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25 Aug 12:49

Ma a Renzi conviene dire ciao a Firenze?

by Christian Rocca
Ma siamo sicuri che a Matteo Renzi convenga candidarsi, non tanto alla segreteria del Partito democratico (che già…), ma proprio alla guida del Governo nazionale? Siamo certi che accasandosi a Roma avrebbe un potere maggiore di cambiare le cose rispetto a quello di cui dispone oggi da sindaco di Firenze? Non è, insomma, che siamo entrati nell’era in cui governare le istituzioni oltre che impossibile è diventato inutile, tranne che a livello locale dove i sindaci sono quotidianamente aperti alla discussione informale con i cittadini, non si impantanano in diatribe grottesche sul nulla e sono meno soggetti alla letale interazione con la burocrazia dello Stato?

A sostenere indirettamente questa tesi è un nuovo importante saggio americano, The Metropolitan Revolution – How Cities and Metros are Fixing Our Broken Politics and Fragile Economy, appena pubblicato negli Stati Uniti e scritto da due studiosi di politiche metropolitane, Bruce Katz e Jennifer Bradley della Brookings Institution. Il libro parla degli Stati Uniti, un Paese federale, ma segnala una nuova tendenza che è già globale.

La crisi economica e l’incapacità della politica troppo polarizzata di trovare soluzioni credibili, sostengono Katz e Bradley, hanno innescato una nuova rivoluzione. Una rivoluzione metropolitana che è sorella della protesta coagulata dai movimenti antagonisti come Occupy Wall Street, Tea Party e in Italia il grillismo. Questa, però, è una rivoluzione guidata da persone fisiche riconoscibili, i sindaci. Non pretende né si può far vanto di essere senza leader come quelle altre. È una rivoluzione ragionata, non emotiva. È motivata da pragmatismo, riformismo e ottimismo, non da rabbia, invidia sociale e disperazione.

Il punto è che le città sono rimaste da sole, anche dopo la fine (in America) della Grande Recessione. Sanno che non arriverà la cavalleria a salvarle (Detroit se ne è appena accorta). Il Governo centrale non è in grado di varare riforme coraggiose dell’economia né di sintonizzarsi sul canale del cambiamento, costringendo così gli amministratori locali ad aguzzare l’ingegno, a escogitare soluzioni innovative e ad affrontare questioni importanti con l’inedita consapevolezza che il Governo centrale non vuole e non sa risolverle.

In questo modo i progetti delle città americane sono fatti più ambiziosi. L’impegno a puntare sull’innovazione è diventata una necessità che sta cambiando la geografia delle città e del mercato del lavoro (sul tema vanno lette le riflessioni del professore italiano a Berkeley Enrico Moretti, recentemente pubblicate da Mondadori con il titolo La nuova geografia del lavoro).

The Metropolitan Revolution racconta quattro casi emblematici, New York, Denver, Houston e le città dell’Ohio nordorientale, capaci di invertire sul campo la gerarchia del potere negli Stati Uniti ma, soprattutto, di trovare soluzioni in grado di risollevare l’economia, di rilanciare la competitività e, cosa non da poco, di far funzionare il sistema politico. Sono città che, in modo diverso e ciascuna nel rispetto della propria storia, hanno puntato sulla creazione di distretti dell’innovazione diversi, anche urbanisticamente, non solo dai vecchi distretti industriali cresciuti intorno alle grandi fabbriche, ma anche dai più recenti parchi della scienza e della ricerca nati intorno alle università (stiamo sempre parlando di America, eh). L’idea di partenza è che attrarre una forza lavoro più qualificata acceleri la crescita economica di tutta la comunità.

