativa scrisse: “Si procede ad arresti, a fucilazioni di massa fatte a casaccio, a incendi dei paesi fatti solo per il gusto di distruggere. La frase ‘Gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi’, che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi”. Quando i tumulti della popolazione divennero insostenibili, il regime decise di sfruttare i campi di concentramento. Il generale Taddeo Orlando specificò che non dovevano limitarsi ai partigiani e ai soldati nemici, scrisse infatti: “È necessario eliminare tutti i maestri elementari, tutti gli impiegati comunali e pubblici, tutti i medici, i farmacisti, gli avvocati, i giornalisti, i parroci e gli operai”. E il generale Mario Roatta scrisse ai suoi colleghi: “Anche il Duce ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e di applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario. Il Duce concorda nel concetto di internare molta gente, anche 30mila persone”. E così avvenne. Finirono nei campi di concentramento uomini, donne, anziani e bambini, a patire il freddo, la fame e le epidemie. La strategia del regime fascista d’altronde era proprio questa, come riportato nelle parole del generale Gastone Gambara: “Logico e opportuno che campo di concentramento non significhi campo d’ingrassamento. L’individuo malato sta tranquillo”.

Un militare italiano malmena i prigionieri che stanno per essere fucilati, Montenegro
Soldati italiani e miliziani belogardisti sloveni osservano i cadaveri di partigiani, Hočevje, 1943

Quando la guerra finì e l’Italia perse il controllo dei territori nei Balcani, le conseguenze furono devastanti. La vendetta dei popoli jugoslavi fu feroce e in larga parte criminale, come ricordano le Foibe e i rastrellamenti di Tito. Le singole nazioni chiesero alle organizzazioni internazionali di processare i criminali di guerra italiani, ma le richieste non andarono a buon fine. L’equilibrio geopolitico che si era creato nel secondo dopoguerra prevedeva nuove alleanze e l’Italia ottenne dagli Stati Uniti e dagli Stati vincitori europei la possibilità di processare in patria i propri connazionali. Come per i criminali di guerra del colonialismo in Africa, ciò non avvenne mai. Rispetto al nazismo per il fascismo non ci fu alcuna denuncia collettiva, nessun processo di Norimberga, ma un reset che portò alla nascita della Repubblica e della Costituzione, senza aver mai fatto fino in fondo i conti con gli errori del proprio recente passato: tra amnistie e amnesie di massa, gli italiani scelsero di dimenticare. La Storia, però, non può essere cancellata, perché anche se non viene tramandata da chi avrebbe il dovere di farlo segna le generazioni, e le vittime non dimenticano, restano le impronte delle carneficine, delle barbarie che superano le logiche già di per sé atroci della guerra, spingendosi oltre il confine di quel seme del male che ha caratterizzato l’intero periodo fascista. Ormai è tardi per fare giustizia, tutto ciò che possiamo fare è informarci e ricordare, affinché tutto ciò non si ripeta.

L'articolo Quando noi “italiani brava gente” sterminammo civili innocenti per imporre il fascismo in Jugoslavia proviene da The Vision.

06 Nov 13:08

Roma, ora radere al suolo i campi rom passa per ‘rigore’ e ‘legalità’. No ai diritti, conta il consenso

by Carlo Stasolla

Per chi abita a Roma l’immagine di una ruspa con la benna sollevata sopra il tetto di una baracca abitata da famiglie rom in fuga è qualcosa di familiare, come l’abete natalizio a piazza Venezia: fa parte della storia recente della città, ci si passa dinanzi commentando, riguarda tutti e non riguarda nessuno. Sotto amministrazioni diverse, di ruspe, di baracche e di abeti se ne sono visti tanti e diversi; eppure, dopo lo sguardo rapido e distratto dei romani, la vita della città è andata ugualmente avanti come nulla fosse.

E così è passato sotto la più completa indifferenza un post pubblicato da un’autorevole amministratore locale che, nel presentare la foto di un insediamento abitato da famiglie rom come era prima dell’arrivo della ruspa e come era dopo – come fosse l’esito di un bombardamento bellico – aveva commentato: “Avevamo promesso impegno e rigore in tema di legalità. Come vedete siamo stati di parola”. Essere di parola nel radere al suolo la casa di uomini, donne e bambini? Tanti lo sono stati prima di oggi.

Le prime testimonianze di sgomberi a Roma le abbiamo nella primavera del 1974, quando alcune famiglie rom accampate su un fazzoletto di terra a Setteville, periferia orientale della Capitale, si videro di notte circondati dal Carabinieri che gli intimarono, prima di procedere con le distruzioni, “di sparire materialmente e moralmente”. I romani ricordano poi gli sgomberi imponenti del 1988, quando si chiusero i mega campi di Ponte Marconi e di Tor Bella Monaca.

Fu il sindaco Francesco Rutelli il primo a rivestire di una valenza simbolica lo sgombero di rom chiamandolo “bonifica”. L’amministrazione capitolina parlava il linguaggio della ruspa e i rom si muovevano, con la domanda che si levava: “Si spostano perché sono nomadi o sono nomadi perché c’è la ruspa?”. Sotto Walter Veltroni la prassi dello sgombero diventa parte viva delle politiche pubbliche, componente fondamentale del “Piano rom”. Giorni fa un consulente di quell’amministrazione mi raccontava quelle vicende riportandole su un piano morale: “Quando uno partecipa ad uno sgombero non è mai solo vittima, è anche ‘carnefice’ perché partecipa attivamente. Giunge poi un momento nel quale il sistema ti esalta anche, tu sai che devi farlo e allora ci devi aggiungere delle dosi di cinismo per farlo al meglio e nel migliore modo possibile. Quando gli sgomberi si accumulano, l’ultimo sgombero non ti fa più alcun effetto”.

Ci si abitua e si perde il senso delle cose. Solo così si spiega la naturalezza con la quale, in una conferenza stampa, il 5 dicembre 2007 il sindaco Veltroni annunciava il suo “bollettino di guerra”: “Circa 6mila persone spostate da gennaio a novembre; 995 manufatti abusivi abbattuti da febbraio al mese scorso”. Le famiglie non sono più “sgomberate”, ma “spostate” e quelle abbattute non sono più “case” dove vivono famiglie povere ma “manufatti abusivi”. Si cambiano i termini e si perde il senso delle azioni: aiuta la coscienza a fare i conti con se stessa.

Nella campagna elettorale di Gianni Alemanno la promessa di espellere 20mila “nomadi” dalla città prese forma con una serie di azioni violente che interessò rom di cittadinanza jugoslava, spostati nei “villaggi attrezzati”, e cittadini rumeni, costretti a fuggire per nascondersi negli anfratti più nascosti con la Polizia alle costole. Nessuna discontinuità sotto la giunta di Ignazio Marino e con il commissario straordinario Tronca.

Con l’avvento della giunta di Virginia Raggi un’ulteriore dose di cinismo sembra essersi aggiunta, nella prassi e nella comunicazione. Prima le ruspe arrivavano all’alba, quasi di nascosto, mentre le persone raccoglievano le loro poche cose e gli amministratori di turno si affrettavano a trovare giustificazioni. Oggi quando si mette in moto la ruspa le famiglie sono sparite, vittime da giorni di minacce da parte delle forze dell’ordine: se non scompaiono la mattina dello sgombero, la prima cosa che verrà tolta alle mamme saranno i loro figli.

Ma anche la comunicazione è cambiata. Fare lo sgombero è come pulire un parco o spazzare un marciapiede, e allora trova senso scattare un selfie, o raccontare un “prima” e un “dopo”, anche se fatto di macerie. E in mezzo si infila con disinvoltura la parola “legalità”, come se fosse legale buttare giù abitazioni di povera gente ignorando le basi del diritto internazionale. Anche così si salva la coscienza.

Ma con i rom baraccati, si sa, non è legale ciò che risponde al diritto, ma ciò che anticipa e precede il consenso e che colpisce la parte più debole di una cittadinanza “imperfetta” e indifendibile. Facile, sin troppo facile, e miseramente vigliacco.