I sindaci possono fare molto, per esempio creare le condizioni giuste per la gente di talento: un ambiente piacevole e sicuro, culturalmente allettante ed economicamente abbordabile dove vivere. Certo gli Stati Uniti sono un Paese dotato di uno spiccato senso della comunità, alimentato dall’etica protestante del lavoro e dove l’autonomia dei sindaci è maggiore rispetto a quella nostra (basti pensare all’imposizione e alla riscossione delle tasse). Ma anche i nostri sindaci, espressione dell’unica riforma degli ultimi vent’anni che abbia avuto un senso, hanno gli strumenti di rispettabilità, di autorevolezza e di leadership per svolgere questo ruolo di guida politica e di supplenza istituzionale. Ma non è solo una questione di potere formale: ci vogliono coraggio, immaginazione, visione del futuro. Al momento a Roma non ci sono né l’uno né gli altri. A Firenze, invece…

25 Jun 14:00

Horrifying Moment of the Day

Horrifying Moment of the Day

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21 Jun 18:00

One Great Way to Stop Checking Your Phone at Bars

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05 Jun 16:00

This Crossword Magic Trick Will Blow Your Mind

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23 May 23:01

What Photographers Would Look Like if Google Glass Took Over the World

by Michael Zhang

Google Glass is set to arrive in the hands of the general public later this year. There are already apps that can trigger the shutter by detecting winks, and some people are already thinking of how the wearable camera can be useful for various photographic applications.

Having always-ready glasses strapped to your face may be convenient, but how will photography look? The video above by Grovo offers a humorous look at what photographers would look like if Google Glass becomes widely used as a camera and camcorder.

In the video’s description, Grovo writes:

Here’s someone you’ll be seeing in a few months: the Google Glass photographer. Nature shots, concerts, time-lapse videos, weddings… the Google Glass photographer does it all.

What Photographers Would Look Like if Google Glass Took Over the World header1

Here’s what shooting a macro photograph of a flower would look like:

What Photographers Would Look Like if Google Glass Took Over the World flower

Want to capture some footage of the front of a car?

What Photographers Would Look Like if Google Glass Took Over the World car

How about a closeup view of your friend’s hands as he plays the piano?

What Photographers Would Look Like if Google Glass Took Over the World piano

Engagement photographs could quickly become awkward:

What Photographers Would Look Like if Google Glass Took Over the World couple

Google Glass cameras don’t have any kind of zoom (no digital and no optical). If you want to follow Capa’s words of wisdom — “If your photographs aren’t good enough, you’re not close enough” — you might need to look a bit silly in the process.

(via GoGrovo via SLR Lounge)

17 May 10:20

Sognavamo Beckham [La giornata]

by Beppe Di Corrado

E’  la fine dell’inizio del calcio contemporaneo. David Beckham chiude la sua èra, cioè questa. Si ritira dal calcio uno che è stato calciatore fino alla fine, a dispetto della letteratura che lo riguarda, del luogo comune che lo circonda, del pregiudizio che lo avvolge. “E’ il momento giusto”: 38 anni, troppi per molti, non per lui. Finisce da vincente, perché lo è sempre stato: Manchester, Madrid, Los Angeles, Milano, Parigi. Una coppa in mano, bello, ricco, famoso, personaggio. Per qualcuno troppo bello, troppo ricco, troppo famoso, troppo personaggio. Beckham è nella storia del pallone: per quello che ha rappresentato come simbolo della modernità e però anche per quello che è stato tecnicamente.

Continua sul sito del Foglio.it

07 May 13:19

La tragica coerenza di un naturopata

by Salvo Di Grazia
Credo sia una domanda che si pongono in tanti: ma chi vende medicine alternative ci crede fino in fondo o è mosso solo da interesse personale?
Come sempre la verità sta nel mezzo. Il mondo dell'alternativo è molto variegato, se qualcuno è un semplice venditore di illusioni, altri sono pervasi da una sorta di "fuoco sacro" che li porta a credere ciecamente a quello che fanno fino a vedere, anche dove non ci sono, risultati, miglioramenti ed efficacia, in una sorta di "possessione" che non si risolve mai. Poi esiste (e non è poco rappresentata) la categoria dei mitomani. Sono quelli che in relativa buonafede (relativa perché utilizzano qualsiasi mezzo pur di darsi ragione) spacciano per efficace una loro "invenzione" che invece ha mostrato di non funzionare. Se l'"invasato" (colui cioè che ci crede veramente) è in genere un ingenuo che davvero è convinto di avere "poteri magici", di risolvere i problemi di salute degli altri e di aver scoperto mezzi che nessuno ha mai utilizzato, il mitomane è al contrario una persona con una forte personalità, un carattere deciso, determinato, sa benissimo che i suoi pazienti sono letteralmente plagiati dalla sua personalità e quindi sfrutta a suo vantaggio questa venerazione che resta immutata anche di fronte ad evidenti insuccessi ed incidenti. Il mitomane ha tratti spesso vicini (quando non chiaramente evidenti) alla psicosi, ricorre a temi "mondiali" (religiosi, politici, sociali) per dipingersi come un "leader" alla guida del suo popolo della malattia che combatte contro il nemico potente e subdolo (in questo caso rappresentato dalla medicina) e sono frequenti i casi di vera e propria patologia mentale, tra delirio di onnipotenza e megalomania. L'esigenza di creare un "nemico" è vitale per il guaritore che vuole crearsi un gruppo di fedeli: il leader della "crociata" non avrebbe ragione di esistere se non ci fosse nulla da combattere, creando un oppositore invece, il gruppo dell'alternativo si chiude, si rinforza e non fa un passo che non sia approvato dal leader, criticano la scienza come fosse un nemico da sconfiggere ma affermano che le loro teorie sono scientifiche, in pratica affermano di aver inventato una nuova scienza, personale (che però abbandonano quando è in gioco la loro salute).