L'articolo Roma, ora radere al suolo i campi rom passa per ‘rigore’ e ‘legalità’. No ai diritti, conta il consenso proviene da Il Fatto Quotidiano.

09 Aug 13:28

This Is Us | I nuovi “Big 3”

by Stella


This is Us porterà avanti i Nuovi Big 3.

Dopo la rivelazione di Jon Huertas che c’era un episodio incentrato su Miguel in lavorazione, i produttori di NBC hanno rivelato mercoledì che la stagione 3 esaminerà anche il passato di Beth e di Toby prima dell’incontro con i Pearson.

“Ci addentreremo nel passato di Toby,” ha raccontanto la co-showrunner Elizabeth Berger durante i TCA estivi. “E per la prima volta parleremo del passato di Beth, siamo decisamente entusiasti a riguardo.”
Questi sviluppi arrivano in ciò che Berger e il co-showrunner Aptaker hanno descritto come “una stagione di speranza,” che debutterà il 25 settembre, “ed una stagione sui veri nuovi inizi per tutti.”

Questa speranza, in ongi caso, potrebbe non essere troppo concreta per Toby, almeno per un po’, ha continuato Berger.
Dopo aver compreso le circostanze della depressione del marito di Kate, “nella prima parte della stagione,” Berger ha sottolineato, “vedremo Toby dover affrontare varie sfide.”

Ma non aspettatevi che i vecchi problemi scompaiano presto per i novelli sposini. “Ovviamente, abbiamo affrontato la scorsa stagione il viaggio della famiglia,” aggiunge. “E’ un viaggio che continuerà in questo anno, e ci saranno in aggiunta i problemi del primo anno di matrimonio.”

Fonte

27 Jul 14:02

Dove sono le pitture rupestri pugliesi dell’entroterra di Ostuni?

by Fedora Quattrocchi

Un vento tiepido pomeridiano, in mezzo a olivi secolari, più o meno vivi, muretti bianchi, terra rossa, masserie, trulli, qua e là sacchetti di spazzatura antichi di plastica lisa, nell'entroterra di Ostuni, di San Vito dei Normanni, di San Michele Salentino, di Serranova, di Cisternino.

Pochissime macchine nei tratturi laterali alla SS 16 o alla SS 4-Appia, vie secolari, ovvero tratturi fiancheggiati da muretti a secco, qualche trattore, qualche rara bici, spesso portate, anche in salita, da ragazzi di colore di ritorno dai campi, giovani lavoratori o da altri migranti in contemplazione del Paese ospitante. E noi? Romani, umbri, di mezza età, di scienza, di arte o scrittori? Che contributo diamo?

Siamo andati a cercare le pitture rupestri delle antiche chiese bizantine o lame dipinte sepolte in strutture di periodi precedenti o posteriori ai secoli X-XII, in cui tipicamente i monaci Basiliani fondavano quelle piccole comunità artistiche o di preghiera. L'icona non è un quadro. È una preghiera.

Una lunga agonia cercare tali pitture rupestri nei giorni assolati di luglio! Pochissimi in giro i depositari del sapere – gli anziani – e scomparsi o disinformati completamente i giovanetti, quando interpellati lungo le vie infuocate fin dalla mattina.

Sono le pitture rupestri descritte nel paragrafo "GLI INSEDIAMENTI RUPESTRI DELLA PROVINCIA DI BRINDISI" a cura di Antonio Ghionna, Schena Editore, del 2001. Un eroe del nostro tempo, come lo può essere Franco Farina, artista e scritture di Ostuni, che ci ha gentilmente permesso una intervista video sul suo libro dedicato alle pitture rupestri locali.

Il pittore, artista e scrittore Ostunese, Franco Farina, autore del libro

Decidiamo di iniziare a cercare la Cripta di San Biagio, a pochi chilometri dalla Masseria Grottaminarda, in territorio di San Vito dei Normanni. Risultato? Tutto abbandonato, chiuso, sbarrato, in restauro da anni si mormora a mezza bocca dai locali. Nessun recapito telefonico funzionale a cui turisti e studiosi si possano rivolgere.

Le masserie intorno, irrorate di sole, cicale canterine a non finire, finocchiella, pomodori, basilico, sembrano prendersi gioco di noi curiosi della "Storia" e dirci in silenzi che affreschi delle iconostasi e della deesis della cripta, restano irraggiungibili: S. Cristoforo, il Profeta Daniele con gli Evangelisti, il Profeta Ezechiele, l'Annunciazione, la Fuga in Egitto, la Presentazione nel Tempio, l'Ingresso in Gerusalemme, Santi Andrea e Giovanni, S. Biagio, S. Demetrio, S. Giorgio, S. Silvestro, S. Giovanni Battista, S. Clemente. Tutto questo è in quella Cripta di San Biagio...

Per noi novelli pittori di icone, non poterli vedere è un vuoto desolante. Quanti altri anni dovremo aspettare? Di chi la responsabilità? Il Comune, La Provincia (ancora !?), La Regione, La Sovraintendenza ai Beni Culturali, Il Ministero MIBAS? Chi?

Ci muoviamo allora per cercare la vicina cripta di San Giovanni, dove è conservato l'affresco dell'Arcangelo. Risultato? Nessuna Indicazione, nessuno sa nulla. Un sole cuocente e basta tra gli olivi e muretti bianchi.

Allora cambiamo rotta: cerchiamo la cripta di San Nicola – che in teoria sarebbe nella contrada omonima, ma giriamo tutto l'entroterra di Serranova – 4 case bianche senza un bar aperto – la contrada Colombo. Risultato? Nessun cartello, nessuna indicazione dai giovani, peraltro rarissimi, solo un timido cenno da un anziano senza voce ed affaticato.

Cambiamo rotta, il tramonto si avvicina. Andiamo nell'entroterra oltre San Vito dei Normanni, fino a Masseria San Giacomo, verso San Michele Salentino, in cerca dell'insediamento rupestre di Santa Maria di San Giacomo. Ci dicono che è dentro a un ristorante privato – pitture rupestri del periodo circa bizantino - chiuse in un ristorante chiuso! Solo una foto della chiesetta interna ci fa sognare.

Chiesa di San Giacomo dentro il ristorante chiuso-sbarrato di Torre San Giacomo, nei pressi di San Michele Salentino

Chiesetta costruita nel 1600 sopra il vecchio insediamento rupestre, come è dato di sapere dagli atti della visita pastorale del 1667 di Monsignor Carlo Personè, Vescovo di Ostuni. Sul posto in cui è scavata la cripta sorgeva un antico casale che al tempo di Federico d'Aragona, nel 1409 risultava abbandonato. Quando la gente è tornata ad abitarlo è stata riscoperta la cripta ed è stata costruita sopra la chiesetta, Antonio Ghionna.

Le uniche pitture rupestri che riusciamo a vedere – riuscendo a trovare il cellulare di un parroco gentile e del suo parrocchiano con le chiavi – sono state quelle della grotta di Madonna della Nova (aperta tutti i sabati prima della domenica dopo Pasqua, in preparazione della omonima processione), e non ci sembra vero.

Grotta rupestre di Ostuni della Madonna della Nova

Perché i giovani dell'Alto Salento non si riappropriano di queste chiese rupestri? Dei loro affreschi secolari come lo sono gli olivi?

O dobbiamo essere sempre noi di mezza età a reagire, a esporci, a prendere punizioni? Sentissero il FAI (che per esempio sta ben ristrutturando e gestendo le visite di Santa Maria a Cerrate, non lontano da Brindisi) o sentissero Herity International per certificare i beni sepolti, o scrivessero progetti raffinati, fossero essi europei, della World Bank, o della Cassa Depositi e Prestiti.

E tutti di nuovo a lavorare unendo storia, scienza arte e archeologia in gruppi misti ben affiatati, fino a esplorare questo modello di lavoro nelle Smart Ancient Cities in Africa, come già proposto e pubblicato lo scorso anno per coniugare nuove forme energetiche, arte e turismo sostenibile nei borghi antichi carovanieri; e spero che tra quei 2500 lettori registrati ce ne siano stati di giovani pugliesi.