Il venditore di illusioni invece è perfettamente cosciente di vendere sciocchezze ma conosce i punti deboli della massa, sa usare le parole giuste, ha un vero e proprio "ufficio marketing" ed utilizza qualsiasi mezzo lecito o meno per pubblicizzare la sua attività, è un commerciante, mentre ogni suo "paziente" diventa un manifesto pubblicitario ed ogni scusa è buona per acquisire nuovi clienti.
Non stupirà a questo punto ricordare come alcuni dei più noti "alternativi" pur consigliando ai loro pazienti di non sottoporsi a cure mediche per seguire i loro consigli, quando hanno avuto bisogno di cure per un loro problema di salute si sono rivolti ciecamente e senza esitazione alla medicina standard. Noto il caso di Hamer, ex medico distrutto psicologicamente dalla tragica morte del figlio, che dopo la tragedia ha iniziato a diffondere una sua "disciplina" medica inventata di sana pianta e con chiari tratti di settarismo e delirio. Hamer, affetto da tumore, si sottopose ad intervento chirurgico e chemioterapia guarendo. Un caso simile è quello di Hulda Clark, biologa americana secondo la quale i tumori erano frutto di infezioni di "parassiti" che erano curate con energia elettrica e diete molto dure. Quando fu il suo turno, dopo un maldestro tentativo di nascondere la realtà ai suoi seguaci, non esitò a ricoverarsi in ospedale ma troppo tardi, cosa che fece anche Hoxsey, guaritore americano protagonista di un'aggressiva campagna contro la medicina "del sistema" che però, quando fu colpito da tumore prostatico, non esitò ad utilizzare guarendo.
Questo succede anche tra i "piccoli imbonitori" di internet i quali si dipingono un'immagine di agguerriti nemici della medicina ma che corrono al pronto soccorso al primo disturbo.