Basta piangersi addosso giovani pugliesi. Basta pomeriggi aridi passati nei centri commerciali di Lecce o di Bari: gli ipogei ci aspettano e geologia, stratigrafia, archeologia e scuole di restauro devono lavorare insieme.

05 Jul 17:15

Driving Cars

It's probably just me. If driving were as dangerous as it seems, hundreds of people would be dying every day!
22 Dec 07:47

Dal prossimo gennaio Eric Schmidt non sarà più presidente del consiglio di amministrazione di Alphabet

by Gianni Barlassina

Alphabet, la società creata nel 2015 per gestire le attività di Google, ha annunciato che dal prossimo gennaio Eric Schmidt non sarà più presidente del consiglio di amministrazione della società: rimarrà nel consiglio e avrà un ruolo di consulente tecnico. Schmidt –

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31 Oct 08:06

Dies irae

by di Alessandro Gilioli

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Una volta all'università il nostro docente di Storia contemporanea Enrico Decleva ci ha spiegato il sistema con cui, durante il fascismo, il Minculpop gestiva eventuali magagne, problemi o scandali che potevano insorgere nel Paese: enfatizzando la rabbia del duce.

In altri termini, se succedeva qualcosa di brutto e che non si poteva negare, la strategia mediatica era non solo salvaguardare Mussolini da ogni responsabilità, ma anche rovesciare il tavolo comunicando il concetto che il capo del governo era furioso con chi aveva provocato il problema: così Mussolini passava da possibile imputato a severo accusatore. E nella percezione non faceva più parte del potere, ma al contrario del popolo arrabbiato.

Questo metodo - ho poi visto nella vita - è stato molto usato da altre dittature nei decenni successivi: da quelle comuniste a quelle dei Paesi in via di sviluppo.

L'Italia dittatura non è e quindi non intendo in alcun modo paragonare la nostra democrazia ai regimi autocratici.

Tuttavia colpisce un po', se fate una ricerchina su Google, l'inflazionatissimo uso che i media italiani hanno fatto nell'ultimo anno e mezzo dell'espressione "l'ira di Renzi" o "l'ira del premier". E non è difficile vedere che il risultato mediatico ottenuto è esattamente lo stesso di cui sopra.

Ci pensavo ieri, notando quanto l'ira in questione - relativa in questo caso ai problemi idrici di Messina - fosse riportata con il titolo fotocopia su diverse testate, anche cartacee (La Stampa, pagina 17 del 30 ottobre).

Giusto un anno fa, quando la polizia menò dei lavoratori, il Messaggero sparò in prima "l'ira di Renzi", essendo noto che la polizia non dipende dal governo: è il primo dei titoli fotografati qui sopra.

Di nuovo, sull'Ansa è apparsa l'ira di Renzi perché i lavoratori del Colosseo avevano fatto un''assemblea creando disagi ai turisti, e di lì paro paro su diverse altre testate.

Alcuni altri casi in cui il soffietto di Palazzo Chigi è arrivato direttamente sui giornali cartacei e/o on line: i ritardi nella riforma della Rai, i profughi a Ventimiglia, le mattanze di migranti nel Canale di Sicilia, gli arresti di politici (compresi quelli del suo partito) per il Mose a Venezia, le ricevute di Marino, le posizioni dell'associazione nazionale magistrati, le polemiche sulla moglie prof, la Bindi che non voleva candidare De Luca, il crollo sulla Palermo-Agrigento, l'emendamento sulle slot machine.

E se volete andate avanti voi che io a questo punto mi sono un po' depresso, vedendo la mia bellissima categoria ai piedi del puparo Filippo Sensi, grazie.

11 Sep 19:46

Poltergeist 2015 EXTENDED 720p BluRay x264-GECKOS

by KenWatch
Legendary filmmaker Sam Raimi and director Gil Kenan reimagine and contemporize the classic tale about a family whose suburban home is invaded by angry spirits. When the terrifying apparitions escalate their attacks and take the youngest daughter, the family must come together to rescue her. Release Name: Poltergeist.2015.EXTENDED.720p.BluRay.x264-GECKOS Size: 4.36 GB Video: MKV | 1280×536 | 4688 Kbps Audio: English | DTS | 1509 Kbps Runtime: 1h41m33s Uploaded http://ul.to/rplnnm1z http://ul.to/tlo4wqn2  [ Read More ]
25 Jun 18:17

Roma, Marino, il grande pasticcio

by di Alessandro Gilioli

ignazio-marino

Il grande pasticcio di Roma ha una data d'inizio ed è il 28 giugno 2012, quando sull'onda dello scandalo Fiorito-Polverini la giunta del Lazio era appena crollata e quindi il Pd non trovò di meglio che spostare sulla corsa regionale il suo naturale candidato a sindaco della capitale, Nicola Zingaretti: uno che studiava da anni proprio da sindaco e che probabilmente avrebbe vinto in una città reduce dagli anni cupi di Alemanno.

Invece il buco inaspettato creatosi in regione non trovò pronti gli allora vertici del Partito democratico, che non avevano altre personalità decenti da proporre per il dopo Polverini, sicché traslocarono lì Zingaretti dalla gara per il Campidoglio.

Quando poi arrivò il tempo delle primarie per Roma, meno di un anno dopo, il Pd nazionale era ancora un pugile suonato per la mancata vittoria alle elezioni politiche: per darvi l'idea del casino in cui si trovava allora, ricordo che stiamo parlando del periodo marzo-aprile 2013, quello in cui Bersani andava a fare gli streaming con Roberta Lombardi e Vito Crimi, quello dei franchi tiratori quirinalizi prima contro Franco Marini poi contro Prodi.

Fu in quel contesto caoticissimo che si arrivò alle primarie del centrosinistra romano senza che il Pd avesse alcuna idea forte; si candidarono quindi tra gli altri Paolo Gentiloni (già in odore di passaggio verso Renzi, oggi infatti ministro degli Esteri) e David Sassoli (corrente di un Dario Franceschini non ancora renzizzato). All'ultimo minuto rinunciò (per convergere su Sassoli) il dalemiano Umberto Marroni, ex capogruppo Pd in consiglio comunale, oggi finito nella storia di Mafia Capitale.

Quanto a Ignazio Marino, appena rieletto senatore, ancora a febbraio sosteneva di non avere alcuna intenzione di correre come sindaco. Poi come noto intervenne il grande burattinaio locale, Goffredo Bettini, che individuò nel chirurgo un'immagine efficace di onestà e rinnovamento elettoralmente vincente, e da quel punto di vista ebbe ragione. Il fatto che di Roma sapesse poco o nulla veniva considerato secondario, perché il partito si sentiva ancora abbastanza forte per circondarlo di politici e burocrati i quali, nelle intenzioni di Bettini, avrebbero governato di fatto, avvalendosi dell'ombrello mediatico del sindaco ma occupando tutti gli spazi di potere.

By the way, a quel tempo il Pd avrebbe anche avuto in casa un potenziale sindaco di altrettanto prestigio ma di assai maggiore esperienza sul territorio, cioè Walter Tocci. Ma a nessuno venne in mente di candidarlo proprio perché era persona al contempo onesta e competente sulla città, quindi meno manovrabile dalle correnti e dai potentati. Meglio Marino, pensarono i cacicchi come Bettini, che non sapendo una mazza di Roma avrebbe tagliato nastri lasciandoli spartire la torta in pace.

Come poi andò è sotto gli occhi di tutti: Marino, eletto sindaco, volle fare invece di testa sua nel bene e nel male.

Nel bene, nel senso che con le correnti iniziò una mediazione che andò somigliando sempre di più a una resa dei conti, insomma si dimostrò meno malleabile del previsto (infatti Bettini lo scaricò rapidamente); nel male perché con la città pagò presto l'inesperienza e la scarsa capacità manageriale (era un chirurgo, non veniva dall'Ena di Strasburgo), quindi i suoi proclami impattarono subito contro il muro di gomma di usanze e faide radicatissime, che il sindaco tuttavia non aveva la forza e il know how per sradicare.