Infine i più "estremi". Realmente convinti che sia solo la loro "intuizione" a rappresentare la cura per tutti i mali, arrivano a ridursi in condizioni di salute e di vita complicate, anche molto gravi pur di non rivolgersi alla medicina, come in una sorta di questione di principio ed anche questo rappresenta uno stato al limite della patologia mentale: queste persone vivono un loro mondo ideale e che non accetta la malattia, che non riconosce nessuna autorità e che ritiene che il "segreto" della vita sia un fatto personale e non un'ovvietà universale. La loro preparazione naturalmente è inesistente ed è basata sulla lettura di pagine internet, libri, dall'errata interpretazione di fonti mediche, da condizionamenti e da convinzioni personali. Se un medico lavorasse così compirebbe una strage, il "naturopata" non se ne rende nemmeno conto.
Un noto "naturopata" italiano, si vantava nei giorni scorsi del fatto che alla moglie, dopo una dieta "particolare", fossero tornate le mestruazioni a 70 anni. Descrive il fatto come un "successo". Per un medico questo sarebbe un grave segnale d'allarme ma il naturopata non lo ritiene tale e ne parla con entusiasmo. E' questo il segno di profonda ignoranza, il risultato di "studi" su Google, il succo di infinite letture su internet: non ci si può occupare di salute avendo letto l'indice dei motori di ricerca, non è semplicemente da irresponsabili è veramente pericoloso.
Quando si pensa ad un guaritore alternativo si descrive quasi sempre un freddo e determinato avvoltoio che pensa solo al male del prossimo ma non è sempre così, c'è chi è "coerente" con le proprie convinzioni tanto da applicare sulla propria persona e sui propri cari, le proprie idee. Il problema è che quando si parla di "energie" e "natura" per evadere dalla quotidianità o per trattare malattie banali o psicosomatiche, tutto è permesso, quando si pensa che le "energie" o la "natura" possano risolvere problemi seri, ecco che spesso accade il dramma.
Uno di questi casi è abbastanza noto, si tratta di una storia, triste e drammatica, ma che può far capire come esista gente che di fronte ad un'immagine colta, raffinata, intelligente, sia al contrario piena di lacune, ingenuità e disposta a gesti inconsulti pur di non tradire le proprie convinzioni, anche sulla propria pelle. Mi ripeto: ognuno è (fortunatamente) libero di pensare, credere e praticare ciò che gli piace di più (nei limiti della legge, naturalmente), ma quando questo condiziona le libertà degli altri o mette in pericolo la salute o il benessere del prossimo, no, non può.
Max Tomlinson, è un noto "naturopata" (titolo che in Italia non esiste mentre in alcuni stati è regolamentato), omeopata e nutrizionista, diventato famoso perché cura alcune pagine in quotidiani inglesi. Tomlinson è particolarmente legato a temi quali "l'olismo", le "energie positive" e la forza di volontà ed appare spesso come "nutrizionista" di personaggi famosi, è intervistato su temi legati alla salute, scrive per il Sunday Times ed è stato definito "il più importante naturopata inglese", promuove e prescrive l'omeopatia, prescrive diete e sostiene che la natura è sempre provvida e non sbaglia mai.
Quale momento è più naturale del parto?
Filipa, la moglie di Max è in gravidanza e suo marito fa di tutto per convincerla a partorire a casa. Ricordo che il parto a casa (ovvero partorire senza recarsi in ospedale, generalmente assistiti da un'ostetrica), presenta un lieve rischio di complicanze superiore al parto "canonico" (oggi) in ospedale. Il problema è essenzialmente statistico (e si può estendere anche ad altri ambiti della medicina): se tutto va bene si può partorire anche in mezzo alla strada. Il problema sorge quando va male qualcosa, sorge una complicanza, cosa sempre possibile anche in un parto, evento fisiologico e naturale. In quel caso trovarsi in ospedale fa la differenza tra poter provare a rimediare o non fare nulla e quando non si fa nulla in presenza di una complicanza la natura non perdona, è un problema serio.

Il naturopata Max Tomlinson
Filipa, nonostante qualche suo dubbio, acconsente al parto in casa, per il marito il "parto omeopatico" (lui lo definisce così) è sicuro, naturale e senza pericoli.
Nelle ultime settimane però alcuni esami mostrano un peggioramento di alcune funzioni fisiologiche e a 35 settimane di gravidanza (vicino al termine quindi), i medici diagnosticano una "colestasi gravidica", ovvero un problema epatico che riflette il decadimento di altri parametri che in gravidanza, ma anche normalmente, sono fondamentali per la salute, tanto che in questi casi bisogna accelerare il travaglio di parto o ricorrere addirittura al taglio cesareo perché vi è un aumento del rischio di sofferenza fetale.
Ecco che entrano in gioco termini che l'ignoranza scientifica trasforma in terribili nemici da evitare: linee guida, statistiche, protocolli.
Secondo le statistiche, le donne in gravidanza con questa patologia hanno un rischio significativo di varie complicanze, tra le quali la morte fetale e la sofferenza fetale durante il travaglio. Sempre statisticamente è molto meno rischioso accelerare i tempi del parto che attendere. Per questo le linee guida internazionali consigliano alle donne con questo problema, un parto anticipato: indotto (ovvero somministrando delle sostanze che accelerano la comparsa del travaglio di parto) o addirittura un taglio cesareo quando la situazione è più grave.
Si è giunti a questa conclusione dopo anni di studi, comparazioni, considerazioni, le linee guida che ne seguono non sono un'"opinione" personale o un caso ma sono il risultato di tutto questo. Il "freddo" protocollo terapeutico serve proprio ad offrire l'opzione migliore tra le altre. Le procedure mediche tanto detestate dai "naturali ad ogni costo", non sono frutto di opinioni personali o invenzioni estemporanee ma il risultato filtrato, controllato e confermato di decenni di prove: la migliore garanzia di successo, ma se anche la garanzia statistica può fallire, quanto danno potrà fare un'opinione personale non suffragata da dati attendibili?

Così e proprio questa è la proposta dei medici che incontrano la coppia: indurre artificialmente il travaglio di parto un paio di settimane dopo, procedura frequente e che si decide quando il parto espone a meno rischi rispetto ad una condotta di attesa.
La coppia rifiuta ed opta per il parto "naturale" a casa, assistito da un'"ostetrica omeopata", così Max e Filipa tornano a casa e l'uomo somministra alla moglie delle erbe che stimolano il "travaglio naturale".
"Rischiavo di rompere il nostro sogno, volevamo che nostro figlio nascesse in un ambiente calmo, naturale ed in famiglia e non in mezzo ai macchinari ed alla confusione dell'ospedale".
Ecco l'errore mentale di Max e di molti fanatici della "naturopatia": un intervento umano che "rompe" l'ordine delle cose è visto come un'invasione, un trauma inopportuno ed inutile, anzi, dannoso. Non è così, "l'invasione" umana in un evento naturale come il parto o una malattia, è semplicemente il frutto del progresso che ci permette di sistemare quello che la natura crea spontaneamente e che non è per forza "benefico". Ma Max, coerentemente alle sue credenze (evidentemente frutto di ignoranza ed impreparazione, nonostante sia considerato un "grande e noto naturopata"), non ci crede.

Neanche a farlo apposta, passano solo 5 ore ed il travaglio inizia naturalmente, tutto sembra dare ragione al "naturopata" ma dopo qualche ora tutto si ferma, la dilatazione del collo uterino raggiunge i 5 centimetri (fisiologicamente siamo a "metà strada", la dilatazione completa per il parto è di 10 centimetri) e le contrazioni scompaiono, passano ben 10 ore di ulteriore attesa, la situazione è grave e, nonostante la dilatazione sia progredita, non va come dovrebbe andare, la condizione della madre inoltre, espone il nascituro a rischi non indifferenti.
Solo a quel punto la coppia e l'ostetrica omeopata decidono di recarsi in ospedale (anche se non dicono ai medici ciò che era successo e che erano passate già 15 ore di travaglio, ben al di sopra dei limiti fisiologici, senza dimenticare la patologia della donna). Ma più di 17 ore di travaglio sono state fatali e Jaspar, questo il nome del figlio della coppia, sta male, ha sofferto e nasce con una paralisi cerebrale che gli provoca un gravissimo stato generale, convulsioni e la necessità di ricoveri continui. Un dramma evitabile ma non impedito solo per una questione di principio e di false convinzioni. La descrizione che il naturopata fa del figlio alla nascita è terribile e la risparmio, pensate che parla di "buchi nel cranio" e che il bambino sembrava fosse stato picchiato...la sostanza è che Jaspar, oggi un bambino, non cammina ed ha importanti problemi neurologici.

"Eravamo pronti per l'omeopatia ma non per le emergenze", dice il naturopata dichiarandosi distrutto e con un terribile senso di colpa: "rivolgetevi sempre ad un'ostetrica qualificata o ad un medico", raccomanda ai genitori che leggono i suoi articoli. "Ho un senso di colpa fortissimo perché pensavo che il parto a casa fosse l'opzione migliore per noi, se non fosse stato per me mio figlio sarebbe nato sano". La disperazione del padre è comprensibile.
Oltre il danno la beffa. Anche se Max non ha abbandonato le "terapie naturali" (e tuttora pratica e consiglia anche rimedi non scientifici) ricorda come prima dell'incidente sconsigliasse fermamente a tutti i suoi pazienti di  assumere farmaci: "ero terrorizzato dai loro effetti collaterali ed a lungo termine", ora suo figlio Jaspar deve assumere decine di farmaci, soprattutto anticonvulsivanti e trattamenti che lo hanno costretto a chiedere un prestito finanziario ed organizzare una raccolta fondi, senza le medicine non sopravviverebbe e mantenere le esigenze del bambino ha ridotto Max quasi sul lastrico (costringendolo a scelte anche professionali molto discutibili che hanno ridotto notevolmente la sua credibilità). L'idea del "naturale ad ogni costo" è così crollata davanti ad una tragedia. Persino l'allattamento fu impossibile ed il bambino doveva essere alimentato tramite sondino.
"Spero che questo mi serva da lezione".