A questo isolamento, Marino reagì circondandosi di fedelissimi altrettanto poco competenti: ad esempio, mi viene in mente quella brava ragazza di Alessandra Cattoi, che prima ne era assistente personale e portavoce,  i cui articoli sulla sanità volentieri ospitavamo ogni tanto qui sull'Espresso, e che pure venne cooptata in Comune con funzioni rilevantissime (una sorta di vicesindaco ombra) senza che in vita sua avesse gestito nemmeno un condominio.

Il tutto - peraltro - in una città complicatissima, dai confini territoriali smisurati ereditati dal tempo fascista, con intrighi diffusi fin dai tempi papalini, con un intreccio di partecipate spaventoso e con un'eredità di gestione disastrosa. Ma anche con un mix di mafie fameliche che già da tempo si erano insediate nelle attività economiche cittadine e che con Alemanno avevano trovato spazio e greppia perfino dentro il Campidoglio.

Insomma, una cosa che avrebbe fatto tremare il più sgamato amministratore di lungo corso e che invece era finita nelle mani di un bravo e ambizioso medico privo tuttavia degli strumenti, delle conoscenze e dell'esperienza per far funzionare le cose.

Ma siccome non bastava, la cosa si è poi incasinata ulteriormente per via delle dinamiche che intanto (2013-2015) hanno cambiato la pelle al Pd nazionale, con l'ascesa di Renzi e il suo arrivo a Roma come presidente del Consiglio: non c'è voluto molto al segretario-premier per vedere che la città non era quotidianamente gestita al meglio (cassonetti, pulizia, trasporti etc) né ci è voluto molto perché da questa constatazione nascesse l'idea di evitare un problema di consensi verso il suo partito e di allargare il suo potere sulla capitale, mettendo al posto di Marino una persona più fidata: si chiamasse Giachetti, Gentiloni o Madia.

Poi è arrivata l'inchiesta Mafia-Capitale e il pasticcio si è completato. Non perché Marino abbia avuto un qualche ruolo in quella vicenda (anzi, il sindaco ha ragione quando dice che i suoi protagonisti avevano come referenti politici tutti quelli che in Comune gli facevano la guerra, compresi quelli del suo partito) ma perché l'occasione è diventata propizia per azzerare tutto e ricominciare daccapo.

E ricominciare daccapo è probabilmente la cosa di cui la città avrebbe bisogno, se fosse capace di esprimere qualcuno in grado di farlo. Qualcuno al contempo onesto e capace, dalla schiena verticale dalle competenze indiscusse.

C'è? Non c'è? E se si andasse al voto, questi vincerebbe o sarebbe sepolto - per il grande pasticcio di cui il centrosinistra porta tutta la responsabilità - da una candidatura come quella di Giorgia Meloni, la giovane fascista che si prepara già alla corsa con la benedizione di Salvini e Berlusconi?

Dopo tutta questa storia, lo vedete, io ho più dubbi che certezze. Forse Marino sta imparando il mestiere e nella seconda metà del mandato sarebbe in grado di fare ciò che non ha fatto nella prima: o forse no, specie se tutti i poteri piccoli e grandi gli remano contro. Forse Renzi imporrà uno dei suoi, e sa Dio se sarà più o meno bravo di quello uscito dal casino del 2013 e dai giochetti di Bettini. Forse il Movimento 5 Stelle - che oggi vuole le dimissioni di Marino - sarà capace di proporre una candidatura con qualche speranza di arrivare al ballottaggio (Di Battista?) o forse resterà inutilmente al palo con una candidatura debole come nel 2013.

Qui siamo, a Roma, nel giugno del 2015. In una capitale il cui pessimo stato è specchio e metafora di tutta la classe politica che se n'è finora interessata, procurandole in prevalenza danni. Una città bellissima, che è impossibile non amare; eppure sepolta dallo sterco di chi l'ha sempre considerata vettovaglia, ostaggio, oggetto di ambizione personale o di clan.