Jaspar è sopravvissuto ma ha pagato con un prezzo altissimo la superficialità di suo padre che con rimorso ora avverte tutti dei pericoli del "fai da te". Ha capito anche che la natura non è "comprensiva" o "buona" come certi "alternativi" pensano, è assolutamente indifferente ai nostri desideri e le malattie, i virus, la morte, sono tutti naturali, i veleni anche. L'uomo è riuscito con il progresso a controllare e sconfiggere il male e la sofferenza, anche questo è naturale, è progresso, evoluzione, siamo il miglior risultato che possa aver dato la natura ed è il rifiuto del progresso ad essere contro natura.
Max e Filipa hanno avuto un'altra bambina nel 2004, il parto è avvenuto in ospedale.

La storia è un triste episodio come tanti altri ma ciò che emerge è che qualcuno non riesce a capire che se esistono quei "macchinari", se esiste la scienza, il progresso o si realizzano esperimenti o studi, è proprio per controllare il corso della natura, quasi sempre benigno ma che può riservare sorprese inaspettate e tragiche.

Alla prossima.
06 May 16:00

First Graders Know Proverbs

First Graders Know Proverbs

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03 May 13:40

Il nepotismo accademico tra mito e realtà

by Giovanni Abramo e Ciriaco Andrea D'Angelo

Si è diffusa la convinzione che un qualsiasi legame di parentela all’interno di un’università sia da etichettare come forma di nepotismo. Tanto che per limitare il fenomeno è stata anche approvata una legge. Ma è una norma discriminatoria perché l’evidenza empirica non giustifica i pregiudizi.

FIGLI NELL’UNIVERSITÀ

In un paese con i livelli di corruzione e clientelismo come il nostro e con un sistema universitario privo di quei meccanismi competitivi che stimolano il miglioramento continuo e inducono efficienza nella selezione del personale, è quasi inevitabile che un qualsiasi legame parentale all’interno di un’università sia automaticamente etichettato come espressione di nepotismo.
Una convinzione tanto profonda e diffusa che si è inteso perfino legiferare in merito. La legge n. 240 del 30 dicembre 2010 stabilisce all’articolo 18 che non possono partecipare ai procedimenti di chiamata dei professori coloro che abbiano un grado di parentela o di affinità fino al quarto grado compreso, con un professore appartenente al dipartimento o alla struttura che effettua la chiamata ovvero con il rettore, il direttore generale o un componente del consiglio di amministrazione dell’ateneo.
In realtà, le evidenze empiriche che legittimano questa posizione sono molto deboli, perché se è vero che gli alti tassi di omonimia nelle università italiane non possono essere ritenuti casuali, l’evidenza in sé non può essere considerata prova di nepotismo. (1) Infatti nulla esclude che i “figli” abbiano effettivamente meritato la loro posizione universitaria. Una varietà di studi sociologici ha dimostrato che i genitori possono trasmettere ai figli conoscenze specialistiche utili ai fini della carriera. Altri lavori a sostegno dell’evidenza del nepotismo, mostrano una correlazione forte e negativa tra tassi di omonimia nelle facoltà italiane e performance scientifica delle stesse. (2) Le conclusioni risultano però affette da due debolezze non trascurabili. In primis, il numero dei “figli” è in genere relativamente modesto rispetto allo staff dell’intera facoltà per poter immaginare che la performance dei primi possa incidere in modo così rilevante su quella della seconda. Inoltre, le classifiche di performance utilizzate dagli autori (prodotte da Censis, Crui, e Civr) scaturiscono da procedimenti di misura del tutto inadeguati sul piano scientifico e troppo approssimati per poter essere considerati affidabili.

CONFRONTO FRA PRODUTTIVITÀ E CARRIERE

Per provare a dirimere la questione, abbiamo confrontato individualmente la performance di ricerca dei “figli” con quella dei “non figli” dello stesso settore scientifico disciplinare, ruolo d’inquadramento e anzianità. La misura, condotta con tecniche bibliometriche, ha riguardato la produttività di ricerca nel quinquennio 2004-2008 degli accademici delle discipline scientifico-tecnologiche assunti o avanzati di ruolo nei tre anni precedenti. (3)
I risultati rivelano che in media i “figli”, la cui concentrazione è piuttosto omogenea nelle diverse aree disciplinari analizzate, hanno una performance di ricerca che non è significativamente diversa da quella dei colleghi “non figli”. (4) Un approfondimento a livello geografico ha mostrato addirittura che nelle università del Centro Italia i “figli” hanno in media una produttività di ricerca maggiore di quella dei “non figli”, mentre al Nord e al Sud i valori di produttività sono pressoché identici.
Un’ulteriore analisi dei successivi avanzamenti di carriera ha evidenziato che la proporzione dei “figli” vincitori di concorso nel periodo 2004-2008 è del tutto simile a quella dei “non figli” e, in effetti, la loro performance scientifica è in media molto superiore a quella di coloro che non sono avanzati di posizione. Infine, i “figli” non risultano meno discriminati dei “non figli”, infatti il 26 per cento dei “figli” che si collocano al top 20 per cento per performance non è riuscito a ottenere un pur meritato avanzamento di carriera, contro il 23 per cento dei “non figli”.
Si può quindi concludere che le università siano immuni dal virus del nepotismo? Assolutamente no: il 7 per cento dei “figli” non ha realizzato alcuna pubblicazione scientifica in cinque anni e il 15 per cento non è mai stato citato; inoltre l’8 per cento dei “figli” è avanzato di ruolo pur facendo parte del 20 per cento degli accademici con la performance più bassa. D’altro canto i “non figli” registrano percentuali superiori: rispettivamente 10, 16 e 11 per cento. Si può quindi affermare con altrettanta certezza che la probabilità di commettere un errore nell’accusare un “figlio” di non meritare la sua posizione accademica è la stessa che si avrebbe nell’accusare dello stesso fatto un “non figlio”.
Il diffuso pregiudizio negativo sui “figli” e, soprattutto, sui “padri” risulta quindi privo di qualsiasi fondamento empirico che possa legittimarlo. Il dispositivo di cui all’articolo 18 della legge 240 è da considerarsi pertanto discriminatorio, in quanto priva i “figli” della libertà di concorrere all’accesso all’università che più li aggrada per la semplice “colpa” di avere un “padre” nella stessa.

 

(1) Allesina, S. (2011), “Measuring nepotism through shared last names: The case of Italian academia”, PlosONE 6(8)
(2) Si veda Durante, R., Labartino, G., Perotti, R., Tabellini, G. (2009), “Academic dynasties”, Bocconi University Working Paper; e Durante, R., Labartino, G., Perotti, R. (2011), “Academic dynasties: decentralization and familism in the Italian academia”, Nber Working Paper No. 17572
(3) Calcolata come somma del grado di proprietà delle citazioni standardizzate degli articoli pubblicati in riviste censite da Web of Science (WoS) nel periodo 2004-2008. Il grado di proprietà è l’inverso del numero degli autori ovvero, nelle scienze della vita, funzione dell’ordine degli autori nella lista. La standardizzazione delle citazioni di ciascun articolo è condotta dividendole per la media (senza zeri) delle citazioni degli articoli dello stesso anno e della stessa categoria WoS.
(4) Abramo G., D’Angelo C.A., Rosati F., “Relatives in the same university faculty: nepotism or merit?” Working Paper LabRTT. http://www.disp.uniroma2.it/laboratoriortt/TESTI/Working%20paper/Nepostism.pdf

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17 Apr 12:00

Evolution of Music by Pentatonix

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15 Apr 00:00

Silence

All music is just performances of 4'33" in studios where another band happened to be playing at the time.